“Sistema Cosenza”. Da Nicastro a “Cipollino” Capomolla: 50 anni di connivenze e segreti



Questa ricostruzione, per quanto densa e implacabile, si rende necessaria per affermare una verità storica: sulla poltrona di procuratore capo della Procura di Cosenza non ci si siede mai per meriti o titoli. Quella poltrona è uno snodo troppo cruciale perché il sistema possa permettersi il rischio di farci sedere un “estraneo”, con il pericolo di trovarsi qualcuno che, magari guidato da un sussulto di onestà, decida di scoperchiare il vaso di Pandora. Ripercorrere gli ultimi cinquant’anni del “Porto delle Nebbie”, evidenziando la metodica propensione dei procuratori a coprire il malaffare politico, mafioso e imprenditoriale, serve a stabilire un dato fermo e inoppugnabile. Se Cipollino oggi occupa quel posto, non lo deve certo ai meriti professionali, ma alla sua totale e devota appartenenza alla cricca degli incappucciati con la toga; l’ennesimo anello di una catena a cui è affidato il compito supremo di custodire i segreti e le collusioni del sistema.

Le origini del ‘Porto delle Nebbie’, si potrebbe dire, affondano nella notte dei tempi. Ripercorrerle dalla genesi ai giorni nostri è cosa complicata, roba da speleologi delle zone grigie: bisogna scendere parecchio in profondità, in territori dove le tracce si fanno sempre più labili e le ricostruzioni sempre più difficili. A quelle profondità l’atto di nascita del sistema sfugge alla ricostruzione storica. Resta però riconoscibile la sua natura corrotta, che attraversa il tempo e sopravvive ai suoi protagonisti, lasciando tracce evidenti della propria discendenza. A partire dagli anni Settanta, infatti, emergono uomini, relazioni e vicende che consentono di osservare il modo in cui quella stessa natura si perpetua di generazione in generazione all’interno del Palazzo di Giustizia, attraverso una catena che si costruisce anello dopo anello, saldando tra loro uomini, interessi e rapporti di potere fino ad arrivare ai nostri giorni.

Alla guida della Procura di Cosenza, dalla metà degli anni Settanta, c’è Saverio Cavalcanti, che raccoglie l’eredità del lungo ventennio di Ettore Cetera. Al suo fianco operano come sostituti Oreste Nicastro e Alfredo Serafini, ai quali si aggiungerà Dario Granieri. Sono i primi anelli della catena che la documentazione storica ci consente di seguire con una certa continuità e attraverso i quali la natura corrotta del sistema emerge con sufficiente chiarezza dalle nebbie della storia. Proprio in quegli anni la “malandrineria bastarda” cosentina inizia a cambiare pelle. Una nuova generazione di criminali, guidata da giovani ambiziosi come Franco Pino, punta a trasformare quella che fino ad allora era stata una criminalità prevalentemente predatoria in una struttura più organizzata e al passo coi tempi. Un cambiamento che però non piace a Luigi Palermo, detto Giginu ‘u Zorru, il boss che in quegli anni governa gli equilibri criminali cittadini. ‘U Zorru guarda con diffidenza ai “nuovi affari” e alle ambizioni di Franco Pino. È contrario all’ingresso nel traffico di droga e teme che quella scelta possa alterare gli equilibri criminali che gli consentono di governare la città. La droga porta montagne di soldi, nuovi malandrini, nuovi rapporti con la ‘ndrangheta reggina e con le organizzazioni criminali esterne, mettendo inevitabilmente in discussione il ruolo di garante degli equilibri che Palermo si è costruito negli anni. Le conseguenze di questa contrapposizione non tarderanno ad arrivare e lo scontro tra i due diventerà inevitabile, culminando con l’uccisione di ‘U Zorru (14 dicembre 1977) e dando inizio alla prima guerra di mafia in città.

Di fronte a questa escalation criminale, la Procura guidata da Cavalcanti assiste sostanzialmente da spettatrice. L’impunità di cui godono i malandrini è talmente evidente da essere percepita dalla città come il frutto di un accordo. Il sistema corrotto può inoltre contare su un alleato prezioso: sono gli anni della contestazione politica, gli anni di piombo e del sequestro di Aldo Moro. L’attenzione degli apparati investigativi è rivolta quasi interamente all’eversione politica, ai gruppi della sinistra extraparlamentare, ai movimenti studenteschi e alle possibili derive terroristiche. Un contesto storico che offre uno schermo efficace dietro il quale nascondere l’inerzia consapevole della Procura nei confronti della criminalità cosentina. A Cosenza questa stagione troverà il suo momento simbolico nel blitz del 1979 guidato da Carlo Alberto Dalla Chiesa all’Università della Calabria.

