Analisi della sentenza di Rovigo sulla responsabilità dell’avvocato che cita precedenti inventati dai chatbot e rischia la condanna per abuso.
In un’epoca dove la tecnologia promette di facilitare ogni compito, anche il settore legale subisce scossoni imprevisti. Non si tratta di fantascienza, ma di aule di tribunale reali dove algoritmi troppo sicuri di sé creano problemi concreti ai professionisti. La domanda sorge spontanea quando ci si imbatte in errori grossolani dettati dalla pigrizia informatica: cosa succede se l’avvocato usa l’intelligenza artificiale per le sentenze? La risposta arriva da un caso recente che mette in guardia chiunque pensi di sostituire lo studio delle carte con un semplice clic. Il confine tra innovazione e negligenza diventa sottile, portando a sanzioni pecuniarie che pesano non solo sul portafogli ma anche sulla reputazione professionale di chi assiste i cittadini.
Qual è la regola generale per chi usa l’intelligenza artificiale in tribunale?
La regola generale stabilisce che l’avvocato ha il dovere di controllare ogni informazione che inserisce nei propri atti. Se il legale cita precedenti giurisprudenziali inesistenti o deformati, scatta una violazione dei doveri di diligenza professionale (art. 1176 cod. civ.). Questo accade anche se il professionista agisce in buona fede, ovvero se l’errore deriva da un uso superficiale degli strumenti di intelligenza artificiale generativa. In questi casi, il giudice può condannare la parte per responsabilità processuale aggravata (art. 96 cod. proc. civ.). Tale sanzione ha un doppio scopo: da una parte serve a risarcire il danno subito dalla controparte, dall’altra ha una funzione punitiva perché punisce l’inutile spreco di tempo e risorse della giustizia. Il professionista non può giustificarsi con il fatto che il software ha fornito risposte sbagliate. Egli rimane il solo responsabile della verità dei fatti e della correttezza delle sentenze che sottopone al magistrato per sostenere le proprie ragioni.
Cosa è accaduto concretamente nel caso deciso dal Tribunale di Rovigo?
La vicenda nasce da un conflitto familiare piuttosto comune. Due fratelli hanno deciso di citare in giudizio la propria sorella. L’accusa riguardava un presunto arricchimento senza causa. I fratelli sostenevano che la donna, durante il periodo in cui aveva ricoperto il ruolo di amministratore di sostegno della loro madre, avesse gestito male il patrimonio. In gergo tecnico si parla di mala gestio. Durante la causa, l’avvocato della sorella ha presentato delle memorie difensive per smontare le accuse dei fratelli. Per rendere più solide le sue tesi, ha inserito nel testo quattro sentenze della Corte di Cassazione, complete di numero e virgolettati. Tuttavia, quando il giudice ha effettuato le verifiche di rito, è emersa una realtà sorprendente: quelle sentenze non esistevano. O meglio, i numeri dei provvedimenti corrispondevano a documenti reali, ma il contenuto era totalmente diverso. Una delle sentenze citate, ad esempio, non parlava affatto di amministrazione di sostegno, ma si occupava di diritto dell’immigrazione.
Come ha reagito il giudice davanti a sentenze del tutto inventate?
Il magistrato del Tribunale di Rovigo (sentenza 278, sezione Prima del 08-05-2026) non ha creduto alla malafede intenzionale dell’avvocato. Ha infatti ritenuto inimmaginabile che un professionista decidesse di inventare di sana pianta dei precedenti legali per ingannare la corte. Tuttavia, ha individuato una colpa grave nella condotta del difensore. Quando il giudice ha chiesto spiegazioni, l’avvocato ha depositato nuovi documenti reali, senza però giustificare le citazioni “fantasma” precedenti. Il tribunale ha stabilito che si tratta di un uso acritico della tecnologia. Il legale ha preso per buono il risultato di un chatbot senza svolgere la minima verifica. Questo comportamento configura un abuso del processo. La legge sanziona chi costringe il giudice e la controparte a perdere tempo per analizzare prove o riferimenti normativi che si rivelano poi falsi. Anche se l’avvocato non voleva mentire, la sua superficialità ha danneggiato il sistema giustizia.
