Intervista alla curatrice Gabriella Rebello Kolandra


La pratica curatoriale di Gabriella Rebello Kolandra si colloca in uno spazio di attraversamento: geografico, linguistico, disciplinare. Nata in Brasile nel 1993 e formatasi tra Rio de Janeiro e Venezia, oggi attiva a Milano, Kolandra costruisce il proprio lavoro a partire da una condizione di dislocamento che non è solo biografica, ma struttura di pensiero. Il suo percorso, infatti, intreccia architettura, arti visive e curatela, muovendosi lungo i margini delle discipline e interrogandone costantemente i limiti, in particolare quelli del linguaggio, inteso non come strumento neutro ma come campo di tensione e possibilità. Dall’esperienza accademica in un’università pubblica del Sud globale fino al confronto con il contesto istituzionale europeo, il suo lavoro si è progressivamente orientato verso una curatela attenta ai processi, alle condizioni materiali della produzione artistica e alle relazioni che si generano intorno all’opera.

La pratica curatoriale di Gabriella Rebello Kolandra

Un approccio che rifiuta letture univoche e logiche esclusivamente legate alla legittimazione del mercato, privilegiando invece forme di sostegno alle pratiche emergenti e alla ricerca, anche quando queste si muovono in territori di frizione e instabilità. Negli anni, Kolandra ha sviluppato progetti in cui il vissuto personale si intreccia a una riflessione più ampia su migrazione, attraversamento e identità, come nel programma espositivo di Platea a Lodi o nel progetto Santa do pau oco, vincitore del Premio Meridiana del Museo Madre di Napoli. In queste esperienze, il concetto di Sud si espande oltre la dimensione geografica per diventare una categoria critica capace di mettere in relazione il Mediterraneo e l’America Latina, le eredità coloniali e le pratiche artistiche contemporanee.

Il Sud secondo Gabriella Rebello Kolandra

In questa intervista ripercorre le tappe principali della sua formazione e del suo lavoro, restituendo una visione della curatela come pratica situata, relazionale e profondamente politica: un campo in cui l’exhibition making diventa spazio critico e interdisciplinare, e in cui la frizione, tra linguaggi, contesti e posizioni, non viene risolta, ma riconosciuta come condizione produttiva.

Installation view: Santa do pau oco, a cura di Gabriella Rebello Kolandra, museo Madre, Napoli, 2026. Ph: Amedeo Benestante
Installation view: Santa do pau oco, a cura di Gabriella Rebello Kolandra, museo Madre, Napoli, 2026. Ph: Amedeo Benestante

Intervista a Gabriella Rebello Kolandra

In che modo il tuo vissuto personale entra nella tua pratica curatoriale?
È inevitabile che il proprio vissuto informi, in modi più o meno espliciti, la pratica e la ricerca. Nel mio caso, la pratica curatoriale si articola anche a partire da un’esperienza di dislocamento che, nel tempo, ha assunto una dimensione strutturale del mio modo di pensare e lavorare. Studio, ricerca e lavoro si sono intrecciati a un percorso migratorio che ha aggiunto strati di complessità non solo al pensiero, ma anche alla sua formalizzazione. In questo processo ho trovato nei limiti del linguaggio un alleato fondamentale per pensare la pratica curatoriale.

Qual è stata la tua formazione iniziale e come sei arrivata all’arte e alla curatela?
La mia formazione inizia in Brasile, a Rio de Janeiro, dove ho studiato architettura e urbanistica presso l’università federale dello Stato. Durante il percorso ho trascorso un anno in interscambio all’Università Iuav di Venezia: grazie a un piano di studi flessibile e all’attraversamento di diversi ambiti disciplinari, questa esperienza ha segnato un punto di svolta. È lì che ho compreso che ciò che mi interessava dell’architettura andava oltre la disciplina, avvicinandomi sempre più all’arte e alle sue possibilità. Rientrata in Brasile per concludere la laurea, la tesi – sviluppata con il supporto di due docenti disponibili a sostenere un progetto che si discostava dall’eredità modernista dell’architettura brasiliana – è diventata il mio primo studio per la realizzazione di una mostra. Questo lavoro ha aperto un percorso di ricerca nelle arti visive e nella pratica curatoriale.

