Sistema Cosenza. Le accuse di voto di scambio politico-mafioso di Falvo e Luca Pellicori a Mario Occhiuto scomparse in Reset



di Michele Santagata

Quando prende forma la confederazione criminale guidata da Maurizio Rango, il gruppo Perna occupa una posizione particolare. Non entra stabilmente nel nucleo dirigente che governa il nuovo assetto criminale, ma la sua storia e il peso accumulato negli anni gli garantiscono uno status diverso dagli altri. Il nome dei Perna, costruito attorno alla figura del patriarca Franchino, continua a godere di un riconoscimento autonomo all’interno degli equilibri della malavita cosentina. Una sorta di sovranità limitata che consente al gruppo di conservare ampi margini di autonomia in alcuni settori strategici del malaffare, a partire dal traffico di droga. È proprio questa posizione particolare a tenere i Perna fuori dall’indagine e dal blitz “Nuova Famiglia”, che nel 2014 colpisce la confederazione criminale cosentina. L’esclusione dal blitz, però, non significa che il gruppo sia fuori dai radar della Dda. Al contrario. Mentre “Nuova Famiglia” fotografa gli equilibri della confederazione guidata da Maurizio Rango, gli investigatori continuano a seguire il filone relativo al gruppo Perna fino al 12 novembre 2015, quando la Dda di Catanzaro fa scattare l’operazione “Apocalisse”. Secondo gli investigatori, l’organizzazione controlla una fetta significativa del traffico di stupefacenti cittadino attraverso una rete di fornitori, corrieri e spacciatori che rifornisce non soltanto le piazze di spaccio tradizionali ma anche ambienti insospettabili della Cosenza bene. Al centro dell’inchiesta ci sono Marco Perna e i suoi uomini più fidati. Tra gli arrestati figura anche Luca Pellicori, considerato uno dei principali collaboratori di Perna e uno degli uomini che meglio conoscono gli affari del gruppo.


Luca Pellicori è il braccio destro di Marco Perna – L’uomo che gli sta accanto negli affari, nei traffici e nella gestione quotidiana dell’organizzazione. Quello che conosce i conti, i soldi, i crediti da recuperare, i fornitori di droga e i rapporti costruiti negli anni dal gruppo criminale di Serra Spiga. Per anni è anche il pusher della Cosenza bene. Nella sua rubrica finiscono professionisti, imprenditori, avvocati, figli di politici e rappresentanti di quella borghesia cittadina che ama raccontarsi estranea a certi ambienti salvo poi bussare alla porta giusta quando gli serve una dose di cocaina. Le sue dichiarazioni restituiscono l’immagine di una clientela lontana dagli stereotipi dello spaccio di periferia. La droga non circola soltanto nei quartieri popolari. Attraversa studi professionali, salotti e ambienti frequentati da persone che in pubblico ostentano rispettabilità e in privato alimentano il mercato che arricchisce le organizzazioni criminali. La sua posizione gli consente di osservare il funzionamento del gruppo da una prospettiva privilegiata. Conosce gli equilibri interni dell’organizzazione, gli affari e gli uomini che vi ruotano attorno. Non è uno che esegue gli ordini. È uno di quelli che partecipano alla gestione del sistema. Un ruolo che lo colloca inevitabilmente tra i principali obiettivi dell’indagine.

Nell’operazione Apocalisse insieme a Marco Perna e agli altri uomini del gruppo di Serra Spiga viene arrestao anche Luca Pellicori. A differenza di molti altri collaboratori, Pellicori non si pente subito. Non corre dai magistrati. Non inizia immediatamente a raccontare ciò che sa. Anche dopo avere ottenuto i domiciliari continua a mantenere rapporti con Marco Perna. I due si frequentano ancora. Il legame personale resiste all’inchiesta, agli arresti e al carcere. Poi qualcosa si rompe. Pellicori scopre che Marco Perna, l’amico d’infanzia con cui è cresciuto e il compagno di una vita criminale, ha una relazione con la sua compagna. È il tradimento che cambia tutto. Dopo quasi diciassette mesi dall’arresto abbandona i domiciliari e si presenta ai carabinieri manifestando la volontà di collaborare con la giustizia. Il 14 aprile 2017 Luca Pellicori è ufficialmente un collaboratore di giustizia.

