Adolfo ed Ernesto Foggetti sono cugini. A unirli, però, non sono soltanto i legami di sangue, quanto piuttosto gli affari di malavita. Ernesto, cresciuto a via Popilia, è anche cugino dei Bruni, per i quali gestisce lo spaccio di droga. Il boss Michele Bruni si fida ciecamente di lui e del padre Vincenzo, tanto da essere tra i pochissimi autorizzati a visitarlo durante la latitanza. Questa posizione di assoluto privilegio gli permette di conoscere dall’interno segreti, dinamiche e patti oscuri tra i clan e la politica; proprio per questo, sarà lui il primo dei pentiti di “Nuova Famiglia” a lanciare le pesanti accuse sul voto di scambio politico-mafioso. Il suo destino criminale cambia marcia quando decide di voltare le spalle alla sua stessa storia, diventando complice silenzioso dell’agguato mortale a Luca Bruni, di cui sarà l’ultima persona a vederlo in vita. Dopo il delitto, la paura di fare la stessa fine lo divora. Consigliato di cambiare aria, Ernesto trova il modo di defilarsi e sparisce da Cosenza. La sua corsa finisce il 24 agosto del 2014 quando, pochi mesi prima del blitz “Nuova Famiglia”, viene arrestato insieme al padre per un traffico di auto di lusso rubate.
Ad interrogarlo c’è Pierpaolo Bruni, mentre Vincenzo Luberto controlla che tutto fili liscio, per la cricca ovviamente. Pierpalo Bruni gli fa subito capire che la sua situazione è ormai disperata, e non si riferisce affatto alle auto di lusso rubate. Gli prospetta il destino imminente: il coinvolgimento nel blitz “Nuova Famiglia” e una condanna pesantissima. Se vuole salvarsi dalla galera, l’unica via d’uscita è collaborare. Ernesto non ha alternative e, neanche venti giorni dopo l’arresto, inizia a cantare insieme al padre. Come si dice in questi casi, è bastato uno schiaffo per farlo cantare, e mille per farlo stare zitto. Da quel momento, i due Foggetti, padre e figlio iniziano a riempire pagine su pagine di verbali.
Di lui gli investigatori dicono: “Da pentito, Ernesto FOGGETTI ha fornito un contributo importante nell’indagine che ha fatto luce sul delitto BRUNI e ha riferito circostanze gravi che riguardano le tornate elettorali di Castrolibero degli ultimi quindici anni – inchiesta tuttora in fase di udienza preliminare – adombrando l’esistenza di un accordo politico-mafioso con Orlandino GRECO e Aldo FIGLIUZZI finalizzato alla elezione dei due politici dalla quale la cosca di FOGGETTI avrebbe tratto giovamenti in termini di dazioni di denaro e posti di lavoro. Come in altre sedi meglio precisato, la ‘ndrangheta cosentina s’infiltra anche nel sistema politico e per mezzo del cosiddetto voto di scambio ottiene favori per i suoi affiliati”.
Gli investigatori, però, prima di formalizzare le dichiarazioni di Ernesto Foggetti, ci tengono a fare una precisazione: tutto ciò che quest’ultimo dichiara conferma quanto già esposto da due collaboratori di giustizia a lui precedenti. Il primo è Pierluigi Terrazzano, pentitosi nel 2012 più per amore che per una crisi di coscienza: aveva intrapreso una relazione pericolosa con una donna considerata intoccabile per le sue parentele e, temendo per la propria incolumità, aveva deciso di collaborare. Tra le sue tante dichiarazioni ce n’è una in cui dice di aver personalmente partecipato ad un incontro durante il quale Sandro Principe avrebbe chiesto i voti del clan “perché – spiega – erano ben consapevoli che noi avremmo mosso e orientato i voti della criminalità organizzata di cui noi facevamo parte”. Da qualche anno Terrazzano è un ex pentito e ha denunciato di aver partecipato da pentito a diversi incontri con altri pentiti per concordare le dichiarazioni. E nello specifico si incontrava in una località protetta con Zaffonte, Francesco Noblea, Vincenzo De Rose, Ester Mollo e Marco Paura. Ma non ha mai detto per conto di chi si mettevano d’accordo.
