TAC total body nei soggetti sani: perché non è prevenzione


Negli ultimi anni si è sviluppato un vero e proprio mercato della “prevenzione personalizzata”, nel quale esami complessi e costosi vengono proposti direttamente ai cittadini attraverso campagne pubblicitarie che fanno leva su paure profondamente radicate: il timore di una diagnosi tardiva, l’ansia per il cancro e il desiderio di utilizzare le tecnologie più avanzate per proteggere la propria salute.

Il messaggio implicito è semplice e potente: “più si cerca, più si previene”. Tuttavia, questo slogan non trova conferma nelle evidenze scientifiche disponibili. La medicina preventiva non si basa sulla quantità di esami eseguiti, ma sulla dimostrazione che tali esami producano un beneficio netto per la persona sottoposta allo screening.

Quando una TAC total body viene proposta a individui asintomatici e a basso rischio, il cittadino viene spesso presentato come un potenziale beneficiario di una diagnosi precoce. Più raramente vengono illustrati con la stessa enfasi i rischi di sovradiagnosi, falsi positivi, incidentalomi, procedure invasive successive ed esposizione a radiazioni ionizzanti. Si crea così un’asimmetria informativa che può compromettere una decisione realmente consapevole.

Non va inoltre trascurato il fatto che gli screening total body rappresentano un’attività economicamente redditizia. Il modello commerciale che ne deriva rischia di generare un fenomeno noto in letteratura come “disease mongering”, ovvero l’espansione del concetto di malattia o di rischio di malattia a popolazioni sempre più ampie, trasformando persone sane in potenziali pazienti e ampliando conseguentemente la domanda di prestazioni sanitarie.

In questo scenario la comunità scientifica ha il dovere di riaffermare un principio essenziale: l’indicazione a un esame diagnostico non può essere determinata da strategie di marketing, ma deve derivare da prove scientifiche solide e da una valutazione appropriata del rapporto tra benefici, rischi e costi.
La prevenzione non dovrebbe essere un prodotto da vendere, ma un intervento sanitario da prescrivere quando esistono evidenze che ne dimostrino l’efficacia. Confondere questi due piani significa correre il rischio di sostituire la medicina basata sulle prove con una medicina guidata dal mercato.

TROVARE QUALCOSA NON SIGNIFICA SALVARE UNA VITA
Un principio fondamentale dell’epidemiologia degli screening è che l’identificazione precoce di un’anomalia non coincide necessariamente con un beneficio clinico.
Molte lesioni individuate incidentalmente non avrebbero mai causato sintomi o danni durante la vita della persona. Questo fenomeno, noto come sovradiagnosi (overdiagnosis), può trasformare individui sani in pazienti, esponendoli a ulteriori esami, biopsie, interventi chirurgici e ansia senza alcun reale vantaggio.
La probabilità di questi risultati indesiderati aumenta quando si esaminano persone a basso rischio. In termini statistici, quando la probabilità pre-test di malattia è molto bassa, aumenta la quota di risultati falsamente positivi.

IL PROBLEMA DEGLI INCIDENTALOMI
La TAC total body è estremamente sensibile e spesso individua piccole alterazioni di significato incerto: noduli polmonari, cisti renali, angiomi epatici, noduli tiroidei, adenomi surrenalici.
Questi reperti, definiti incidentalomi, sono molto frequenti e raramente rappresentano una minaccia per la salute. Tuttavia, una volta scoperti, generano quasi inevitabilmente ulteriori controlli, esami di secondo livello e talvolta procedure invasive.
Il risultato può essere un percorso diagnostico complesso e costoso innescato da una lesione che non avrebbe mai provocato alcun problema.

LE SOCIETÀ SCIENTIFICHE NON RACCOMANDANO QUESTI ESAMI
Da anni le principali organizzazioni scientifiche e regolatorie non raccomandano la TAC total body come screening di popolazione nei soggetti asintomatici.
La Food and Drug Administration statunitense, l’Organizzazione Mondiale della Sanità , L’American College of Radiology (ACR) che è la associazione professionale dei radiologi americana , la AAPM (American Association of Physicists in Medicine) e numerosi articoli scientifici di gruppi di ricerca indipendenti appaiono tutti concordi nell’affermare che non esistono prove scientifiche che dimostrino un rapporto beneficio-rischio favorevole per lo screening total body nei soggetti senza sintomi e sottolinea il rischio di falsi positivi e di esposizione radiologica non necessaria.