Così, mentre la procura fa finta di inseguire la minaccia eversiva, i rapporti tra criminalità, politica, professioni e istituzioni continuano a svilupparsi lontano dai riflettori. È un modello destinato a ripetersi per decenni: cambiano i bersagli, dall’eversione politica ai movimenti antagonisti, mentre la questione politico-mafiosa continua a essere ridimensionata, negata o nascosta. Un modello che tornerà utile ad Alfredo Serafini, procuratore capo di Cosenza dal 1988 al 2008. Sarà lui a promuovere l’operazione contro il movimento No Global e sarà ancora lui a consentire a Mario Spagnuolo, il futuro “Gattopardo” della magistratura cosentina, di gestire l’operazione Garden secondo modalità destinate a lasciare un segno profondo nella storia giudiziaria cittadina. Con Spagnuolo la sequenza degli uomini che hanno attraversato il Porto delle Nebbie negli ultimi cinquant’anni si arricchisce di un nuovo anello, destinato a collegarsi a quello finale della catena: Cipollino. Una catena che, se seguita anello per anello, svela la logica profonda di questa storia: i magistrati che si susseguiranno al vertice della Procura di Cosenza — da Cavalcanti, Nicastro e Granieri, passando per Serafini e Spagnuolo fino ad arrivare a Cipollino — provengono tutti dal medesimo “vivaio” e si formano all’interno dello stesso ufficio. Più che una normale successione di dirigenti, emergence una vera e propria continuità di gestione, fondata sulla sistematica produzione di silenzi, omissioni, complicità e convenienze. Una rete protettiva senza la quale il malaffare politico-mafioso non avrebbe mai potuto consolidare il proprio potere, né radicarsi così profondamente nel tessuto cittadino.

Per dimostrare tutto questo, non serve una teoria leziosa né una ricostruzione artificiosa o forzata. Basta seguire l’evolversi degli eventi criminali di quegli anni, costantemente caratterizzati, sotto il profilo giudiziario, da impunità e complicità talmente evidenti che, per quanto le accuse qui formulate siano gravi e destinate inevitabilmente a urtare la suscettibilità di parenti, amici e colleghi dei citati, risultano difficilmente contestabili sul piano dei fatti. E i fatti, come si sa, sono ostinati.

Gestione Cavalcanti: dall’omicidio di Giginu ‘u Zorru, avvenuto nel dicembre del 1977, fino al 1981, l’anno in cui passa il testimone al suo fidato sostituto Oreste Nicastro, nello scontro tra il gruppo Pino-Sena e il gruppo Perna-Pranno si consumano sedici omicidi senza che arrivi una risposta giudiziaria degna di questo nome. Sedici morti ammazzati, una guerra che insanguina la città e nessun risultato investigativo capace di interromperla. Di più: Franco Pino, che tutti sanno essere l’assassino di ‘u Zorru, viene arrestato e subito rilasciato per mancanza di prove. Sotto la guida di Cavalcanti, la risposta dello Stato alla ferocia mafiosa, semplicemente non esiste.

Con Oreste Nicastro alla guida della Procura, dal 1981 al 1988, la situazione non cambia. In città si continua a sparare impunemente. Nel suo settennato si consumano oltre venti omicidi, tra cui quelli del povero Pasqualino Perri, dodici anni, e di Pasquale Barone, entrambi vittime innocenti della violenza mafiosa, insieme al barbaro assassinio di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza. I morti giacciono sulle strade della città senza che arrivi una risposta giudiziaria capace di interrompere la mattanza.