Il secondo è Roberto Calabrese Violetta, cresciuto negli anni ’90 sotto l’ala di Francesco Bruni “Bella Bella”, che decide di pentirsi nel 2013 perché teme di essere ucciso per una questione di soldi. Sulle elezioni comunali di Castrolibero dice: “ZINNO Mariano e FIGLIUZZI Aldo si sono candidati a più elezioni comunali di Castrolibero a partire dal 2000; il primo con la lista di Orlandino GRECO, il secondo con una lista autonoma. Sono a conoscenza del fatto che ZINNO Mariano e FIGLIUZZI Aldo hanno richiesto voti a me, a PERNA Claudio, a ESPOSITO Mario detto boccolotto, a FOGGETTI Marco e a FOGGETTI Vincenzo, ai fratelli Enzo e Luisiano CASTIGLIA, per avermelo loro stessi riferito”.—omissis— Come già riferito in altri interrogatori le promesse fatte sono state effettivamente mantenute e alcuni degli affiliati alle cosche intervenute (tra cui Mario Esposito, Marco Foggetti e Giancarlo CASCIARO) sono stati assunti presso le cooperative. Aldo FIGLIUZZI è cognato di Santo PRESTA, collegato al clan di DI PUPPO, che si era adoperato per la ricerca di voti nella zona di Ortomatera a favore di Aldo FIGLIUZZI”. CALABRESE VIOLETTA Roberto, verbale del 29.10.2015 pag 711 volume 1 dell’informativa “Sistema Cosenza”.
Entrando nel merito delle dichiarazioni di Ernesto Foggetti, gli investigatori dicono: “Il collaboratore di giustizia FOGGETTI Ernesto, riferiva circa il voto di scambio politico-mafioso all’epoca di consultazioni locali. Indicava “MANO Mozza”, quale referente del clan degli zingari, cui lo stesso collaboratore si rivolse al fine di procacciare i voti occorrenti al candidato in questione”. E verbalizzano le parole di Ernesto: “… il rapporto tra il FIGLIUZZI ed il GRECO dopo le penultime tornate elettorali si incrinò ed il FIGLIUZZI passò in opposta e diversa area politica tanto è vero che alle provinciali della provincia di Cosenza egli si candidò con una lista che appoggiava Pino GENTILE. Ancora una volta il FIGLIUZZI venne a chiedere i voti per se stesso e per Pino GENTILE e nel richiedere il procacciamento di voti mi consegnò subito la somma di duemila euro per retribuire i ragazzi a mia disposizione a compiere attività di attacchinaggio. Egli mi riferì anche un messaggio di Pino GENTILE il quale ci mandava a dire tramite il FIGLIUZZI che se fossimo stati in grado di farlo eleggere “la provincia” sarebbe stata la nostra e ci avrebbe sistemato fino all’ultima generazione. Io mi impegnai anche con l’accordo di Michele BRUNI nel procacciamento di voti e furono interessati anche gli zingari di Cosenza e segnatamente “MANO MOZZA”. Tuttavia nonostante il nostro impegno Pino GENTILE non fu eletto ma fu eletto il candidato avversario. Con riferimento alle ultime elezioni comunali di Castrolibero invece è stato eletto un cugino del GRECO ma non mi sono occupato della campagna elettorale ed ho saputo soltanto che c’era Maurizio RANGO che supportava, con i ragazzi che nella precedente tornata elettorale erano vicino a noi, l’elezione del cugino del GRECO.” FOGGETTI Ernesto, verbale illustrativo del 12.03.2015 volume 3 dell’informativa “Sistema Cosenza”.
E in chiusura ribadiscono il concetto iniziale sulla perfetta convergenza delle accuse, evidenziando come le dichiarazioni di vecchi e nuovi pentiti coincidano pienamente: “A solo titolo informativo e per completezza di informazione, si rileva che anche la collaboratrice KOPACZYNSKA Edyta Aleksandra riferiva in merito alla sopra citata vicenda ma solo circa l’interessamento da parte dell’allora convivente, BRUNI Michele, confermando quanto riferito dal FOGGETTI”.