Ad ascoltare Luca Pellicori è il magistrato Camillo Falvo. Da sempre uomo delle istituzioni, prima come ufficiale della Guardia di Finanza, poi come funzionario di Polizia e infine come magistrato. Entrato in magistratura nel 1997, percorre quasi tutte le funzioni giudiziarie: sostituto procuratore, giudice civile e penale, Gip, Gup e magistrato antimafia. Dopo l’esperienza alla Dda di Messina, nel 2014 torna in Calabria come sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, dove si occupa prevalentemente delle cosche del Vibonese.

Da quando Nicola Gratteri è arrivato alla Dda di Catanzaro, gli equilibri interni dell’ufficio stanno cambiando. La “promozione” di Pierpaolo Bruni a procuratore della Repubblica di Paola arriva dopo lo scontro con Vincenzo Luberto sulla gestione delle dichiarazioni dei pentiti riguardanti i rapporti tra clan, politica e istituzioni a Cosenza e, in particolare, su quelle del pentito Daniele Lamanna. Dichiarazioni che servono a Bruni per alimentare il filone investigativo sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. Un terreno sul quale appare intenzionato a scavare sempre più a fondo, fino a diventare una presenza sempre più ingombrante per la cricca che non vuole che si indaghi sui rapporti tra politica e ‘ndrangheta a Cosenza.

Con l’uscita di scena di Bruni dalle questioni cosentine, Gratteri decide di affiancare Camillo Falvo a Cipollino, al quale aveva da poco affidato formalmente l’indagine “Sistema Cosenza”. Quali siano le ragioni che spingono Gratteri a questa scelta, anche in questo caso, non è dato saperlo. Forse la scelta è dettata da esigenze organizzative, o da altre valutazioni interne all’ufficio. O forse no, e rispondere a logiche diverse. Sul significato di questa decisione e sul grado di neutralità delle scelte compiute da Gratteri si aprono diverse possibili interpretazioni.

La scelta di affiacare Falvo a Cipollino può essere letta in due modi. La prima è che Gratteri, costretto ad affidare il fascicolo a Cipollino, non si fidasse fino in fondo di quella scelta e abbia per questo deciso di affiancargli un magistrato di propria fiducia. Una precauzione che, inevitabilmente, porta a interrogarsi sulle ragioni di quella diffidenza. La seconda è che Gratteri si fidasse semplicemente di entrambi e che, al tempo stesso, potesse aver ritenuto Cipollino non sufficientemente attrezzato per gestire da solo un’indagine complessa come “Sistema Cosenza”. Da qui la decisione di affiancargli Falvo, magistrato con una lunga esperienza investigativa. Come già detto, le ragioni delle scelte di Gratteri le conosce soltanto Gratteri. Resta però un dato che continua a pesare. Qualunque sia la spiegazione corretta, le scelte compiute da Gratteri lo collocano in una posizione dalla quale diventa difficile sostenere che fosse estraneo a ciò che accadeva attorno al fascicolo “Sistema Cosenza”.