Perché i chatbot arrivano a inventare sentenze inesistenti?
Il fenomeno è noto tra gli esperti come allucinazione dei modelli di linguaggio. L’intelligenza artificiale generativa non è un motore di ricerca che estrae dati da un archivio sicuro. Essa funziona su base statistica: cerca di prevedere quale sia la parola successiva più probabile in un discorso. Questi strumenti sono addestrati per essere coerenti e convincenti, non necessariamente per dire la verità. Se il software non trova una risposta esatta nei suoi dati, tende a “indovinare” per soddisfare la richiesta dell’utente. Poiché i metodi di addestramento premiano la fluidità del testo più che l’ammissione di ignoranza, il chatbot produce risposte che sembrano perfette ma sono prive di fondamento reale. Nel caso di Rovigo, l’algoritmo ha probabilmente mescolato pezzi di sentenze diverse o ha creato un testo plausibile che ricalcava lo stile giuridico, inducendo in errore il professionista che non ha verificato la fonte originale.
Quali sono le sanzioni previste per la responsabilità processuale aggravata?
Il codice di procedura civile prevede strumenti specifici per contrastare chi agisce in giudizio con leggerezza o malafede. Nel caso specifico, la convenuta è stata condannata nonostante le domande dei fratelli siano state in gran parte respinte o dichiarate inammissibili. Le sanzioni applicate sono le seguenti:
-
pagamento di 500 euro a favore dei fratelli per la responsabilità di cui al terzo comma dell’articolo 96 (art. 96 cod. proc. civ.);
-
pagamento di ulteriori 500 euro in favore della Cassa delle Ammende per la responsabilità prevista dal quarto comma dello stesso articolo (art. 96 cod. proc. civ.).
Queste somme servono a sanzionare il comportamento scorretto che ha appesantito il lavoro del tribunale. La condanna colpisce la parte assistita dall’avvocato, la quale potrà poi rivalersi sul professionista per l’errore commesso. È un segnale chiaro: la tecnologia può essere un supporto, ma non esonera mai l’uomo dal controllo di qualità sul proprio lavoro.
Qual è il rischio per il cittadino che si affida a un avvocato?
Il cittadino deve sapere che ogni atto firmato dal proprio difensore ha riflessi diretti sulla sua posizione processuale. Se l’avvocato commette una negligenza professionale utilizzando strumenti informatici in modo errato, le conseguenze economiche ricadono inizialmente sul cliente. La sentenza di Rovigo chiarisce che il dovere di diligenza (art. 1176 cod. civ.) richiede un impegno costante nella verifica delle fonti. Per i lettori del sito è utile comprendere che il diritto non è una materia che può essere delegata interamente a un software. Un errore nella citazione di una sentenza può trasformare una causa potenzialmente vincente in una sconfitta economica. La giustizia richiede certezze e l’uso superficiale delle innovazioni tecnologiche viene punito severamente dai giudici, i quali vedono nell’introduzione di dati falsi una minaccia alla correttezza del dibattito giudiziario.
Come distinguere tra una difesa legittima e un abuso del processo?
La linea di demarcazione risiede nell’utilità e nella correttezza degli atti presentati. Si parla di abuso del processo quando una parte utilizza i propri poteri legali per scopi diversi da quelli previsti, rallentando la macchina giudiziaria. Citare quattro sentenze inesistenti rientra perfettamente in questa categoria. Anche se l’avvocato ha poi cercato di rimediare fornendo giurisprudenza reale, il danno era già fatto. Il tempo impiegato dal giudice per smascherare le citazioni inventate è tempo sottratto ad altri cittadini. La condotta deve essere valutata con rigore:
-
il professionista deve sempre verificare il numero della sentenza;
-
la data del provvedimento deve corrispondere all’archivio ufficiale;
-
il principio espresso deve essere coerente con il caso trattato;
-
il testo citato tra virgolette non deve subire manipolazioni o invenzioni.
Se mancano questi passaggi, il rischio di una condanna diventa concreto. L’intelligenza artificiale è un’opportunità, ma se usata male si trasforma in una trappola costosa per chiunque entri in un’aula di tribunale.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Raffaella Mari
Source link

