Venezia è uno spettacolo unico nel suo genere, da sempre in bilico tra acqua e cielo, costruita su pali di legno e sorretta dalla tenacia di chi l’ha abitata per secoli. Acqua alta, erosione dei fondali e cambiamento climatico rappresentano però una serie di fattori che la scienza non può più ignorare, ed è in questo contesto che un gruppo di ricercatori europei ha messo sul tavolo quattro scenari alternativi per “salvarla”; tra questi, anche l’ipotesi secondo cui Venezia potrebbe essere spostata.
Venezia sprofonda? Perché gli scienziati parlano di rilocalizzazione
La parola rilocalizzazione in relazione a Venezia è comparsa per la prima volta in un documento scientifico accademico del professor Piero Lionello dell’Università del Salento: non un’ipotesi fantasiosa, ma uno scenario da considerare concretamente nel caso in cui le soluzioni ingegneristiche di difesa contro l’invasione dell’acqua a Venezia risultassero insufficienti o economicamente insostenibili.
In effetti il problema è tutt’altro che risolto visto che, nell’ultimo secolo e mezzo, le inondazioni sono diventate sempre più frequenti e intense: l’acqua alta del novembre 2019 di ben 187 centimetri, ad esempio, ha mostrato con chiarezza quanto la città sia esposta nonostante le opere di difesa già applicate.
Non si tratta però di un fenomeno riconducibile soltanto alle maree eccezionali, visto che la Serenissima sta scendendo lentamente a causa dell’abbassamento naturale del terreno: un fenomeno che avviene ad un ritmo di circa 2 millimetri all’anno, mentre il livello del mare Adriatico continua a salire per effetto dei cambiamenti climatici.
Perché il MOSE potrebbe non essere sufficiente
Il MOSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è operativo a Lido, Malamocco e Chioggia. Il funzionamento del MOSE si basa sull’utilizzo di paratoie mobili che, in caso di marea eccezionale, vengono sollevate per isolare temporaneamente la laguna dal mare Adriatico.
Nonostante l’effettiva utilità dimostrata in questi anni, però, le proiezioni a lungo termine tracciano un quadro allarmante: con un innalzamento del livello del mare superiore a 1,25 metri, il numero di chiusure annuali necessarie diventerebbe molto elevato, con conseguenze dirette sulla salute delle acque, sulla viabilità della laguna e sull’aspetto commerciale.
Quali sono le strategie per sollevare Venezia dall’acqua alta
Il futuro di Venezia e del suo contrastato rapporto con il mare è al centro di diversi studi e ricerche grazie alle quali sono stati identificati 4 approcci principali per fronteggiare il rischio idrogeologico. Ogni soluzione ipotizzata per Venezia implica però delle scelte irreversibili sul piano ambientale, urbanistico ed economico, e richiede tempi di realizzazione che si misurano in decenni.
Mantenimento e potenziamento del MOSE a laguna aperta
La prima strategia prevede di mantenere e potenziare il sistema già in funzione, ossia il MOSE, investendo in manutenzione straordinaria, aggiornamenti tecnologici e opere complementari di rinforzo: ciò permetterebbe di preservare il sistema lagunare di Venezia nella sua struttura attuale, mantenendo il normale scambio idrico tra laguna e mare.
Secondo le stime dello studio, il MOSE potenziato proteggerebbe fino a un innalzamento del livello del mare pari a circa 1,25 metri: entro questa soglia, l’intervento risulta tecnicamente praticabile e meno invasivo rispetto alle alternative. Il vantaggio principale è soprattutto nella sua reversibilità: il sistema a paratoie mobili non altera in modo permanente la morfologia lagunare, e lascia aperta la possibilità di ricorrere in futuro a soluzioni più radicali.
Anche i limiti, però, sono chiari: ogni chiusura aggiuntiva riduce il ricambio idrico e aumenta il rischio di degrado ambientale della laguna. Al tempo stesso, i costi di gestione e manutenzione sono destinati a crescere nel tempo.
Costruzione di dighe ad anello attorno al centro storico di Venezia
La seconda opzione prevede la realizzazione di dighe ad anello attorno al centro storico di Venezia: si tratta di creare sistemi di arginatura permanente capaci di proteggere edifici, fondazioni e aree residenziali dall’innalzamento delle acque.
