Più della metà dei festival musicali italiani non prevede il tema “accessibilità” nelle proprie mappe digitali. Il dato, emerso dal report “Non c’è, non si trova, non esiste” curato dall’Osservatorio Caratteri Cubitali su cento manifestazioni estive, fotografa una barriera invisibile ma insormontabile che si materializza molto prima di arrivare ai cancelli di un concerto. Oltre al 51% di siti web sono privi di sezioni dedicate, il 71% degli eventi nega un contatto email specifico e il 97% non prevede alcuno strumento per segnalare ostacoli strutturali o richiedere assistenza. È quello che gli attivisti definiscono il “paradosso del last minute”: questa impossibilità di pianificare la propria partecipazione a un evento, costringe una fetta di pubblico ad arrendersi ad avere solo informazioni frammentarie o tardive. Per rispondere a questo vuoto normativo e culturale, dopo un anno e mezzo di mobilitazione spontanea e 33mila firme raccolte, il movimento Live for All si è costituito formalmente in associazione a Milano: le cariche non sono ancora state decise, ma il primo obiettivo è chiaro ed è quello di arrivare a presentare una legge di iniziativa popolare.
«Siamo stufe di vedere che dai palchi dei grandi concerti vengono lanciati, giustamente, slogan e richieste di sostegno per tutto ciò che avviene fuori, mentre per la discriminazione che si consuma in quel momento, all’interno dell’evento stesso, spesso non c’è nessuna sensibilità», racconta Lisa Noja, tra le promotrici della nuova realtà associativa. Il contrasto è stridente se si considera che lo spettacolo dal vivo muove volumi d’affari milionari, in particolare nei grandi eventi negli stadi. Per Noja è semplicemente inaccettabile che in questi bilanci non si trovino lo spazio e le risorse necessari a garantire parità di trattamento ed evitare discriminazioni. L’obiettivo della nuova veste giuridica è proprio quello di superare la frammentarietà delle denunce e conquistare una rappresentatività forte nel dialogo con le istituzioni e gli operatori dello spettacolo.
Attualmente, una proposta legislativa giace bloccata in Parlamento da quasi due anni, ritenuta comunque insoddisfacente dall’associazione: un quadro normativo preciso, sul modello di quanto già avviene all’estero, è tuttavia urgente per dare linee guida chiare e vincolanti per l’intero settore. Secondo Noja, serve una norma che obblighi a implementare funzioni, strumenti e misure concrete di fruibilità: un traguardo tutt’altro che impossibile, se si mette in campo una reale disponibilità ad investire. La spinta decisiva a non mollare arriva soprattutto dal pubblico più giovane, che rivendica l’accesso alla cultura come una priorità assoluta e non negoziabile. La battaglia, del resto, si muove su un doppio binario perché le medesime barriere che escludono gli spettatori colpiscono duramente anche i lavoratori dello spettacolo e gli artisti con disabilità, spesso impossibilitati a lavorare a causa di camerini inaccessibili e palchi privi di rampe.

Di fronte alle richieste di adeguamento, la giustificazione più comune da parte degli organizzatori si fa scudo quasi sempre con i vincoli di sicurezza o l’insostenibilità economica. Noja però ribalta questa prospettiva, evidenziando un limite che è prima di tutto culturale: nella prassi attuale i piani di sicurezza vengono redatti a priori e solo in un secondo momento ci si interroga su dove collocare gli spettatori con disabilità, trattando l’accessibilità come una variabile subordinata e non come parte integrante della sicurezza stessa. L’obiettivo è capovolgere la pianificazione, partendo dai diritti delle persone che pagano regolarmente il biglietto e rivendicano lo status di cittadini a pieno titolo, senza dover chiedere gentili concessioni o favori. L’alibi della sicurezza, del resto, decade vistosamente quando si analizzano le tante barriere che non hanno alcuna attinenza con le vie di fuga: per esempio la totale assenza di investimenti per le disabilità sensoriali, i testi a scorrimento o la sottotitolazione, cose che dipendono esclusivamente dalle scelte economiche dei promoter.
Anche sul fronte del coinvolgimento del mondo artistico il panorama appare fortemente polarizzato. La solidarietà e l’applicazione pratica di soluzioni inclusive arrivano paradossalmente dai contesti più piccoli e con meno risorse a disposizione. Al di fuori di eccezioni importanti nel mainstream – come gli Stati Generali dello Spettacolo con Tosca ed Edoardo Leo o il supporto pubblico offerto da Francesca Michielin e dai Coma Cose – i grandi artisti sono rimasti finora in silenzio. Eppure, la loro voce avrebbe un peso contrattuale enorme nei confronti dei promoter. Salire su un palco e fare discorsi è facile, ma prendere a cuore una causa che avviene dentro il tuo stesso concerto, pagando anche un costo in prima persona, richiede un impegno diverso. Si tratta però in fondo soltanto di proteggere il proprio pubblico e trattare le persone con disabilità come fan, al pari di tutti gli altri.


Una dimostrazione concreta che il cambiamento è praticabile arriva invece dal mondo del calcio, dove club come Inter, Milan e Juventus hanno accolto le sollecitazioni del comitato. Le società hanno compreso che la prassi consolidata della totale gratuità del biglietto si traduceva spesso in un comodo alibi per giustificare disservizi, postazioni inadeguate o l’assenza di interventi strutturali: hanno scelto di superare quel modello e strutturare piattaforme di prenotazione trasparenti. La vera sfida si sposta ora sul futuro: in vista dei nuovi impianti di Milano e Torino, l’associazione chiederà ai club di adottare i massimi standard internazionali di progettazione universale fin dal primo mattone, dimostrando che quando ci sono ascolto e volontà le cose si possono fare.
Per scardinare alla radice la logica dell’esclusione, la proposta di legge promossa da Live for All punta a ridisegnare l’intera esperienza degli eventi attraverso riforme sistemiche, senza ricorrere a deroghe o concessioni. Il progetto normativo prevede l’unificazione digitale dei canali di vendita per azzerare le trafile burocratiche separate e la definizione di criteri percentuali certi per garantire un numero di posti realmente proporzionato alla capienza delle strutture. Parallelamente, si rivendica il superamento definitivo delle aree segregate per permettere di assistere agli spettacoli all’interno dei diversi settori insieme ai propri amici, assicurando al contempo una visibilità ottimale e servizi specifici per le disabilità sensoriali.
Infine, l’accessibilità e il design universale dovranno diventare criteri nativi e vincolanti in ogni bando o finanziamento pubblico destinato a impianti e spazi culturali. Si tratta di una grande scommessa collettiva che, in vista della giornata nazionale di confronto prevista per l’autunno, punta a trasformare lo spettacolo dal vivo da privilegio discrezionale a effettivo diritto di cittadinanza.
In apertura, foto di Vishnu R Nair su Unsplash
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Sara De Carli
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