La vicenda non riguarda una pasta ritirata dagli scaffali né un allarme sanitario. Il terreno è quello della pratica commerciale: quando un pacco valorizza l’Italia con parole, colori o simboli, l’origine agricola del grano deve comparire in modo tale da non alterare la scelta d’acquisto.
Nota al lettore: il fascicolo pubblico disponibile al momento della chiusura del pezzo contiene un esposto delle associazioni, un precedente AGCM con impegni obbligatori e dati aziendali comunicati da Divella sul proprio sito.
Sommario dei contenuti
L’esposto all’AGCM: il fatto giuridico adesso
Il perimetro immediato è amministrativo: Codacons e Adusbef chiedono all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di verificare se l’attuale confezione della pasta Divella rispetti gli impegni assunti nel precedente procedimento. Il documento chiede controlli anche con il supporto della Guardia di Finanza e sollecita eventuali sanzioni solo dopo accertamento dei fatti.
La cronologia verificata da ANSA coincide con questa sequenza: esposto depositato il 12 giugno 2026, contestazione centrata sull’origine del grano e assenza di una decisione AGCM già pubblicata sul nuovo episodio. Questo confine è necessario per leggere correttamente la vicenda: l’esposto apre una richiesta di controllo, non sostituisce il giudizio dell’Autorità.
Il precedente AGCM PS11416
Il fascicolo PS11416 nasce nel 2019 sulle modalità con cui la pasta di semola Divella veniva presentata in confezione e sul sito aziendale. L’Autorità aveva isolato un rischio: i richiami molto visibili all’italianità del prodotto potevano far percepire come italiana anche la materia prima agricola quando il grano duro utilizzato proveniva anche dall’estero.
Nel provvedimento l’AGCM ha reso obbligatori gli impegni proposti da Divella e ha chiuso il procedimento senza accertare l’infrazione. Il nucleo di quegli impegni era concreto: inserire sul fronte della confezione la dicitura “Pasta di semola di grano duro coltivato in Italia e Paesi UE e non UE. Macinato in Italia” e rendere chiara la provenienza del grano nel sito.
Produzione italiana e grano estero: due piani da separare
La formula Prodotto in Italia riguarda le fasi industriali svolte nel Paese, dalla trasformazione della semola alla pasta confezionata. L’origine del grano indica invece il luogo di coltivazione della materia prima. La sovrapposizione visiva tra questi due livelli è il cuore della contestazione.
In una confezione alimentare il fronte lavora in pochi secondi: marchio e simboli costruiscono la prima impressione. L’informazione sul grano deve quindi reggere la stessa soglia di leggibilità quando il messaggio commerciale insiste sull’identità italiana del prodotto trasformato.
La contestazione visiva sul pacco
L’esposto insiste sulla distanza grafica tra i richiami d’italianità e l’indicazione della materia prima. Secondo Codacons e Adusbef l’origine del grano sarebbe collocata in area marginale, con caratteri ridotti e contrasto cromatico debole rispetto a tricolore, simboli nazionali e formule come Made in Italy.
Sky TG24 conferma lo stesso perimetro della contestazione. Il nodo è la resa percettiva della dicitura: la sola presenza testuale vale poco quando il consumatore medio incontra prima un segnale grafico più dominante.
Il dato Divella aggiornato sul grano
La pagina istituzionale Divella dedicata a qualità e sostenibilità indica, al 12 giugno 2026, una pasta prodotta con semola ottenuta per il 65% da grani coltivati e macinati in Italia e per il 35% da grani duri coltivati in Paesi dell’Unione Europea e in Paesi extra UE, sempre macinati in Italia.
Questo dato rende più nitido il tema per il consumatore: il prodotto mantiene il legame con la manifattura italiana dichiarata dall’azienda ma la materia prima agricola non coincide integralmente con il territorio nazionale. La distanza tra identità industriale e origine colturale è il margine nel quale si gioca la chiarezza della confezione.