Sulla campagna elettorale del 2008 a Castrolibero, come risulta dal verbale datato 16 settembre 2014 riportato nell’informativa, Ernesto è ancora più netto: “… quella campagna elettorale l’ho vissuta personalmente, avevo un ruolo diverso rispetto a prima ed ero io stesso a parlare con le persone. La campagna elettorale l’ho fatta fare a Castrolibero ed hanno vinto grazie a me. C’è stato un accordo economico che è stato rispettato. È maturato dopo diversi incontri: sono venuti da me sia Orlandino Greco che Aldo Figliuzzi”. Dichiarazioni sottoscritte e amplificate dal padre Vincenzo, che ad un certo punto però decide di interrompere la collaborazione.

A testimoniare questa vera e propria manipolazione dei contenuti c’è la struttura stessa del faldone. L’informativa si chiama “Sistema Cosenza” e il fascicolo viene aperto nel 2017, eppure le dichiarazioni qui riportate e provenienti dall’informativa stessa sono già state oggetto di autonome azioni giudiziarie (quella su Orlandino Greco nel 2015 e quella su Sandro Principe nel 2016), e vengono riportate come se fossero oggetto dell’indagine. Sarebbe stato normale se queste vecchie dichiarazioni su Rende e Castrolibero fossero state usate in modo collaterale, magari come precedenti storici per avallare l’esistenza e il modus operandi del voto di scambio anche a Cosenza. Invece, quelle vicende rimangono incredibilmente centrali nel racconto di Ernesto Foggetti. Verrebbe da dire: in un’indagine chiamata “Sistema Cosenza” sarebbe stato normale chiedere direttamente a Ernesto Foggetti del suo impegno e di quello del clan sulle comunali a Cosenza, visti gli “spunti” emersi dalle sue parole. E invece, nell’indagine su Cosenza si continua a inserire e a riportare nell’informativa le dichiarazioni su Rende e Castrolibero. Perché le sue dichiarazioni su Cosenza non vengono sviluppate e incluse all’interno dell’informativa “Sistema Cosenza”, come sarebbe stato logico e naturale?
La risposta è semplice. Vincenzo Luberto (grazie alle spinte del “Gattopardo”) dal 2002 e Pierpaolo Bruni dal 2010 sono i due sostituti procuratori della Dda di Catanzaro le cui competenze sono riferite al distretto giudiziario di Cosenza, e tocca a loro sentire i pentiti di Cosenza e provincia. Pierpaolo Bruni si preoccupa di porre domande a Ernesto Foggetti sul voto di scambio mentre, su questo fronte, invece, Luberto si muove come se l’argomento non esistesse: i suoi verbali si fermano quasi per inerzia alle sole storie di pura malavita. Ma è solo quello che Luberto decide di verbalizzare, perché Ernesto Foggetti parla anche con lui di voto di scambio a Cosenza, e lo dimostra il fatto che, persino all’interno dei racconti focalizzati su Rende e Castrolibero, inserisce passaggi netti sulla città capoluogo, come la vicenda di Pino Gentile e la mobilitazione del clan degli zingari per le elezioni comunali.
Questo materiale, nonostante i tentativi di contenerlo, diventa la base su cui Pierpaolo Bruni decide di accelerare. Avendo già tra le mani i verbali di Terrazzano e Calabrese Violetta, il magistrato vede nell’arrivo di Ernesto Foggetti l’occasione di concretizzare le sue indagini sul voto di scambio. La retata “Nuova Famiglia”, unita ai successivi pentimenti di Adolfo Foggetti e Franco Bruzzese, gli offre infatti la possibilità di aprire definitivamente il vaso di Pandora.
Bruni refiuta la logica dei compartimenti stagni. Per il magistrato non può essere possibile, infatti, che a Castrolibero e a Rende comandi la ‘ndrangheta — attarverso cosche cosentine come i Lanzino e i Bruni — mentre all’interno del Comune di Cosenza i clan non metterebbero piede. Nella sua testa non c’è un frazionamento delle operazioni, ma un unico progetto investigativo sul voto di scambio nella “città unica”.
Proprio su questo punto si apre il conflitto tra Luberto e Bruni. Conflitto che si amplificherà ulteriormente con la consegna di Daniele Lamanna. Bruni vuole scavare e parlare anche di Cosenza, ma Luberto — messo lì proprio per tenere sotto controllo la situazione — riesce a far confinare il collega alle sole inchieste su Rende e Castrolibero.
