Guerra in Ucraina: una grigia matassa, troppe volte intrecciata


11 giugno 2026 – ore 14:30 – Situazione generaleMentre i confronti politici tra partiti, la crisi iraniana e l’avvio del campionato mondiale di calcio aprono i nostri notiziari, unitamente ai familiari bollettini sulla crescita delle temperature e ai preziosi consigli volti a ricordarci la necessità di bere molta acqua, tenendo gli anziani a casa nelle ore più calde, le situazioni in Israele, Libano e in Ucraina vengono relegate in pagine interne. In tale cornice, in Europa, registriamo alcune incrinature sull’intonaco delle pareti lucenti del castello incantato di Bruxelles, irritando non poco l’arguta, lungimirante ed esperta diplomatica estone Kaia Kallas, guidata sapientemente dalla inflessibile tedesca Ursula von der Leyen. Polonia, Bulgaria, Slovacchia e Ungheria fremono, lanciando segnali di insofferenza verso l’Ucraina, dove l’astuto guitto di Kiev continua nel suo spettacolo, in cui la guerra, la corruzione e la demolizione della storia culturale slava, appaiono i capitoli fondamentali di una commedia, divenuta ora drammaticamente e unicamente una tragedia macabra. In un tale confuso scenario, come vedremo, Zelensky continua a chiedere l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Gli USA non replicano, i paesi baltici e non solo applaudono, altri europei tacciono. I russi osservano attentamente.

Nel medesimo contesto, in Russia, il Cremlino continua a lanciare strali, cercando di contenere internamente l’ondata di “falchi” che mal sopportano i continui attacchi delle forze ucraine all’interno della Russia, queste ultime, oramai legittimate dall’Europa e USA a colpire ovunque, giungendo a demolire perfino simboli storici della cultura russa. Le ingenti perdite sul fronte preoccupano, e la crescita dell’inflazione, accompagnata dall’innalzamento dei costi anche dei generi alimentari, non lascia tranquilli i vertici del governo russo. La popolazione appare stanca. Le risposte militari di Mosca continuano, limitandosi, al momento, quasi esclusivamente a colpire obiettivi militari o connessi all’industria della difesa ucraina. Mosca reagirà, questo assioma appare certo. Come e quando, ci chiediamo?

Contemporaneamente, il rapporto politico intessuto negli anni tra Iran, Russia e Cina, ovviamente infastidisce gli Stati Uniti, irritando non poco l’Amministrazione Trump, impegnata a ricercare una complessa soluzione alla crisi con Teheran, dove segnali di apertura e chiusura, attacchi militari e proposte di pace, si intrecciano continuamente, contribuendo a determinare una insicurezza generale nell’intero quadrante medio orientale. Un elastico pericoloso, perché suscettibile di spirali violente e assolutamente devastanti. Le dichiarazioni di Trump apparse nella serata del 10 giugno su Truth Social non lasciano tranquilli nessuno: “l’Iran ha impiegato troppo tempo per negoziare un accordo di pace e ora dovrà pagarne il prezzo”.

Tale incertezza politica e strategica manifestata da Washington, sta minando quotidianamente altresì la fiducia dei paesi arabi nella reale capacità statunitense di difendere le proprie ingenti e strategiche infrastrutture energetiche da possibili e improvvisi attacchi iraniani.

Le ricadute economiche su questo pericoloso stallo di Hormuz, si ripercuotono inevitabilmente sulle fragili economie europee che, preoccupate, attendono speranzose e in assoluto silenzio i prossimi sviluppi.

Nel medesimo istante, in altro quadrante, la vista ufficiale del Presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord alimenta oltremodo l’insofferenza statunitense verso Pechino. Le immediate rassicurazioni americane offerte a Seul, Tokio e Manila non sembrano essere state percepite da questi ultimi come particolarmente efficaci, contribuendo a generare anche nel quadrante dell’indo-pacifico ulteriori fibrillazioni.

Guardando alla crisi in Medio Oriente e malgrado la narrazione europea, i rapporti tra Washington e Gerusalemme rimangono estremamente granitici e anche in tale scenario, la crisi in Libano non accenna a trovare una soluzione in tempi rapidi. Le milizie di Hamas, Hezbollah e Houthi, sostenute da Teheran, continuano ad agire, riaffermando seppure con diverse “sensibilità”, la non volontà di accettare di essere disarmate né ora, né mai.