Oreste Nicastro è una delle figure più emblematiche all’interno del “Porto delle Nebbie”, il simbolo evidente del legame che salda il malaffare politico-mafioso alla Procura di Cosenza. Più di chiunque altro verrà dopo di lui, Nicastro non fa nulla per nascondere la propria collusione, diventando l’espressione perfetta di un sistema che viene da lontano e che vuole andare lontano. A preparare il terreno alla sua ascesa è il fratello Sandro, imprenditore vulcanico e rampante che nel 1977 fonda Teleuno, la prima emittente televisiva di Cosenza. Attorno a lui cresce rapidamente una rete di relazioni che attraversa affari, informazione, politica e ambienti criminali. Relazioni che ostenta alla Perla di Cetraro, hotel, ristorante e night club di sua proprietà, considerato da tutti il quartier generale del clan di Franco Muto, boss incontrastato del Tirreno cosentino. Sono gli anni in cui a Cosenza è opinione comune che Procura e clan facciano coppia, proprio come fanno pubblica coppia Peppino Vitelli — noto malavitoso dell’epoca, poi divenuto collaboratore di giustizia dopo l’arresto nel blitz Garden del 1994 — e la nipote di Oreste Nicastro. Peppino è anche il proprietario della discoteca “Akropolis”, molto in voga in quegli anni. Leggendarie diventeranno le bicchierate di Nicastro e dei suoi giudici con i boss nel privé della discoteca. E così, tra una bottiglia di “sciampagna” e l’altra, la malavita cosentina entra di diritto nelle stanze della Procura, già impegnata a garantire le necessarie coperture ai vertici della politica regionale sulle vicende Carical e Esac. Un bubbone enorme che avrebbe potuto travolgere il sistema di potere cittadino e far emergere il “truffaldino meccanismo perfetto”, a prova di ispezione ministeriale, costruito negli anni dalla Democrazia Cristiana di Riccardo Misasi. Eppure non succede nulla: con Nicastro e i suoi sostituti i segreti sono al sicuro.

Accanto a Nicastro, a farsi le ossa oltre a Serafini in quegli anni, c’è anche tale Francesco Mollace, magistrato chiacchierato e discusso a cui viene affidato un compito importantissimo. Quello che sta per succedere è un passaggio cruciale, perché è esattamente in questo momento che prende forma il rapporto tossico tra pm e pentiti. Molte delle anomalie, delle ambiguità e delle storture che caratterizzeranno la storia successiva della Procura di Cosenza compaiono qui per la prima volta. È in questa fase che si consolidano metodi e meccanismi destinati a sopravvivere ai singoli magistrati e ad attraversare i decenni successivi. E a questa magistrale lezione assistono tutti: Serafini, Spagnuolo, Granieri.

Per la prima volta sulla scena cosentina spunta un pentito: Antonio De Rose, forse tra le figure più tragiche della storia criminale cosentina. Ex affiliato del clan di Franco Pino, nel marzo del 1986 decide di collaborare con la magistratura quando ancora non esistono leggi premiali per i pentiti e parlare non comporta alcun vantaggio. Lo fa perché teme di essere ucciso come i suoi amici Marcello Gigliotti e Francesco Lenti. Francesco Mollace è il magistrato incaricato di raccogliere le sue dichiarazioni. De Rose ricostruisce con precisione gli assetti dei clan, indica affiliati, omicidi, nascondigli e persino luoghi di sepoltura di vittime scomparse. Mollace ascolta e riferisce. Quando, a Nicastro, diventa chiaro che le dichiarazioni di De Rose vanno oltre omicidi, rapine e assetti criminali, e rischiano di aprire uno squarcio sul sistema di impunità dentro cui quella criminalità è cresciuta, il “Porto delle Nebbie” si attiva per neutralizzarlo. Ma non può agire come sempre occultando e insabbiando: il pentimento di De Rose è sulla bocca di tutta la città e tutti si aspettano una retata. È costretto ad agire, e il 14 maggio 1986 scatta il primo maxi blitz a Cosenza guidato proprio da Francesco Mollace: 179 mandati di cattura e un’istruttoria che comprende 27 omicidi, 28 tentati omicidi e 13 rapine.

