Atefa Ghafoory, la giornalista in esilio: «L’arma delle donne afghane è la conoscenza»


«Ho pianto per le ragazze di Herat. Comprendo il loro dolore con tutta me stessa. Da lontano combatto con la mia arma silenziosa, la penna che tengo in mano. Combatto affinché le ragazze del mio Paese possano un giorno respirare la libertà e vivere davvero. Scrivo e protesto contro tutte le amarezze che le donne afghane stanno attraversando». Dall’esilio in Svezia dove, continua a lavorare per sostenere l’istruzione delle donne afghane, Atefa Ghafoory, giornalista pluripremiata e attivista originaria di Herat da cui è scappata con una fuga rocambolesca durata oltre tre mesi, in cui ha cambiato cinquanta rifugi, segue con apprensione le notizie che arrivano dalla sua terra. Soprattutto da Herat dove fra l’8 e il 9 giugno sono scoppiate le prime proteste contro l’accanimento dei Talebani nei confronti delle donne e il popolo che chiede pane, educazione e libertà e a cui l’Occidente ha voltato le spalle quasi cinque anni fa, dopo una tragica evacuazione nell’agosto del 2021.

Ghafoory è riuscita ad arrivare in Italia con suo marito, il figlio, e i genitori. Poi si è trasferita in Svezia dove ha ottenuto l’asilo politico. Oggi studia per diventare infermiera e in esilio ha messo al mondo una bimba che ha due anni e mezzo. Diventata una delle prime giornaliste laureate della terza città dell’Afghanistan, racconta con il cuore che le fa male «Herat è la mia città natale. Una città di bontà e bellezza, una città di cultura e conoscenza. Una città dove il senso della vita è ancora vivo: un luogo il cui ossigeno ha accarezzato i miei polmoni per anni e dove sono venuta al mondo. Lì ho studiato, frequentato l’università e sono diventata una voce di protesta contro le disuguaglianze e le ingiustizie. Come giornalista, ho cercato di informare le persone con imparzialità, trasparenza e consapevolezza e, attraverso la collaborazione con organizzazioni internazionali, ho partecipato alla formazione ed emancipazione delle donne e delle ragazze afghane». 

E ora che donne, ma anche uomini, hanno sfidato i Talebani che hanno represso le proteste, arrestando e uccidendo le donne che erano scese nelle strade, spiega i suoi sentimenti contrastanti: «La mia vita oggi è divisa in due parti. Una parte è fatta delle libertà e dei diritti che vivo qui, dove ho migliorato le mie competenze linguistiche, continuando al tempo stesso le mie attività a sostegno delle donne afghane e creando opportunità educative». L’altra parte della sua vita è rimasta in Afghanistan dove ha lottato per anni per raggiungere la sua emancipazione, restando sveglia notti intere, superando ostacoli, affrontando migliaia di risposte negative senza mai fermarsi.

«Sono in contatto con le donne in Afghanistan, soprattutto a Herat, e seguo da vicino la loro situazione. La nostra arma è l’apprendimento e la conoscenza», dice a VITA con afflato. «Ho cercato, per quanto possibile, di aiutare le ragazze in Afghanistan a imparare le lingue e ad acquisire sapere», ha ricordato

La scintilla che ha fatto esplodere la rabbia popolare è stata una nuova e massiccia ondata di arresti arbitrari di donne accusate dalle autorità locali di indossare l’hijab in modo “inappropriato” o di violare i decreti che impongono l’uso del burqa e vietano persino il profumo. Sfidando la repressione, sia uomini che donne, per la prima volta insieme sono scesi in piazza al grido di “istruzione, lavoro, libertà”. L’Onu e Un Women sono intervenute pubblicamente per denunciare la repressione: arresti e spari sui manifestanti ma anche bastonate e frustate e una militarizzazione della città dopo le proteste nel quartiere di Jebrail. 

Atefa Ghafoory prova a descrivere i suoi sentimenti: «Gli abitanti di Herat ancora una volta hanno dimostrato di non accettare l’oppressione, la tirannia, l’ignoranza e l’arretratezza. Hanno versato il loro sangue nelle strade e gridato la loro rabbia. Stiamo attraversando giorni amari e difficili ma ogni proiettile sparato contro le donne dell’Afghanistan è una scure contro le radici degli oppressori e dei miliziani talebani perché il popolo afghano ha dimostrato nel corso della storia di non voler sottomettersi all’oppressione e alla tirannia».  