Simultaneamente, la Turchia, guidata da Erdogan, paladino della “fratellanza musulmana”, guarda sorniona e smaliziata gli eventi, conscia che potrà recitare un ruolo determinante nei futuri equilibri sia medio orientali e sia nel cd “Mediterraneo allargato”, cercando di sfruttare il rapporto privilegiato con gli USA, essendo parte della NATO, non disdegnando, al contempo, di approfondire i legami con la Russia. Non appare certo casuale che dal 15 al 17 luglio p.v., il ministro degli esteri turco Hakan Fidan, effettuerà una visita ufficiale a Mosca.

In tale scenario complesso, oggi guardiamo prevalentemente verso l’Ucraina, cercando di portare alla luce alcune posizioni non oggetto di grande attenzione nella narrazione ufficiale.

Visita del Ministro degli Esteri turco nella Federazione Russa
Il 10 giugno u.s. il Ministero degli Esteri russo ha annunciato attraverso una scarna nota che “dal 15 al 17 giugno, il Ministro degli Esteri della Repubblica di Turchia, Hakan Fidan, sarà in visita di lavoro a Mosca. È previsto un incontro con il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e altri contatti bilaterali. Prevediamo che i due ministri avranno un approfondito scambio di opinioni sull’espansione delle relazioni tra Russia e Turchia in diversi ambiti. Discuteranno inoltre di importanti questioni internazionali, tra cui la situazione in Medio Oriente, nella regione del Mar Nero, nel Caucaso meridionale, in Asia centrale e altri temi di rilievo”.

Crisi ucraina – la posizione russa espressa il 10 giugno dalla portavoce del Ministero degli Esteri, la diplomatica Maria Zakharova
La tagliente Zakharova, nella consueta conferenza stampa, dedica gran parte del tempo alla crisi ucraina, non lesinando strali contro Kiev e non solo. Tuttavia, merita rilevare che la gran parte dell’incontro viene dedicata non alla parte strettamente militare, ma bensì alla distruzione sistematica condotta da Zelensky ai simboli artici, poetici della cultura russa in Ucraina. La chiusura della riunione appare perentoria: “Questi sviluppi sottolineano la rilevanza dei compiti di denazificazione e smilitarizzazione dell’Ucraina e l’eliminazione delle minacce che si ritiene provengano dal suo territorio. Tutti questi obiettivi saranno infine raggiunti”.

In estrema sintesi Maria Zakharova afferma che:

“Il regime neonazista di Kiev continua i suoi attacchi terroristici contro la popolazione civile e le infrastrutture della Russia. La scorsa settimana, militanti delle Forze Armate ucraine hanno ucciso 43 cittadini russi e ne hanno feriti altri 234, tra cui 18 minorenni. Come sempre, citerò fatti specifici, affinché i Paesi della Minoranza Globale non abbiano motivo di affermare in seguito di non saperne nulla”.

(ndr segue elenco degli attacchi);

“le forze armate ucraine hanno appena attaccato il museo-panorama “La difesa di Sebastopoli nel 1854-1855″ proprio sotto i nostri occhi. Un capolavoro di arte di fama mondiale creato dall’artista Franz Roubaud e dedicato a una battaglia chiave della guerra di Crimea è stato completamente distrutto. Questa è l’ennesima prova del fatto che i paesi occidentali strumentalizzano il regime di Kiev per i propri interessi: vogliono distruggere le prove dei suoi crimini e delle sue sconfitte. Hanno già maturato una notevole esperienza nella distruzione di monumenti e luoghi storici sul loro territorio. Ora vogliono distruggerli sul territorio dell’ex Unione Sovietica. Questo è l’ennesimo atto barbarico perpetrato dal regime di Kiev contro un’infrastruttura civile”;