Una reazione apparentemente durissima che si rivela, in realtà, solo fumo negli occhi per i cittadini. Infatti Nicastro, attraverso Mollace, ha studiato il piano perfetto per salvare capre e cavoli. L’istruttoria presentata da Mollace si basa unicamente sulle dichiarazioni di De Rose. E questo la dice lunga sulle intenzioni della procura: il blitz del 14 maggio 1986 arriva dopo quasi dieci anni di guerra di mafia, decine di omicidi, attentati, sparatorie e regolamenti di conti che hanno insanguinato la città e la provincia. Eppure, al momento di portare il caso davanti ai giudici, la Procura non dispone di un patrimonio investigativo autonomo capace di sostenere le accuse indipendentemente da De Rose. Mancano riscontri adeguati, testimonianze, attività investigative e quell’accumulo di elementi che normalmente dovrebbe accompagnare una istruttoria costruita nell’arco di anni. Così l’intera operazione finisce per poggiare sulle parole di un solo collaboratore. Esponendo l’intero impianto accusatorio ad una vulnerabilità evidente: basta demolire il testimone principale perché crolli tutto il resto. Ed è esattamente ciò che accade.

De Rose, l’uomo che aveva raccontato per primo la guerra di mafia cosentina di colpo viene trasformato in un mitomane, in un visionario, perfino in un incapace di mente. Da accusatore diventa bersaglio. Da testimone diventa un soggetto da screditare. Costretto a sparire dalla scena, viene condannato a vivere lontano da Cosenza, al Nord, in condizioni di sostanziale emarginazione. Per anni sopravvive tra lavori precari, difficoltà economiche e stenti, privo di qualsiasi protezione e abbandonato da quelle stesse istituzioni alle quali aveva consegnato tutto ciò che sapeva. Una volta dichiarato inattendibile De Rose, gli arrestati tornano in libertà e l’impianto costruito dalla Procura si dissolve. È la prima grande vittoria del Porto delle Nebbie. Un fallimento programmato, destinato a fare scuola negli anni a venire, che produce un duplice effetto: salva uomini, relazioni e responsabilità che rischiavano di emergere dalle dichiarazioni del collaboratore e, al tempo stesso, lancia un messaggio destinato a pesare per anni su tutti i pentiti che verranno dopo. A Cosenza non basta parlare. Bisogna anche sopravvivere a ciò che si è raccontato.

L’efficacia di questa rete protettiva trova la sua definitiva conferma nei dettagli di quel blitz, a cui sfugge Pietro Pino, fratello di Franco Pino e vera mente del gruppo criminale. Pietro Pino non è soltanto un boss. È lui l’anello che lega la Procura ai clan. La sua fuga è il frutto evidente di una soffiata arrivata dalla Procura, e resta irreperibile per anni, durante i quali continua a esercitare la propria influenza senza che nessuno riesca a portarlo mai davanti a un giudice. Pietro Pino è la dimostrazione vivente che accanto alla forza militare dei clan esiste un sistema di relazioni e protezioni capace di garantirne la sopravvivenza. Un potere trasversale che si insinua nelle istituzioni e condiziona l’intera vita della città. Sarà proprio questo patrimonio di relazioni, molto più delle armi, l’eredità che Pietro Pino consegnerà al fratello Franco Pino negli anni successivi.

Di fronte alla scarcerazione di boss e gregari la città è sconcertata, ma come sempre non reagisce, assiste impotente. La situazione venutasi a creare imbarazza non poco la Procura, che decide così di porre fine all’era Nicastro e di nominare un volto meno compromesso con l’opinione pubblica: Alfredo Serafini. Una figura tutt’altro che nuova: inizia a navigare nelle acque torbide della Procura nel 1962 e ci resta fino al 1980, attraversando tutta la stagione di Ettore Cetera e quella di Nicastro. Nel 1980 viene nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Castrovillari, dove rimane fino al 1984 per poi far ritorno a Cosenza con funzioni di Presidente di Sezione, proprio nell’anno, guarda caso, in cui si prepara il primo grande blitz del 1986. Nel 1988 viene nominato procuratore capo di Cosenza, e ci resterà per ben vent’anni. A differenza di Nicastro, Serafini è più prudente, ma non per questo meno colluso. Anzi, la sua complicità si muove nell’ombra: quando subisce un furto in casa, la malavita si attiva immediatamente per risarcirlo, recapitandogli un lingotto d’oro. Un atteggiamento di deferenza che si deve evidentemente a chi tiene tutta la polvere sotto il tappeto. Più chiaro di così.