La proroga nazionale fino al 31 dicembre 2026
La cornice nazionale risulta ancora attiva: la Gazzetta Ufficiale fissa al 31 dicembre 2026 il termine finale del regime sperimentale sull’indicazione dell’origine del grano duro per paste di semola. Il decreto del 26 dicembre 2025 mantiene quindi vivo l’obbligo sul Paese di coltivazione del grano e sul Paese di molitura.
La norma copre il contenuto informativo minimo. Il precedente AGCM aggiunge un livello ulteriore quando la comunicazione commerciale usa richiami forti all’Italia: l’informazione sul grano deve apparire abbastanza vicina al claim principale e leggibile da impedire confusione nella scelta d’acquisto.
La posizione agricola sul valore del grano
Coldiretti ha sostenuto pubblicamente l’esposto e ha inquadrato la vicenda come un caso di italian sounding nel mercato interno. La sua posizione allarga il tema dal solo rapporto consumatore-azienda alla tutela della filiera cerealicola nazionale: se la confezione evoca l’Italia ma il grano è in parte estero, il valore reputazionale del prodotto diventa terreno di conflitto tra industria e agricoltura.
Questo è il motivo per cui il caso non si esaurisce nella grafica del pacco. La pasta secca lavora su una materia prima sensibile per prezzo, disponibilità e tenuta tecnologica; comunicare l’origine con chiarezza incide anche su come il mercato remunera il grano italiano rispetto alle miscele internazionali.
Il rischio amministrativo per Divella
Nel provvedimento PS11416 l’Autorità ha previsto la riapertura del procedimento in ipotesi di mancata attuazione degli impegni, mutamento della situazione di fatto o informazioni incomplete. La stessa delibera richiama, in caso di inottemperanza, una sanzione amministrativa da 10.000 a 5.000.000 euro; nei casi reiterati è indicata anche la sospensione dell’attività d’impresa fino a trenta giorni.
Applicare quelle conseguenze richiede un accertamento dell’AGCM. La soglia attuale è quindi preliminare: l’esposto mette l’Autorità davanti a un controllo di conformità tra impegni già obbligatori e confezioni presenti sul mercato.
Come controllare il pacco al supermercato
Per chi acquista, la verifica utile parte dal fronte e prosegue sul retro. La dicitura da cercare riguarda il Paese di coltivazione del grano e il Paese di molitura. Se il pacco valorizza molto l’Italia attraverso colori o parole e l’origine del grano si legge solo dopo una ricerca attenta, nasce proprio la frizione descritta dall’esposto.
Il caso Divella aiuta a chiarire una regola semplice: pasta prodotta in Italia e grano coltivato in Italia sono informazioni diverse. La prima riguarda la trasformazione; la seconda riguarda la materia prima.
Il precedente interno su Granoro e il QR di filiera
Sbircia ha già affrontato il tema da un’angolazione diversa con il progetto Granoro Dedicato e QR blockchain per il grano pugliese. In quel caso il pacco aggiunge un accesso digitale alla filiera. Qui il problema è inverso: prima ancora di entrare in un QR o in una scheda digitale, l’informazione obbligatoria deve superare la prova più elementare dello scaffale.
Il confronto mostra una traiettoria del mercato: chi comunica origine agricola e identità italiana non compete più solo sul logo. Compete sulla verificabilità immediata del messaggio.
La decisione ora passa all’Autorità
Il nuovo esposto apre un bivio amministrativo chiaro. L’AGCM valuterà se archiviare, chiedere documenti, svolgere controlli o avviare un procedimento. Fino a una decisione pubblica, il dato editoriale corretto è uno: esiste una richiesta di verifica su impegni già obbligatori e su una confezione giudicata dalle associazioni poco leggibile.
Per Divella la replica sostanziale passa dai fatti verificabili: posizione della dicitura, dimensione dei caratteri, contrasto grafico e coerenza fra pacco e sito. Per i consumatori la tutela passa da una confezione che consente di distinguere subito il luogo di produzione della pasta dal luogo di coltivazione del grano.
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Junior Cristarella
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