“Il 6 giugno, come ogni anno, ricorrendo l’anniversario della nascita dell’illustre poeta russo Alexander Pushkin, viene tradizionalmente celebrata la Giornata della Lingua Russa. Vorrei sottolineare che la lingua russa non è solo un nostro patrimonio; è una lingua globale, simbolo di civiltà, e una delle lingue ufficiali delle Nazioni Unite. Eppure, per il regime di Kiev, che ha dichiarato guerra a tutto ciò che è russo – prima fra tutte la lingua russa – Alexander Pushkin è considerato un avversario personale. I monumenti dedicati al grande poeta vengono sistematicamente distrutti in tutta l’Ucraina. Persino il monumento di Odessa non è stato risparmiato, nonostante la sua posizione all’interno di un sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO e la sua importanza storica, essendo stato eretto alla fine del XIX secolo con il contributo degli abitanti della città, come testimonia l’iscrizione: Ad Alexander Pushkin dai cittadini di Odessa. Il regime di Kiev non si limita a spogliare gli abitanti di Odessa di un monumento; li sta privando della loro identità civica e della comprensione di cosa significhi essere cittadini. Li sta derubando della loro memoria storica e della loro coscienza. Eppure, esiste un rimedio: la resistenza interna e la consapevolezza che questo rappresenta un autentico atto di barbarie del XXI secolo”.

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Conferenza stampa integrale nel link in descrizione
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2116586/

La Bulgaria sospende gli aiuti militari all’Ucraina.

Il noto autorevole Politico, il 10 giugno dedica ampio spazio a Sofia, aggiornando l’articolo per tutta la giornata. Nell’ultima versione, leggiamo sinteticamente che:

“La Bulgaria non invierà più armi all’Ucraina, ha annunciato martedì il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov, precisando mercoledì che cesseranno solo le donazioni, mentre le vendite di armi continueranno. Questa mossa consolida l’opposizione del nuovo governo bulgaro al sostegno dell’UE all’Ucraina, dopo la schiacciante vittoria del primo ministro Rumen Radev, alle elezioni parlamentari di aprile. La Bulgaria ha inviato 13 pacchetti di aiuti a Kiev dall’invasione russa su vasta scala del 2022, ma Radev ha definito la causa ucraina destinata al fallimento”.

“Abbiamo già chiarito che la guerra in Ucraina non si risolverà sul campo di battaglia. Stiamo assistendo a una guerra di logoramento e, per quanto si accumulino armamenti, l’unico risultato sarà la perdita di vite umane. È ora di sedersi al tavolo delle trattative”, ha dichiarato Stoyanov in una conferenza stampa martedì”.

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https://www.politico.eu/article/bulgaria-halts-ukraine-military-aid/

La crisi tra Polonia e Ucraina non accenna a diminuire.

In merito, e cercando di soddisfare le molte richieste pervenute su questa particolare crisi, desidero proporvi uno stralcio di un recente articolo di Martin King, apparso sulla rivista di geo politica “Strumenti Politici”, diretta dal noto editorialista piemontese Marco Fontana. Questo articolo, tra i pochi apparsi sui media italiani sulla vicenda, ci aiuta a comprendere non solo i fatti, ma anche, se non soprattutto, le motivazioni possibili che potrebbero aver determinato una scelta così scellerata da parte di Kiev. Leggiamo insieme:

“Gli onori al leader che collaborò coi nazisti

Il 25 maggio i resti di Andrii Melnyk e della moglie, riesumati e trasportati dal Lussemburgo, sono stati riseppelliti presso il cimitero militare nazionale vicino Kiev. Gli onori resigli ha provocato la condanna della Polonia e di Israele. Melnyk fu infatti un leader collaborazionista durante la Seconda Guerra mondiale, a capo di una delle due frange dell’OUN, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini che negli anni ’40, distinguendosi per le uccisioni di migliaia di polacchi e che partecipò attivamente all’Olocausto.

Lo scopo dell’OUN era indirizzato all’indipendenza ucraina dall’URSS, ma Melnyk spinse per una stretta cooperazione con gli invasori nazisti e per la pulizia etnica dell’Ucraina. L’aiuto dato al Terzo Reich nello sterminio degli ebrei e nella lotta ai sovietici non lo esentò dalla prigionia a Sachsenhausen per via delle sue ambizioni nazionaliste. Morì nel 1964 in esilio a Colonia.