Questo spiega perché la retata “Nuova Famiglia” sia del 2014 e l’informativa “Sistema Cosenza” sia invece del 2017: tre anni di vuoto in cui, di fatto, nessuno lavora sulle indagini del voto di scambio a Cosenza città. Mentre le inchieste sulle infiltrazioni a Castrolibero (scattata nel 2015) e a Rende (scattata nel 2016) sono partite pochissimi mesi dopo il blitz, per l’avvio ufficiale degli atti sul capoluogo si dovrà attendere la fine di questo lungo stallo. E quando nel 2016 arriva Gratteri, si trova tra le mani questa bella gatta da pelare. Bruni, infatti, si lamenta apertamente con Gratteri di essere ostacolato nelle indagini su Cosenza proprio da Luberto. Una situazione scottante che il nuovo procuratore risolverà grazie alla “cricca degli incappucciati”, i quali gli vengono in soccorso facendo a Bruni una proposta impossibile da rifiutare: una bella promozione a procuratore capo a Paola per abbondonare le indagini. Nonostante la sua rettitudine, Bruni alla fine accetta e sceglie il quieto vivere. Andandosene, lascia però il suo fascicolo con tutto il lavoro su Rende e Castrolibero che ormai non si può più stracciare o togliere. Ecco perché quelle dichiarazioni si trovano oggi nell’informativa “Sistema Cosenza”.
La storia di questo fascicolo risulta anch’essa una prova evidente dell’intervento della cricca per evitare inchieste sul voto di scambio a Cosenza, e la lentezza con cui avanza lo dimostra chiaramente. Dal pentimento dei Foggetti avvenuto a dicembre del 2014, a cui si aggiungerà quello di Daniele Lamanna nove mesi dopo, prima che scatti l’operazione a Cosenza passano ben otto anni. Il faldone nasce nelle intenzioni originarie di Bruni como sistema della “Città Unica”, poi si trasforma in “Sistema Cosenza” nell’informativa del 2017 e da quel momento vaga tra le questure, gli uffici della Dda e le mani dei malandrini. Infine, con l’intervento di “Cipollino”, nel 2022, diventa l’operazione “Reset”. Tutto questo tempo serve in realtà a far decantare la pratica e a ripulire il fascicolo da ogni residuo di voto di scambio sulla città.
Per quanto Luberto si adoperi, non può occultare tutto: alcuni verbali di Adolfo Foggetti che parla di Cosenza restano nel faldone, e toccherà a “Cipollino” rifinire la pulizia per non lasciare più alcuna traccia. È la prova evidente dell’occultamento da parte di Cipollino, dall’informativa, di tutto ciò che riguarda il voto di scambio su Cosenza.
Adolfo Foggetti ricorda certi ragazzi di vita di pasoliniana memoria, cresciuti nelle periferie tra luna park consumati, neon intermittenti, motorini truccati, sale giochi, cocaina e quella sottocultura malandrina di provincia dove il rispetto si misura nella capacità di incutere timore. Cresce in quell’ambiente di confine tra criminalità di quartiere e folklore malandrino. Come si dice da queste parti, Adolfo è un ragazzo “malato di malavita”. Una malattia che, a Cosenza, molti si portano addosso fin da adolescenti: il bisogno ossessivo di sentirsi temuti, rispettati, nominati. Di appartenere a qualcosa che conti. La malavita, prima ancora che un’organizzazione criminale, diventa un’identità, una postura, un modo di stare al mondo. La sua vita gira tutta attorno a questo. Cocaina, pistole, carcere, latitanze, azioni raccontate come imprese epiche e amicizie costruite attorno alla capacità di fare paura. Una dipendenza vera e propria, che finisce per divorarsi tutto il resto. Per quelli come Adolfo, oltre ai soldi, quello che conta davvero è costruirsi una reputazione. Essere riconosciuti come “uomini”. E Adolfo non fatica a farsi notare. Entra giovanissimo nei giri che contano grazie anche ai contatti del cugino Ernesto con i Bruni. Frequenta Franco Bruzzese, i fratelli Lamanna e Luca Bruni, aggregandosi a loro in diverse rapine ai blindati.
