Rudolf Schenker sorride appena si collega alla chiamata Zoom. Alle sue spalle fanno capolino due chitarre elettriche mentre sulla testa porta un cappellino nero con un paio di occhiali da sole appoggiati sopra. A 77 anni, l’entusiasmo della rockstar è intatto. Del resto, stiamo parlando del fondatore degli Scorpions, una delle band più importanti e influenti della storia della musica, pronta a tornare in Italia l’11 luglio prossimo fper l’unica data del tour celebrativo ‘Coming Home 2026 – Over 60 Years of Scorpions’ all’Ama Music Festival di Romano d’Ezzelino, con i Saxon come ospiti speciali. Nel corso della chiacchierata con l’AdnKronos, Schenker ripercorre sessant’anni di carriera, dagli esordi nella Germania del dopoguerra fino alla conquista dei palchi di tutto il mondo, raccontando il significato ancora attuale di ‘Wind of Change’, il legame speciale con i fan, l’influenza esercitata su generazioni di musicisti e il biopic diretto da Alex Ranarivelo che racconta l’ascesa del gruppo dalla Germania post-bellica fino al successo mondiale. Sempre guidato da quella filosofia che, ancora oggi, considera il centro della band: amore, pace e rock’n’roll.
Quello dell’Ama Music Festival sarà l’unico concerto italiano del tour celebrativo per i 60 anni degli Scorpions. Cosa possono aspettarsi i fan da questo show?
“Ovviamente il classico show rock’n’roll degli Scorpions, con tutte le migliori canzoni di questi 60 anni e un grande spettacolo. Finora abbiamo tenuto molti concerti e tutto sta funzionando molto bene. Recentemente siamo stati a Los Angeles per il film dedicato alla nostra storia, che uscirà a ottobre con una première a Hollywood. È stato qualcosa di incredibile: c’erano circa 600 acquirenti e professionisti del settore che hanno visto il film per capire cosa aspettarsi, e ne sono rimasti entusiasti”.
Cosa racconta il film?
“Il film, in arrivo nei prossimi mesi, racconta come noi, una band proveniente dalla Germania, abbiamo sempre portato avanti questo messaggio: i nostri genitori arrivarono con i carri armati e fecero la guerra, noi arriviamo con le chitarre, portando amore, pace e rock’n’roll”.
Quando avete iniziato, la Germania non era certo considerata una potenza mondiale del rock. Oggi invece band come i Rammstein hanno un successo globale. Pensi che gli Scorpions abbiano aperto la strada al rock tedesco sulla scena internazionale?
“Certamente. Quando iniziammo ci accorgemmo che in Germania non piaceva il fatto che cantassimo in inglese. Ma il mio sogno è sempre stato quello di suonare in tutto il mondo. Quando capimmo che in Germania non riuscivamo davvero a emergere, pensai: ‘Va bene, se qui non ci vogliono, andremo altrove’. Così siamo andati in Belgio, Olanda, Francia, Inghilterra, Giappone, America, poi in Sud America, Sudafrica, Asia e Russia, dove siamo stati invitati da Mikhail Gorbaciov dopo la caduta del Muro. Abbiamo dimostrato che, se vuoi davvero portare alle persone un messaggio di pace e qualcosa di speciale, puoi farlo. E non devi necessariamente cantare in tedesco. Mi piacciono i Rammstein. Il modo in cui hanno sviluppato il loro stile è davvero unico. Il cantante Till Lindemann è una personalità molto particolare, scrive testi duri ma estremamente originali. Questo è ciò che apprezzo di loro. Detto questo, rispetto a ciò che gli Scorpions hanno realizzato nel mondo, i Rammstein sono ancora all’inizio. Quello che loro stanno vivendo oggi noi lo abbiamo vissuto già tra il 1982 e il 1985 negli Stati Uniti, arrivando a essere una delle dieci migliori rock band del panorama americano. E non è una cosa facile per una band tedesca”.
Quale credi sia stato il segreto del vostro successo?