L’attività preferita di Serafini è quella di istruire processi farlocchi contro i nemici del sistema. Come già detto, promuove — affidandola a un suo sodale di allora, il magistrato Domenico Fiordalisi — l’operazione No Global. A questa si sommano l’arresto di Fabio Gallo e quello di Padre Fedele: tre inchieste destinate a concludersi con l’assoluzione totale degli imputati, evidenziando la natura puramente pretestuosa dell’azione giudiziaria.

Tocca a Serafini gestire, nel 1991, il delicato passaggio di consegne con le neonate Direzioni distrettuali antimafia. Le competenze sulle questioni di mafia da quel momento in poi passano a Catanzaro, dove ha sede la DDA. Il Porto delle Nebbie perde così il controllo diretto delle indagini di mafia. All’apparenza sembra un grosso guaio, ma in realtà il problema non si pone, perché Serafini ha già la soluzione pronta. I suoi contatti con Catanzaro sono solidi: fin dall’inizio degli anni Settanta a gestire la Procura e il Tribunale di Catanzaro ci sono Mariano Lombardo insieme a Giuseppe Chiaravalloti. Lombardo è un amico degli amici, e dimostrerà di essere tale quando scatta il blitz Garden: Lombardo si schiera apertamente con Serafini e favorisce l’applicazione alla neonata DDA di Mario Spagnuolo, il “Gattopardo”, affiancato da un giovane Vincenzo Luberto per il suo apprendistato nella cricca. La mossa si rende necessaria perché, oltre a Spagnuolo, a lavorare all’operazione c’è pure il magistrato Stefano Tocci che sta raccogliendo le prime cantate di Franco Garofalo — allora esponente di vertice, con il grado di santista, del clan Perna-Pranno, contrapposto a quello Pino-Sena — che ha deciso di saltare il fosso dopo l’omicidio della suocera e del cognato nel 1991. Il pericolo per la cricca è grosso: Garofalo sa molte cose. Per fermarlo, e soprattutto per allontanare Stefano Tocci dal processo, Mario Spagnuolo ingaggia al suo servizio Franco Pino, che darà il via alla lunga scia di pentimenti. Franco Pino dirà e farà tutto quello che Spagnuolo gli chiede, in cambio di privilegi e impunità. Alla fine, come tutti sanno, il processo finirà a tarallucci e vino. Il metodo applicato con De Rose da Nicastro ha di nuovo funzionato.

La totale affidabilità di Lombardo verso il sistema si vedrà ancora meglio qualche anno dopo, quando osteggia con ogni mezzo necessario Luigi De Magistris, arrivato a Catanzaro nel 2002, proprio mentre il magistrato sta lavorando sugli intrallazzi dei politici calabresi che confluiranno nelle inchieste Poseidone e Why Not. Lombardo farà fuoco e fiamme contro De Magistris, e questo perché tra i soggetti coinvolti nelle indagini c’è proprio il suo vecchio amico e compare Giuseppe Chiaravalloti.

Arriva il 2008 e con esso la fine del ventennio di Serafini. A lui subentra un altro volto storico del Porto delle Nebbie: Dario Granieri, che resterà sulla poltrona di procuratore fino al 2016. Otto anni cruciali per le sorti del sistema cittadino, che attraversano tre date importanti: il 2011 e il 2016, anni in cui si sono svolte le elezioni comunali a Cosenza, oggetto proprio delle dichiarazioni dei pentiti nell’informativa “Sistema Cosenza” sul voto di scambio; e il 2014, l’anno del blitz Nuova Famiglia. Il suo compito sarà sostanzialmente quello di coprire le spalle agli Occhiuto e accertarsi che a seguire i nuovi pentiti di “Nuova Famiglia” ci siano persone fidate, che sappiano bene cosa sia il metodo De Rose. E così sarà: a gestire i pentiti di Nuova Famiglia sarà un fedelissimo del “Gattopardo” Mario Spagnuolo, Vincenzo Luberto.