L’influenza degli ultranazionalisti

Alla cerimonia ufficiale del riseppellimento hanno partecipato Zelensky insieme a esponenti del governo e a un ex presidente. Vi erano infatti il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il portavoce del Parlamento Ruslan Stefanchuk e poi Viktor Yushchenko, che ha guidato l’Ucraina dal 2005 al 2010. Zelensky durante la celebrazione ha descritto Melnyk come “una grande figura dell’Ucraina” e ha reso affermazioni inquietanti, come questa: “Oggi tutti noi vediamo che la concezione nazionale ucraina può superare ciò che un tempo sembrava assolutamente insormontabile”.

All’inizio della sua carriera politica l’ex attore non avrebbe mai detto o fatto qualcosa di simile, ma oggi cerca di compiacere le frange ultranazionaliste del panorama politico. Che lo faccia per convinzione o per convenienza è da stabilire: quel che è certo è che ora non punta più all’appoggio dei russofoni dell’est del Paese, bensì a quello degli ucraini delle regioni occidentali, che odiano Mosca e che sono disposti a combattere al fronte. La carenza di soldati fa sì che ci si rivolga anche alle fazioni nazistoidi e ideologizzate sul genere del Battaglione Azov.

“Un vecchio vizio”
Non è la prima volta che il passato filo-nazista di certi ucraini viene glorificato sia a Kiev che in Occidente. Certo, in Europa si cerca di non parlarne troppo, per evitare di sporcare l’immagine di un’Ucraina eroica che si difende dall’aggressione. E soprattutto per non suscitare dubbi nei cittadini che, con le loro tasse, sostengono lo sforzo militare ucraino. Qualcuno fa notare che non tutti coloro che indossano svastiche sono necessariamente dei nazisti, ma a Varsavia e a Tel Aviv non la prendono bene. Già nel 2023 si era verificato un episodio che sarebbe ridicolo se non fosse altamente spiacevole.

Proprio mentre Zelensky era in visita ufficiale ad Ottawa, i deputati canadesi si alzarono in piedi per applaudire il 98enne ucraino Yaroslav Hunka, che fece parte della famigerata Divisione Galizia, la formazione di volontari delle SS che massacrò civili e partigiani polacchi e aiutò i nazisti nello sterminio degli ebrei. In quell’occasione il portavoce della Camera Anthony Rota lo definì “un eroe ucraino, un eroe canadese” per aver combattuto contro i russi per l’indipendenza ucraina. Forse i politici canadesi furono solamente incauti, ma l’allora premier Justin Trudeau dovette scusarsi e Rota dimettersi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso
Come se non bastasse, Zelensky ha pensato bene a fine maggio di emanare un decreto con cui ha concesso il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze speciali. UPA è l’acronimo di Esercito Insurrezionale Ucraino, la formazione che combatté contro i sovietici collaborando coi nazisti e dedicandosi fra l’altro ai cosiddetti massacri della Volinia, l’uccisione di circa 100mila polacchi compiuta fra il 1943 e il 1945. La risposta politica di Varsavia è arrivata subito.

L’ex ambasciatore a Kiev Bartosz Cichocki ha restituito l’Ordine al Merito conferitogli da Zelensky nel 2022, mentre l’ex premier Leszek Miller ha affermato che assegnare un titolo dell’UPA equivarrebbe in Germania a chiamare un’unità dell’esercito tedesco Einsatzgruppe, gli squadroni della morte delle SS. Il presidente polacco Karol Nawrocki si è detto oltraggiato e ha dichiarato che farà in modo di ritirare a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza di Stato che gli aveva conferito nel 2023 il predecessore Andrzej Duda.

Ungheria ora forse sì, Polonia ora forse no
L’incidente diplomatico con Varsavia potrebbe diventare una valanga tale da infrangersi sui sogni europei di Kiev. L’intoppo è capitato proprio quando la posizione dell’Ungheria era divenuta accomodante, dopo che da molto tempo Budapest bloccava il percorso ucraino verso la UE. Ora il nuovo premier magiaro ha fatto intendere che, ottenendo adeguate garanzie sulla minoranza etnica della Transcarpazia, toglierebbe il veto all’apertura del primo capitolo negoziale per l’adesione. Ci sarebbero altri cinque capitoli da affrontare e poi servirebbe l’unanimità di tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione. Dunque, il percorso è ancora lungo, ma a Kiev non conviene inimicarsi proprio una nazione vicina geograficamente e storicamente come la Polonia.