Adolfo viene utilizzato anche per estorsioni e spaccio di droga. Si lega in particolare a Michele Bruni, che arriva a presentarlo a Francesco Patitucci come un uomo fidato. In assenza di Michele, spesso è Adolfo a parlare per lui. Ma la vicinanza a Franco Bruzzese lo mantiene, allo stesso tempo, vicino anche agli “zingari”, rendendolo uno dei pochi capaci di muoversi tra i due mondi senza destare sospetti. Per quanto Adolfo guardi a Michele Bruni come a un modello da imitare, capisce presto che il vero centro di gravità della mala cosentina è Maurizio Rango.
Adolfo Foggetti è il prodotto perfetto di quel mondo criminale: ne assorbe linguaggi, pose e meccanismi, fino a trasformarli nella propria identità. Vive la malavita come una rappresentazione continua, fatta di rispetto ostentato, paura da incutere e bisogno ossessivo di sentirsi qualcuno. Ma dietro quella posa resta soprattutto la sua fragilità. Si costruisce sempre attraverso qualcun altro. Da solo sembra non esistere mai davvero. Ha bisogno di stare accanto a qualcuno più forte, di riflettersi nel potere degli altri per sentirsi importante. Prima Michele Bruni, poi Maurizio Rango. Cambiano i padroni, non cambia lui. Adolfo non sceglie mai da che parte stare per convinzione, ma soltanto per paura e convenienza. Fiuta gli equilibri, capisce dove sta andando il vento e si sposta senza scrupoli. Il tradimento, più che una decisione, diventa il suo modo naturale di stare dentro la malavita.
Con l’arresto nel blitz “Nuova Famiglia”, Adolfo Foggetti, da aspirante Scarface, diventa, dopo appena diciannove giorni dall’arresto — e dopo un pestaggio subito in carcere proprio da Maurizio Rango — un concreto Buscetta. La conclusione più coerente per un personaggio così, che, nonostante la sua viltà e le sue infamità, continua ancora oggi ad atteggiarsi a malandrino. La sua è una condizione patologica: è gravemente malato di malavita.
Tra le prime cantate c’è quella che lo renderà un pentito attendibile: fa ritrovare il corpo di Luca Bruni. Adolfo Foggetti racconta anche dei suoi rapporti con i politici e dell’interesse del clan nelle elezioni comunali di Rende del 2014. Dice — lui, non noi — che Marcello Manna si sarebbe rivolto a lui per ottenere sostegno elettorale. E aggiunge di essersi attivato direttamente, coinvolgendo parenti e contatti sul territorio per raccogliere voti, tenendo aggiornato anche Gaetano Morrone con liste e numeri. E per quel che riguarda le comunali di Cosenza dice: “Posso riferire che sia io che Maurizio Rango e la nostra organizzazione criminale di riferimento, facente capo agli zingari, si è impegnata nelle ultime elezioni comunali di Cosenza a favore del candidato Enzo Paolini. Ricordo che ci incontrammo sotto casa di Maurizio Rango con Paolini e quest’ultimo, a bordo della sua macchina Lancia Thema, di colore grigio, il cui autista era il figlio di Ennio Stancati, ci siamo recati al villaggio degli zingari allo stadio per presentare il candidato Paolini e per richiedere agli zingari un impegno elettorale a suo favore”.
Adolfo parla e si vanta con tutti del suo talento nel procacciare voti, e lo dice chiaramente anche a Luciano Impieri: “…Avevo appreso la circostanza di cui l’Ufficio mi dava lettura da FOGGETTI Adolfo il quale mi riferiva che erano stati dati 20.000 euro a Michele BRUNI in passato da parte di GRECO Orlandino affinché Michele BRUNI procacciasse voti a favore di Orlandino GRECO… La ragione per cui il FOGGETTI Adolfo mi riferì a bordo del motorino la questione del pagamento delle somme di danaro da parte di Orlandino GRECO a Michele BRUNI si inseriva in un contesto di conversazione in cui il FOGGETTI mi rappresentava le ragioni del viaggio a Castrolibero. Ricordo che il FOGGETTI mi riferì che Orlandino GRECO aveva dato a Michele BRUNI ‘venti carte’ specificando che si trattava di ventimila euro…” . E non lesina le parole quando c’è da cantare sui politici: “…Alessandro ESPOSITO mi richiedeva per conto del GRECO un impegno elettorale da parte mia oltre che di tutti i vertici della cosca, e segnatamente Daniele LAMANNA, RANGO Maurizio, Ettore SOTTILE e tutti gli altri, e che avrebbe corrisposto, a fronte di tale impegno elettorale, la somma di 5.000 euro…”. Adolfo, proprio come Ernesto e Franco Bruzzese, canta su tutto: parla di Rende, di Cosenza, di Castrolibero e di Marano Marchesato. Eppure, nel faldone finiscono solo alcuni spezzoni dei verbali raccolti da Bruni. Un copione identico a quello già applicato con Ernesto, e che si ripeterà puntualmente anche quando a collaborare con la giustizia sarà Daniele Lamanna.