Con il controllo dei pentiti saldamente nelle mani dei fedelissimi, il terreno è pronto per il ritorno di uno dei registi del sistema: nel 2016, sulla poltrona di procuratore capo, si siede finalmente Mario Spagnuolo. Laureatosi nel 1976 a Pisa, trova subito collocazione come funzionario al Ministero dell’Interno nel 1977 e, nello stesso anno, vince il concorso alla Banca d’Italia; ma quella bancaria non è la sua strada. Così, nel 1978, vince un altro concorso, questa volta in magistratura. In tre anni cambia tre lavori, tutti di prestigio: quando si dice che puoi scegliere cosa fare nella vita. Nel 1981, dopo due anni di tirocinio sotto Cavalcanti, diventa giudice del Tribunale di Cosenza alla sezione penale. È lo stesso anno in cui Oreste Nicastro assume la guida della Procura. Da quel momento in poi, la sua carriera sarà costantemente caratterizzata da ambiguità e doppi giochi, agendo sempre nel nome e per conto della cricca. Che Mario Spagnuolo appartenga fin dagli albori alla cricca degli incappucciati con la toga è un dato più che sicuro.

A confermarlo sono le parole di Marco Petrini — il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, arrestato e processato per corruzione giudiziaria insieme a Marcello Manna, già sindaco di Rende e noto avvocato penalista che ebbe un ruolo importantissimo nel boicottaggio del processo Garden fedele alla linea del “Gattopardo” — il quale, in uno dei suoi primi verbali, dichiara: “ho partecipato ad una riunione nello studio dell’avvocato Pittelli sito in Catanzaro nel centro della città: era la metà del 2018 e fui condotto lì da Santoro Emilio detto Mario, c’erano altre persone fra i quali i colleghi magistrati della Corte di Appello dottor Domenico Commodaro, Fabrizio Cosentino, Giancarlo Bianchi, il collega Presidente della Sezione Riesame e Misure Prevenzione Giuseppe Valea, il procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo. Fra gli avvocati c’erano Anselmo Torchai, Salvatore Staiano… dopo la presentazione ho dichiarato la mia adesione alla loggia segreta e sono entrato nella confraternita, ho letto una formula di giuramento alla loggia, di rispetto di coloro che la componevano recante regole relative all’obbligo di fratellanza e di segreto…”.

Su Mario Spagnuolo ruotano tutti gli intrallazzi che attraversano gli ultimi quarant’anni del Porto delle Nebbie. Tra questi, come più volte detto, c’è la manipolazione dei pentiti nel processo Garden eil legam,e tossico con Franco Pino. Mario Spagnuolo agisce come un regista occulto che trama nell’ombra: una maschera impeccabile, specchio perfetto del doppiogiochismo del Gattopardo. Lui c’è sempre, anche quando non si vede; c’entra sempre, anche quando apparentemente è altrove. Gli Occhiuto devono molto a lui: senza la sua protezione non sarebbero mai arrivati dove sono. Sotto la sua ala cresce una generazione destinata a sfornare i nuovi custodi dei segreti del Porto delle Nebbie. Tra questi spicca Vincenzo Luberto. Sarà proprio il Gattopardo a piazzarlo alla DDA di Catanzaro, ripetendo lo stesso identico schema che in passato era stato applicato con lui. Una presenza strategica, che tornerà utilissima proprio in occasione della gestione dei pentiti di “Nuova Famiglia”.

Sulla figura del “Gattopardo” — protettore degli Occhiuto e dei politici amici degli amici — si salda l’ultimo anello di questa catena, che porta direttamente a Cipollino. Alla luce di tutta questa ricostruzione, appare chiaro come la scelta del testimone non sia affatto casuale: su quella poltrona si può sedere solo un uomo della cricca, e lui è stato piazzato lì con l’unico compito di continuare a proteggere i segreti del Porto delle Nebbie. e lo sta dimostrando  con noi di Iacchite’ che quei segreti stiamo svelando. Nella puntata di domani ritorneremo al novembre del 2014, al blitz “Nuova Famiglia”, l’antesignano dell’informativa “Sistema Cosenza”. Entreranno in scena i veri protagonisti di questa storia, ognuno nel proprio ruolo: la Nuova Famiglia di Rango, la famiglia “Bella Bella”, i fratelli Carlo e Daniele Lamanna, i cugini Adolfo e Ernesto Foggetti, Franco Bruzzese, e i magistrati Vincenzo Luberto, Pierpaolo Bruni, Giovanni Bombardieri, Camillo Falvo, Giuseppe Borrelli, con la partecipazione straordinaria di Nicola Gratteri, e Cipollino nei panni del nuovo guardiano dei segreti del Porto delle Nebbie. 2 – (Continua)


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