Krzysztof Bosak, vicepresidente della Camera polacca, ha espressamente invitato il governo a ridurre l’assistenza fornita all’Ucraina e a fermarne l’ingresso nella UE, almeno fino a che tale disputa non venga risolta. O meglio fino a che gli ucraini “non abbandonino il loro culto dei criminali”, riferendosi a coloro che commisero le stragi collaborando coi nazisti. Anche senza questo problema, Varsavia era comunque piuttosto prudente nei confronti della concessione dello status di membro all’Ucraina, per i timori legati al settore agroalimentare e ai trasporti.

https://strumentipolitici.it/autogol-di-kiev-onora-i-collaborazionisti-e-si-inguaia-ladesione-alla-ue/

Il Presidente Zelensky il 9 giugno in Estonia chiede l’adesione dell’Ucraina alla NATO
Dal sito della Presidenza ucraina leggiamo il breve, ma eloquente discorso pronunciato da Zelensky il 9 giugno u.s. in Estonia, purtroppo non diretto alla pace.
Leggiamolo insieme:

“Grazie mille!
Cari amici, cari giornalisti!
Desidero ringraziare l’Estonia per aver ospitato questo Vertice, per aver ospitato me oggi, mia moglie, la First Lady e tutta la nostra squadra. Come sempre, il formato NB8 (ndr: alleanza di cooperazione regionale che unisce 8 Paesi del Nord Europa e del Mar Baltico: Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia) si dimostra estremamente pratico. L’Europa è più forte quando gli europei agiscono insieme, non separatamente. Questo è ciò che stiamo realizzando in tutti i nostri formati. Domenica abbiamo avuto il formato Ucraina-E3 (ndr: gruppo di coordinamento informale per l’Ucraina formato da Francia, Germania e Regno Unito). Oggi è l’incontro Ucraina-NB8. Grazie ancora per questa opportunità, signor Primo Ministro. Rimaniamo in contatto regolare con gli Stati Uniti. Ci stiamo preparando insieme per i prossimi vertici UE e NATO, così come per gli incontri in vista del vertice del G7. Tutto ciò può portare a risultati concreti. Come ha affermato oggi un partner durante il nostro incontro, l’Europa non può proteggersi senza l’Ucraina, e questo significa che l’Ucraina deve far parte della NATO. Ringrazio tutti i partner per averlo riconosciuto.
Ci sono tre priorità fondamentali:
Innanzitutto, rendere la diplomazia più attiva. Oggi abbiamo discusso di come farlo.
In secondo luogo, per fornire all’Ucraina sistemi di difesa aerea e rafforzare la nostra cooperazione per rendere l’Europa più forte. Sono grato a tutti i paesi che contribuiscono al nostro programma PURL. Finché l’Europa non disporrà di una produzione sufficiente di sistemi di difesa aerea e antibalistici, è fondamentale continuare a sostenere il programma PURL. E naturalmente, abbiamo anche discusso delle nostre decisioni europee e del nostro lavoro congiunto per aumentare le capacità di difesa aerea, costruire sistemi antibalistici europei ed espandere la produzione qui in Europa.
In terzo luogo, sono in programma importanti riunioni dell’UE e ringrazio tutti, ogni partner, per il sostegno che ci sta offrendo, per il sostegno che sta offrendo all’Ucraina. È ora di riaprire tutti i settori. Tutto è pronto e non c’è motivo di rimandare.
Sono inoltre grato ai nostri partner per la loro disponibilità a continuare a rafforzare le sanzioni contro la Russia. Questo è importante. La Russia deve porre fine alla guerra, e solo la pressione può contribuire a raggiungere questo obiettivo.

Grazie.”

https://www.president.gov.ua/en/news/zayava-prezidenta-ukrayini-pid-chas-spilnogo-z-liderami-kray-104853

Conclusione
«Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli».

Questa invocazione alla pace e al dialogo ci giunge unicamente dal Pontefice.
Gli altri, i decisori politici, tacciono.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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