I fratelli Lamanna – Daniele e Carlo sono due dei quattro figli del signor Lamanna, che dalla metà degli anni Settanta gestisce insieme alla moglie il Gran Caffè Renzelli, storico locale situato in piazza Aulo Giano Parrasio, uno slargo del principale corso Telesio, oltre alla buvette del prestigioso teatro cittadino Teatro Alfonso Rendano, in piazza XV Marzo. Sono gli anni in cui Cosenza vecchia è ancora il cuore pulsante della città e sta per iniziare il grande esodo verso i quartieri popolari. Ci sono la Prefettura e la Cassa di Risparmio, e corso Telesio, insieme a lungo Crati, costituisce il centro commerciale della città.
Gli affari vanno bene. Daniele e Carlo possono permettersi di fare i figli di papà. A differenza dei loro coetanei di Cosenza vecchia, vestono firmato e cavalcano moto di tendenza. Il padre compra anche un appartamento a Rende, la zona dei ricchi, dei benestanti. Carlo frequenta il “Telesio”, mentre Daniele frequenta il ginnasio all’Arcivescovile ed entrambi mostrano presto tendenze fasciste. Riempiono la piazzetta dove ha sede il Bar Renzelli di scritte di quella matrice. Marcano il territorio. Sarà Salvatore Iaccino, detto Aciaddru, a cancellare quelle infami scritte e ad affrontare Daniele, che ne rivendicava l’opera.
I Bella Bella abitano a pochi passi dal Bar Renzelli, ara Vineddra da Nivi, e frequentano Giuseppe Bonfiglio, che gestisce un negozio di fiori su corso Telesio ed è il cognato dei fratelli Lamanna. Giuseppe è già operativo nel ramo delle rapine in banca: organizza batterie di rapinatori e fornisce logistica, piani e obiettivi. In quegli anni, a Cosenza vecchia operano diverse batterie. La rapina in banca è una pratica diffusa e finirà per entrare nelle cronache con un nome preciso: “la banda del taglierino”. Le batterie cosentine riescono persino a ritagliarsi una certa fama nell’ambiente. Per capacità di esecuzione e determinazione entrano di diritto nell’olimpo dei rapinatori, accanto ai bergamaschi e ai catanesi.
Daniele e Carlo, anche grazie alla frequentazione del cognato Giuseppe Bonfiglio, entrano in contatto con Michele e Luca Bruni e iniziano a frequentarsi. Michele è già considerato un boss. Siamo agli inizi degli anni Novanta e gli affari del bar, da un po’, non vanno più bene. La proprietà storica chiede la restituzione dell’attività e il padre ripiega su una rosticceria, sempre su corso Telesio, a pochi passi dal bar. L’attività però non decolla e il benessere a cui Carlo e Daniele si erano abituati inizia a venire meno. Servono soldi, e la strada più breve per farli è buttarsi nella mischia. Inizia così la loro ascesa criminale. Michele e Carlo legano subito: diventano inseparabili e si danno parecchio da fare. Michele intuisce immediatamente le capacità operative di Carlo che, più di Daniele — ancora “riservato” — si dimostrerà pronto a qualsiasi cosa. Il figlio di papà che tutti conoscevano si è trasformato in un pericoloso malavitoso. Gioca a fare il pariolino de noantri. Stare vicino a Michele, considerato in quegli anni l’astro nascente della malavita cosentina, rappresenta per lui una rivalsa verso chi ha sempre pensato che, senza i soldi di papà, non sarebbe sopravvissuto un giorno. E soprattutto vuole dimostrate a tutti che non è mai stato “nu minchiuni”. La gente del quartiere fatica un po’ a vederli in quella veste, ma presto si abituerà a considerarli per quello che sono diventati: malandrini… 4 – (continua)
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