“Noi siamo riusciti ad essere una delle dieci migliori rock band in America perché ho sempre lavorato per creare la giusta chimica all’interno del gruppo, con le persone giuste e le canzoni giuste. Con Klaus Meine ho trovato il cantante perfetto per interpretare ciò che componevo. Poi anche lui ha iniziato a scrivere canzoni e ‘Wind of Change’, come sapete, è diventata un successo enorme in tutto il mondo. Su YouTube ha superato il miliardo di ascolti. È qualcosa di straordinario. Questo dimostra che, se credi davvero in qualcosa, puoi realizzarlo. Ma hai bisogno dei fan. Devi prima convincere loro, e solo dopo hai la possibilità di arrivare in tutto il mondo”.
Parlando di ‘Wind of Change’, la canzone è diventata molto più di un semplice brano: è stata la colonna sonora di un momento storico e rappresentava speranza, unità e la fine delle divisioni in Europa. Oggi, però, il mondo sembra muoversi nella direzione opposta. Come vedi la situazione attuale?
“È proprio per questo che Ali (Afshar, ndr), il produttore del nostro film, si è avvicinato a noi. È originario dell’Iran e da ragazzo, insieme a suo fratello, ascoltava gli Scorpions. Quando arrivò negli Stati Uniti riuscì a mettersi in contatto con noi e ci disse di avere la sensazione che potessimo fare qualcosa di importante in questo momento storico così pericoloso. Pensava che la nostra storia in Russia, nel 1990, potesse essere un esempio. Quando cadde il Muro, ‘Wind of Change’ divenne la colonna sonora della rivoluzione più pacifica della storia: nessun colpo sparato e nessuna violenza. Accettammo quindi l’idea del film. Lui iniziò a proporre il progetto a Fox e Warner Bros., spiegando di avere già una struttura narrativa. Nel film non recitiamo noi: ci sono attori che interpretano i nostri ruoli. Oggi il mondo sembra sottosopra e forse questo film non cambierà tutto, ma potrà far riflettere le persone su come fossero diverse le cose nel 1990. Quando tornammo dagli Stati Uniti nel 1982, dopo il successo di ‘No One Like You’, dissi ai ragazzi: ‘Sapete cosa dobbiamo fare? Dobbiamo andare a suonare in Russia. Dobbiamo mostrare che esiste una nuova generazione di tedeschi’. Non arriviamo con i carri armati, ma con le chitarre, portando amore, pace e rock’n’roll”.
E come andò?
“Non tutti erano convinti, ma poi arrivò un’offerta per suonare a un grande festival a Budapest, che allora si trovava ancora dietro la Cortina di Ferro. C’erano Ozzy Osbourne, Skid Row e altre grandi band americane. Noi suonammo con una tale intensità emotiva che Jon Bon Jovi rimase scioccato. Quando eravamo sul palco c’erano 110.000 persone. Quando toccò a lui, ne rimasero forse 15.000, semplicemente perché molti non conoscevano ancora Bon Jovi. Quell’evento fu molto importante perché, poco alla volta, la situazione in Russia iniziò a cambiare. Arrivarono le radio private. Una di queste iniziava le trasmissioni alle sei del mattino con ‘Wind of Change’ in inglese e chiudeva la programmazione a mezzanotte con la stessa canzone. A quel punto dissi a Klaus: ‘Dobbiamo registrarla in russo, così la gente potrà capirla davvero’. Lui inizialmente pensava fosse troppo difficile, ma alla fine trovammo una soluzione. Andammo nei Wisseloord Studios, in Olanda, e Klaus registrò una versione in russo. Anche quella versione veniva trasmessa continuamente. Poco dopo il quotidiano tedesco Bild contattò il nostro management dicendo che Gorbaciov voleva incontrarci al Cremlino. Così ci ritrovammo al Cremlino a parlare con lui e a suonare ‘Wind of Change’ davanti a lui. Da quel momento diventammo amici”.
Nel 2022 avete modificato una parte del testo di ‘Wind Of Change’ dopo l’invasione russa dell’Ucraina
“Sì. Klaus era molto turbato dalla situazione e sentiva di non poter più cantare alcuni versi fortemente legati alla Russia senza esprimere il proprio dissenso. Personalmente non ero favorevole a modificare il testo, perché quando scrivi una canzone devi assumerti la responsabilità delle parole che hai scelto. Tuttavia lo abbiamo fatto. Con il tempo Klaus ha trovato una soluzione: oggi il testo è più universale, non è rivolto specificamente alla Russia o all’Ucraina. Invita semplicemente le persone a riflettere. Cos’è la guerra? Perché abbiamo bisogno della guerra? In realtà non ne abbiamo bisogno”.