Le dighe ad anello andrebbero però a modificare in modo significativo proprio il paesaggio lagunare, alterando l’unione secolare tra la città e l’acqua che la circonda; un rapporto che non è soltanto estetico, ma definisce l’identità stessa di Venezia. L’impatto visivo e simbolico potrebbe essere importante, con ricadute sul turismo e sull’immagine della città nel mondo.
Chiusura permanente della laguna con un super argine
La terza strategia è di gran lunga la più radicale, visto che prevede uno sbarramento permanente con un super argine, trasformando di fatto la laguna di Venezia in un bacino chiuso o semi-chiuso. Un’opera di queste dimensioni garantirebbe protezione anche nei confronti di situazioni climatiche estreme come, ad esempio, un innalzamento del livello del mare fino a circa 10 metri.
Le conseguenze ambientali, però, sarebbero profonde e irreversibili: le correnti di marea, i sedimenti e l’ecosistema costiero subirebbero trasformazioni strutturali. A questo si aggiunge il fatto che anche le attività portuali e la pesca verrebbero ridisegnate completamente.
Spostare Venezia nell’entroterra: un cambio radicale
L’ultima opzione è quella che più ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica: ossia il trasferimento progressivo di Venezia verso aree interne più sicure. Ovviamente non si tratterebbe di spostare fisicamente i canali o i palazzi, ma di trasferire gradualmente residenti, attività, servizi e una parte selezionata del patrimonio monumentale smontabile verso nuovi insediamenti nell’entroterra.
Alcuni monumenti di dimensioni contenute potrebbero essere smontati e ricostruiti altrove; altri, per loro natura inamovibili, resterebbero nella laguna come testimonianza storica. Si tratta però di una eventualità lontana che i ricercatori considerano applicabile dopo il 2300, nel caso in cui il livello del mare continuasse a salire oltre le soglie critiche.
Quanto costa salvare Venezia? Spese delle 4 soluzioni
Dato che Venezia sta “sprofondando”, salvarla dall’acqua e dalla sua erosione ha inevitabilmente un costo economico piuttosto rilevante; gli stessi ricercatori hanno elaborato un prospetto di spesa diverso per le quattro soluzioni presentate.
- Potenziamento del MOSE: il sistema attuale ha richiesto circa 6 miliardi di euro per la costruzione. Questo vuol dire che ulteriori interventi di adeguamento e manutenzione straordinaria nei prossimi decenni si aggiungerebbero in modo progressivo, con stime che variano a seconda dell’entità degli aggiornamenti necessari.
- Dighe ad anello: la costruzione di barriere permanenti attorno al centro storico potrebbe costare tra 500 milioni e 4,5 miliardi di euro, a seconda dell’estensione delle opere e delle soluzioni tecniche adottate.
- Chiusura permanente della laguna: uno sbarramento definitivo supererebbe i 30 miliardi di euro, con costi che dipendono dalle dimensioni dell’opera, dalle modifiche ambientali necessarie e dall’impatto sulle infrastrutture portuali.
- Trasferimento della città: l’ipotesi di rilocalizzazione è quella economicamente più onerosa, con stime che potrebbero raggiungere i 100 miliardi di euro, includendo abitazioni, infrastrutture, servizi pubblici e il trasferimento selettivo del patrimonio artistico.
A questi importi vanno aggiunti i costi indiretti: la perdita di valore immobiliare, le ricadute sul turismo, le conseguenze occupazionali e il peso sociale di processi di trasferimento che coinvolgerebbero migliaia di residenti.
Il futuro della Serenissima: quando bisognerà prendere una decisione?
Secondo le conclusioni raggiunte dallo studio dell’Università del Salento non c’è più molto tempo a disposizione per rimandare: le decisioni più importanti dovranno essere assunte entro il 2050, quando le proiezioni climatiche saranno più definite e i margini di intervento ancora sufficientemente ampi da permettere scelte ponderate.
Dopo quella data, le opzioni potrebbero ridursi drasticamente: alcuni interventi strutturali richiedono tempi di progettazione e realizzazione talmente lunghi da rendere inutile qualsiasi decisione presa in emergenza.
Ciò che emerge con chiarezza è che non esiste una soluzione neutra: ogni scelta comporta trasformazioni irreversibili, sia sul piano ambientale sia su quello identitario e culturale per una città che è un patrimonio dell’umanità nel senso più letterale del termine.
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Tiziana Morganti
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