Una domanda, allora, diventa inevitabile. Come emerge dalla comparazione tra gli atti di “Sistema Cosenza” e quelli dell’operazione “Reset”, il filone investigativo sul voto di scambio politico-mafioso presente nella prima indagine scompare nella seconda. Gratteri, che l’informativa “Sistema Cosenza” la conosce bene, si è mai chiesto che fine avessero fatto le dichiarazioni dei pentiti e l’intero materiale investigativo sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza quando è scattata l’operazione “Reset”? Indipendentemente dal fatto che le scelte di Gratteri siano state compiute in buona fede oppure no, nulla cambia rispetto alla natura del compito che la cricca ha affidato a Cipollino: fare in modo che nulla sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza finisca nelle richieste di ordinanza della Procura. Con o senza la consapevolezza di Gratteri, è questo il problema che resta sul tavolo. E qui Cipollino si trova di fronte a un ostacolo. Falvo, come prima aveva fatto Bruni, svolge il proprio lavoro e inserisce nell’informativa le sue considerazioni sul voto di scambio politico-mafioso ricavate dalle dichiarazioni di Luca Pellicori, citando un passaggio di un verbale ben più ampio. È lo stesso meccanismo già visto con Daniele Lamanna. Nell’informativa vengono riportati soltanto alcuni estratti per ragioni legate all’enorme mole di documentazione raccolta. Ma quei passaggi non esauriscono affatto il contenuto delle dichiarazioni. Al contrario, rinviano ai verbali integrali, centinaia e centinaia di pagine nelle quali sono contenute le versioni complete dei collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni di Pellicori, come quelle di Lamanna, dei Foggetti e di Bruzzese, non vengono archiviate o ignorate. Entrano nell’informativa “Sistema Cosenza” come elementi del filone investigativo sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. La loro stessa presenza negli atti dimostra che quel filone esiste, è conosciuto dai magistrati che seguono l’indagine ed è considerato parte integrante del quadro investigativo.

E per  Cipollino sorge un bel problema. Come prima era accaduto con Bruni, anche Falvo prende sul serio le dichiarazioni dei pentiti sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza e le utilizza come elementi dell’indagine. Le considerazioni che inserisce nell’informativa dimostrano che quel filone investigativo non solo esiste, ma è ancora vivo e attivo all’interno della Dda. Per quello che sta per accadere a Falvo, diventa difficile non notare una certa somiglianza con quanto era già accaduto a Bruni. La cricca si trova così davanti allo stesso problema già affrontato con Bruni. E anche la soluzione sembra essere la stessa. A Falvo, così come era stato fatto con Bruni, viene fatta una proposta che non può rifiutare: la nomina a procuratore capo di Vibo Valentia. Ufficialmente si tratta di due avanzamenti di carriera. Nei fatti, però, entrambe le promozioni producono lo stesso risultato: allontanano da Catanzaro due magistrati che continuano a mettere negli atti dichiarazioni e verbali sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. C’è poi un ulteriore elemento che accomuna le due vicende. Sia Bruni che Falvo vengono nominati procuratori capi senza passare prima per l’incarico di procuratore aggiunto. Nulla di irregolare. La legge non impone quel passaggio. Resta però il fatto che aver ricoperto l’incarico di aggiunto costituisce normalmente un vantaggio nella valutazione comparativa e nell’attribuzione del punteggio finale. Una coincidenza che, a forza di ripetersi, assomiglia sempre meno a una coincidenza.

Scrive Falvo nell’informativa seguendo il filone investigativo tracciato da Bruni sul voto di scambio a Cosenza, di cui ha preso visione partendo dall’inchiesta sul gruppo Perna: “Nell’ambito del procedimento penale nr. 6007/14 RGNR DDA mod. 21, iscritto presso codesta Direzione Distrettuale Antimafia, PERNA Claudio era oggetto di una complessa attività di indagine che consentiva di acquisire rilevanti elementi probatori, in parte riscontrati dalle dichiarazioni di recenti collaboratori di giustizia, sulle ipotesi di reato di scambio elettorale politico-mafioso di cui si sarebbe reso responsabile. PERNA Claudio, infatti, gestiva una cooperativa sociale di tipo B che eseguiva lavori di manutenzione del verde pubblico per il Comune di Cosenza.