Come sei arrivata a Milano e cosa ha significato questo passaggio?
Con l’intento di dare continuità a quel progetto, ho fatto domanda per alcune borse di studio internazionali, tra cui quella che mi è stata assegnata alla Naba di Milano. È così che nel 2019 mi sono trasferita nella città in cui vivo e lavoro tuttora.

Che esperienza è stata la collaborazione con Fondazione ICA Milano?
La collaborazione con la Fondazione ICA Milano, dal 2021 al 2025, è stata profondamente formativa e un importante luogo di confronto con il lavoro istituzionale. All’interno di un team compatto, seguire la costruzione di progetti espositivi complessi ha significato lavorare a stretto contatto con pratiche artistiche di generazioni e linguaggi differenti, confrontandosi con le condizioni materiali della produzione e, non ultimo, con il pubblico. L’attenzione verso le giovani pratiche attive sul territorio, filone di ricerca di ICA Milano a me particolarmente caro, ha trovato espressione in Whose is this?, mostra personale di Isabella Costabile, co-curata con Chiara Nuzzi.

Nel 2025 sei stata invitata a curare il programma di Platea a Lodi: come nasce questo progetto? Quali artisti e riferimenti hanno contribuito a definire il programma?
Nel 2025 ho ricevuto l’invito a curare il programma espositivo annuale di Platea, spazio non-profit dedicato alle giovani pratiche artistiche, con la particolarità di essere una vetrina affacciata sul corso principale della città. Nine out of ten movie stars make me cry nasce da una riflessione in corso intorno alla condizione di dislocamento e di attraversamento, declinata in modi diversi nelle pratiche degli artisti coinvolti, e alle modalità di fruizione dell’opera d’arte. Il programma ha coinvolto, oltre a Margherita Moscardini – da cui ho ricevuto l’invito – le artiste e gli artisti emergenti Ulyana Nevzorova, Rebeca Pak, Vashish Soobah e Marvin Gabriele Nwachukwu. Il titolo riprende una canzone del 1972 di Caetano Veloso, scritta durante il suo esilio politico a Londra nel periodo della dittatura militare brasiliana.

Il Premio Meridiana del Museo Madre segna un nuovo capitolo nel tuo lavoro: come si struttura il progetto?
La vincita del Premio Meridiana per curatori under 45 del Museo Madre di Napoli dà origine nel 2026 a un progetto che mette in dialogo tre artiste di generazioni differenti: Clarissa Baldassarri, Maria Luce Cacciaguerra e Anna Maria Maiolino. Il premio, come la linea meridiana, intende far luce sullo stato delle pratiche emergenti in relazione al territorio del Mezzogiorno italiano. Per rispondere alla chiamata del museo ho lavorato sul concetto di Sud, espandendolo verso un’idea di Sud Globale e tracciando percorsi che attraversano tensioni comuni, dal Mediterraneo all’America Latina. Santa do pau oco prende il titolo da un’espressione del linguaggio popolare brasiliano legata al periodo dell’estrattivismo coloniale portoghese. Il termine fa riferimento a statue di santi cattolici utilizzate per nascondere l’oro di contrabbando; nel linguaggio popolare indica qualcuno che appare in un modo ma cela un’altra natura. A partire da questa figura ambivalente, la mostra riunisce tre artiste le cui pratiche condividono un interesse per il linguaggio e per i limiti percettivi.

Come definiresti oggi il tuo approccio curatoriale?
Il mio approccio affonda le radici in un ambiente accademico pubblico, nel Sud del mondo, e si concentra sulla costruzione di contesti di supporto per pratiche non orientate esclusivamente alle logiche di legittimazione del mercato. Mi interessa una curatela attenta ai processi, alle relazioni e alle condizioni del lavoro artistico, capace di generare incontri che non si esauriscono nel formato espositivo e che riconoscono la frizione come condizione produttiva, rafforzando l’exhibition making come spazio critico e interdisciplinare.

Caterina Angelucci

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