Ghafoory vive in Svezia ma conosce bene cosa hanno fatto i Talebani in questi cinque anni. Ossia nulla, tranne emettere norme repressive che hanno fatto sprofondare il Paese nelle tenebre e nell’oblio. «Oggi alle donne afghane non è permesso lavorare, studiare o partecipare alla vita sociale. Non possono nemmeno lasciare liberamente le loro case. È stato loro tolto il diritto di andare nei parchi, nei ristoranti e di viaggiare. Le donne vivono sotto tutte queste restrizioni in una prigione chiamata Talebani. Questo gruppo, attraverso la forza e le armi, ha persino sottratto alle donne il diritto di cercare giustizia e di rivolgersi ai tribunali per rivendicare i propri diritti. Per questo motivo queste donne non accettano questo regime di ignoranza e arretratezza e protestano», spiega Ghafoory, che ha attraversato il Paese a piedi per arrivare in Pakistan per sfuggire al secondo regime dei Talebani dopo che da piccola aveva imparato a nascondere i libri sotto il burqa e a fare lezioni segrete durante il primo regime degli studenti coranici, nel 1996. E ora fa l’elenco delle violenze dei Talebani: «Reprimono ogni protesta, aprono il fuoco direttamente sulle donne e sparano contro di loro, le arrestano, le torturano nelle prigioni e le violentano. Le donne consapevoli mettono la propria vita nelle proprie mani, scendono in strada e alzano la voce per la giustizia, dimostrando coraggio e fermezza ma la comunità internazionale deve sapere che hanno calpestato tutte le norme sui diritti umani e cancellato la libertà di espressione, la libertà di pensiero, la democrazia e tutti i diritti delle donne. Oltre a consentire il matrimonio delle bambine di nove anni, che sono ancora bambine, hanno proibito alle ragazze di studiare, chiuso i saloni di bellezza femminili e bagni pubblici femminili, vietando loro di trovarsi fuori casa senza un mahram (un accompagnatore maschio della famiglia). I signori della guerra talebani considerano legittimi i maltrattamenti e la violenza dei mariti contro le mogli e impediscono al personale sanitario femminile di lavorare in molti ospedali». 

E oggi che sta crescendo una bambina, anche solo il pensiero che qualcuno possa voler decidere del suo destino le toglie il fiato perché lei conosce quanto sia alto il prezzo della libertà che si è conquistata metro dopo metro quando viveva nel suo Paese e, nonostante la presenza della coalizione guidata dalla Nato, vedeva e denunciava i tribunali talebani che si diffondevano illegalmente nel Paese. Lei che dirigeva il comitato femminile nella parte occidentale del paese dell’Ajsc, l’Afghan Journalists Safety Committee, ha cercato di salvare le 60 giornaliste che ne facevano parte prima di fuggire. 

Quando ha lasciato l’Afghanistan, suo figlio aveva cinque anni e oggi che ne ha 9, gli ha raccontato cosa accade in Afghanistan. Lui le chiede sempre perché il destino dell’Afghanistan sia diventato questo e perché la pace non prevalga nel Paese. Sogna che un giorno l’Afghanistan entri nella lista dei migliori Paesi al mondo per il turismo. Quando ha visto che Google classificava l’Afghanistan tra i Paesi più pericolosi al mondo per viaggiare, non riusciva ad accettarlo. E conclude il suo racconto con un messaggio di speranza perché anche lei aveva l’età di suo figlio maggiore quando la sua famiglia è scappata in Iran fuggendo dal precedente regime talebano. Ne aveva sette quando, rientrata in Afghanistan, sua madre ha deciso di rischiare e mandarla in una scuola segreta per permetterle di imparare a leggere e scrivere. Dopo che nella moschea l’imam l’aveva frustata per un capello ribelle sfuggito al velo. E ne aveva poco più di otto, quando i talebani volevano comprarla per darla in sposa a uno dei miliziani, costringendo i genitori a cambiare casa per difenderla. «Oggi molti uomini sono stati costretti ad accettare gli ordini dei Talebani per sopravvivere ma il popolo attende un cambiamento nella leadership del Paese e il crollo del sistema talebano. La verità trionferà sulla menzogna e le donne afghane saranno le protagoniste di questa battaglia. Sogno il giorno in cui il controllo dell’Afghanistan sarà nelle mani di donne capaci e consapevoli e che la pace possa finalmente lenire le ferite del mio popolo».

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 Anna Spena

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