Egli, favoriva OCCHIUTO Mario, Sindaco di Cosenza dall’anno 2011, nelle campagne elettorali per le elezioni amministrative della città svoltesi sia nel 2011 che nel 2016, nonché per quella delle elezioni politiche regionali tenutesi nel 2014, e in cambio di voti otteneva la promessa di commesse per le cooperative facenti capo al suo gruppo. Molti dei lavori, assicurati, vennero però affidati anche ad altre cooperative che facevano riferimento ai sodalizi criminali degli zingari o di altre compagini di italiani e ciò fu motivo di attrito tra i rappresentanti del gruppo PERNA, l’amministrazione e gli altri beneficiari di favori politici. Dell’appoggio fornito dal gruppo PERNA ai componenti della lista del sindaco OCCHIUTO ne è data testimonianza dal collaboratore di giustizia PELLICORI Luca che confermava il riversamento di voti da parte dei sodali al clan, su ovvia indicazione dei capi società, ai candidati LO GULLO Massimo e Katia GENTILE …omissis…

Luca Pellicori: “…per come mi viene richiesto, con riferimento alle competizioni elettorali per la città di Cosenza negli anni 2011 e 2016 posso riferire che, mentre nel 2011, quando io ero libero, il nostro gruppo “portava” nel senso che votava il sindaco OCCHIUTO per il tramite di LO GULLO Massimo, poi divenuto assessore, e per il tramite di Katia GENTILE che è divenuta vicesindaco. Con la famiglia GENTILE avevano rapporti i PERNA, in particolare Claudio PERNA e Pierino PERNA, cugini di Marco PERNA… omissis…”.

Il pentito si soffermava in maniera più dettagliata sul collegamento che PERNA Claudio aveva con il vicesindaco Katya GENTILE e chiariva che costei agevolava l’assegnazione dei lavori pubblici alle cooperative amministrate dalle compagini mafiose in segno di gratitudine per i voti a lei veicolati e per le future collaborazioni. Katya GENTILE, in realtà, aveva contatti sia con gli italiani che con gli zingari, e nel secondo caso di fattispecie, più si relazionava con i lavoratori legati al boss Maurizio RANGO. Sia PERNA che RANGO trattenevano dalle buste paga elargite dal Comune di Cosenza la somma di 300 euro a stipendio. Tale ambiguo rapporto di scambio elettorale politico-mafioso era inizialmente stato instaurato con Enzo PAOLINI, che a dire del pentito era incessantemente pressato dagli zingari che in qualche modo gli imponevano l’assunzione di un portaborse. Fatto sicuramente non trascurabile è la successione di LO GULLO a seguito delle dimissioni rassegnate da PAOLINI in data 23.01.2018: …omissis…”. 

Luca Pellicori: “..all’epoca PAOLINI, nel 2011, era appoggiato dal gruppo degli zingari riferibile a Franco BRUZZESE tramite il figlio di Ennio STANCATI che faceva da portaborse a PAOLINI, poi lo hanno mollato perché lo pressavano troppo e gli zingari sono passati con la GENTILE, in particolare RANGO Maurizio, al quale la GENTILE ha dato delle cooperative del verde da gestire; io questo lo so perché nelle cooperative c’erano anche Maurizio e Claudio PERNA, anche loro sono stati agevolati dalla GENTILE; all’epoca la GENTILE era vicesindaco di OCCHIUTO; OCCHIUTO  non compariva mai e per lui operava un tale Franco PICHIERRI con la voce rauca; noi avevamo rapporti con la GENTILE; posso affermare che sia i PERNA che RANGO Maurizio trattenevano, dallo stipendio dei dipendenti delle cooperative, 300 euro per ciascuna busta paga; la sospensione delle cooperative era avvenuta per il fatto che non erano stati versati i contributi se non ricordo male… omissis…”.