Se dovessi scrivere oggi ‘Wind of Change’, di cosa parlerebbe? Affronterebbe gli stessi temi o cambieresti qualcosa?
“Credo che non sia possibile ricreare quel momento. Fu qualcosa di talmente straordinario che forse non si ripeterà per altri cento anni. Oggi tutto ruota attorno al business. Paesi, relazioni, decisioni: tutto sembra essere business, business, business. È una situazione completamente diversa. Quando andammo in Russia eravamo giovani, davvero giovani. Non so chi sarà, forse una persona che non è ancora nata, ma qualcuno troverà il modo di spiegare alle persone cosa stiamo sbagliando. Viviamo in un mondo fatto di yin e yang, bianco e nero. È per questo che la mia chitarra è bianca e nera: mi ricorda sempre che nulla è totalmente buono o totalmente cattivo. Pensi di aver trovato qualcosa di positivo e poi scopri che esiste anche un lato negativo. Per questo ho scritto una canzone intitolata ‘Love Is the Answer’, presente nell’album Mtv Unplugged registrato in Grecia. È un promemoria per tutti: quando odi qualcuno, chiediti perché. L’odio non porta da nessuna parte. L’amore è la risposta”.
Molti artisti, dai Korn ai Green Day fino ai System of a Down, hanno reinterpretato le vostre canzoni nel corso degli anni. Cosa significa sapere che generazioni intere di musicisti sono state ispirate dagli Scorpions?
“È come un sogno che si realizza. Qualcosa di incredibile. Ricordo che agli inizi ero io stesso a gestire la band e sulla copertina dei nostri dischi c’era addirittura il numero di telefono di casa mia. All’epoca suonavamo soprattutto in Germania, Francia e Belgio. Quando il nostro album ‘Fly to the Rainbow’ uscì negli Stati Uniti, molti mi dicevano che non saremmo mai riusciti a suonare lì perché c’erano già troppi musicisti straordinari. Io rispondevo che lo sapevo, ma che volevamo comunque provarci. A volte ricevevo telefonate direttamente dagli Stati Uniti. Mi chiedevano: ‘Perché non venite in America? Suonate ovunque tranne che qui’. Sono molto orgoglioso di ciò che è accaduto dopo. Eravamo grandi amici di Eddie Van Halen e di molti altri musicisti che si avvicinavano a noi come fan. Erano ispirati dagli Scorpions perché nella nostra musica c’era una forte componente derivata dalla musica classica, mentre molte band americane provenivano soprattutto dalla tradizione blues. Il blues nasce dalla storia degli schiavi afroamericani che lavoravano nei campi e cantavano per sostenersi a vicenda. Da lì nacquero il blues, poi il rock’n’roll e infine il rock classico”.
Dopo oltre sessant’anni di carriera, come immagini il futuro degli Scorpions?
“Bella domanda. Vogliamo continuare a suonare finché Klaus sarà in grado di cantare. Non abbiamo altro da fare: fare musica è il nostro sogno. La chimica all’interno della band è fondamentale. Molti gruppi si sono distrutti a causa di conflitti interni e di ego troppo grandi. Quando una band è piccola certe cose possono funzionare, ma quando arriva il successo gli ego possono diventare incontrollabili. Se invece c’è la giusta chimica, riesci a gestire tutto questo. Noi vogliamo semplicemente salire sul palco, ovunque sia, e fare un grande concerto. I Beatles sono un esempio perfetto di quanto sia facile distruggere una grande band. Noi non vogliamo che succeda. Per questo diciamo sempre che continueremo a suonare finché Klaus potrà cantare”.
Ultima domanda: hai un messaggio speciale per i fan italiani che verranno a vedervi?
“Certo: We’ll rock you like a hurricane. E vi vogliamo bene. Non cambiamo. Quando mi chiedono che tipo di musica suoniamo, rispondo sempre: amore, pace e rock’n’roll. L’amore è ‘Still Loving You’, la pace è ‘Wind of Change’ e il rock’n’roll è ‘Rock You Like a Hurricane’. Questa è l’essenza degli Scorpions”. (di Federica Mochi)
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