Continua Falvo: “L’infiltrazione della ‘ndrangheta nel panorama amministrativo cosentino non si limita alla sola città ma si espande anche nei Comuni limitrofi e i candidati talvolta si rivolgono direttamente ai rappresentanti delle cosche per aumentare la possibilità di essere eletti grazie al loro potere di riuscire a veicolare voti. Le famiglie italiane, estremamente obbedienti alle indicazioni dei capiclan, e quelle zingare, numerosissime e perciò detentrici di un cospicuo bacino di voti, vengono invitate dai loro rappresentanti ad esprimere preferenze per il candidato che più promette a livello di favoritismi”. E come nota a margine sottolinea: Katya GENTILE, eletta nelle liste del Pdl, rivestiva la carica di vicesindaco, revocatale in data 03.06.2013 dal sindaco OCCHIUTO in favore di Luciano VIGNA per sopraggiunti screzi legati al controllo dell’Ufficio Tecnico comunale, da cui dipendono anche gli affidamenti diretti, ovvero le assegnazioni di lavori pubblici sotto la soglia dei 40.000 euro senza pubblica gara. Indagata nel 2010 per il reato di abuso d’ufficio, turbativa d’asta, falsità ideologica e materiale. PELLICORI Luca, verbale dell’11.05.201.

E per rafforzare la sua tesi aggiunge: “Assai più interessante invece era la deposizione di BRUZZESE Franco che, in data 5 luglio 2016, svelava che era stato contattato da Katya GENTILE proprio per il tramite di Mario TRINNI. Anche se l’incontrò per motivi diversi non si realizzò resta comunque un fatto degno di nota rappresentare che il vicesindaco di Cosenza volesse conferire con uno dei boss degli zingari anche alla luce di quanto riferito da altri pentiti sul conto dell’amministratrice…”. 

E qui mi permetto di intervenire. È la stessa situazione che ho denunciato a Cipollino, corredandola con la testimonianza diretta dell’allora presidente del Consiglio comunale, Giuseppe Mazzuca. Lo stesso Mazzuca ha messo a verbale di essersi recato più volte a incontri con il reggente dei clan cosentini. Dichiarazioni finite sulla scrivania di Cipollino e delle quali, come di tutte le altre cose in questa storia, si sono poi perse le tracce…

Franco Bruzzese: “…in merito ai rapporti che ho avuto con amministratori e/o politici locali, per come l’Ufficio mi richiede, posso riferire che in un’occasione che colloco molto probabilmente nel mese di novembre del 2011, TRINNI Mario, mi disse che Katia GENTILE mi voleva parlare. Con TRINNI ci recammo al comune per parlare con la GENTILE, e rimandammo l’appuntamento…”.

Così come era già accaduto per i verbali di Daniele Lamanna, dei cugini Foggetti e di Franco Bruzzese, anche le dichiarazioni di Luca Pellicori sono destinate a sparire. Con la “promozione” di Falvo a procuratore capo di Vibo Valentia esce di scena anche il secondo magistrato che aveva riportato negli atti le dichiarazioni dei pentiti sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza. Cipollino è libero di procere all’epurazione, senza più intoppi. Al posto di Falvo arriva Vito Valerio, sul cui ruolo non ho mai capito fino in fondo cosa pensare. Una cosa, però, resta certa: quando Valerio prende il posto di Falvo, il filone investigativo sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza è ancora dentro “Sistema Cosenza”. Quando qualche anno dopo nasce l’operazione “Reset”, quel filone non c’è più. E questa non è un’opinione. È quanto emerge dalla comparazione degli atti. Proprio questa sparizione costituisce la prova più evidente, indiscutibile e granitica delle responsabilità di Cipollino. Perché la cancellazione di un’intera parte dell’indagine non può essere liquidata come una svista, una dimenticanza o una coincidenza. E porta chiaramente alla luce anche le ragioni dell’accanimento di Cipollino contro Iacchite’. Una vicenda che non ha nulla a che vedere con la giustizia. Semmai con il tentativo di impedire che giustizia venga fatta. Resta allora una sola speranza: che esista ancora un giudice a Berlino disposto ad accertare la verità. C’è infine un dubbio che attraversa questa storia dall’inizio alla fine. In tutto questo, quale sia stato davvero il ruolo di Nicola Gratteri resta un mistero. Io ho detto la mia. Ora tocca a qualcun altro dire la sua. 6 – Fine

 


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