IL PARADOSSO DELLA MEDICINA MODERNA
La medicina moderna non soffre più soltanto di sottodiagnosi; sempre più spesso deve confrontarsi con overdiagnosi( l’eccesso di diagnosi) e con il conseguente rischio di overtreatment (sovratrattamento o sovramedicalizzazione) cioè l’esecuzione di trattamenti, interventi o prescrizioni mediche di cui il paziente non ha effettivo bisogno.

Eric Topol, uno dei più autorevoli medici e ricercatori statunitensi, ha criticato l’approccio indiscriminato agli screening total body, ricordando che qualsiasi test perde accuratezza quando viene applicato a popolazioni a basso rischio. In più occasioni ha definito queste strategie come “fishing expeditions”, vere e proprie battute di pesca diagnostiche che rischiano di produrre più danni che benefici.

LA VERA PREVENZIONE
La prevenzione efficace non consiste nell’eseguire il maggior numero possibile di esami.
Consiste piuttosto nell’applicare screening validati a persone che possono realmente beneficiarne: mammografia nelle fasce di età appropriate, screening del tumore colorettale, screening del carcinoma della cervice uterina, TAC a bassa dose nei forti fumatori ad alto rischio.

La differenza è sostanziale: questi programmi hanno dimostrato di ridurre mortalità e complicanze. La TAC total body nei soggetti sani, invece, non ha ancora fornito prove convincenti di produrre gli stessi benefici.
In medicina, come nella vita, più informazioni non significano necessariamente decisioni migliori. A volte il rischio maggiore non è non trovare una malattia, ma cercarla dove la probabilità che esista è estremamente bassa

I CINQUE MITI DELLA TAC TOTAL BODY
Mito 1. «Più esami faccio, più mi proteggo»
Non sempre. Un esame è utile solo se il beneficio supera i rischi. Nelle persone sane, la TAC total body non ha dimostrato di ridurre la mortalità o aumentare l’aspettativa di vita.

Mito 2. «Se trovo qualcosa prima, è sempre meglio»
Molte anomalie individuate incidentalmente non avrebbero mai provocato sintomi o danni. Scoprirle può portare a biopsie, interventi e controlli inutili.

Mito 3. «La TAC è solo una fotografia innocua»
La TAC utilizza radiazioni ionizzanti. Il rischio individuale è basso quando l’esame è appropriato, ma non è nullo e non dovrebbe essere accettato senza una valida indicazione clinica.

Mito 4. «Se l’esame è negativo posso stare tranquillo»
Nessun test garantisce l’assenza di malattia. Anche una TAC total body può non identificare lesioni molto piccole o tumori che si svilupperanno successivamente.

Mito 5. «La tecnologia più avanzata coincide con la migliore prevenzione»
La prevenzione efficace non consiste nell’eseguire il maggior numero possibile di esami, ma nell’applicare interventi e screening che abbiano dimostrato di migliorare la salute delle persone. Una colonscopia eseguita al momento giusto o la cessazione del fumo hanno un impatto documentato sulla sopravvivenza molto maggiore di uno screening total body indiscriminato.

LA POSIZIONE DELLA SIRM
L’attrattiva dello screening total body con TAC è facilmente comprensibile. La possibilità di “guardare dentro il corpo” alla ricerca di una malattia ancora silente risponde a un desiderio profondo di sicurezza e controllo.

L’evoluzione tecnologica ha reso possibile acquisire immagini sempre più dettagliate dell’intero organismo in tempi rapidi. Tuttavia, la disponibilità di una tecnologia non costituisce di per sé una giustificazione al suo utilizzo come strumento di screening nella popolazione generale.

Le evidenze scientifiche attualmente disponibili non dimostrano che l’esecuzione di una TAC total body in soggetti asintomatici e privi di specifici fattori di rischio determini benefici clinicamente rilevanti in termini di riduzione della mortalità o miglioramento degli esiti di salute. Al contrario, la letteratura documenta il rischio di sovradiagnosi, reperti incidentali di incerto significato clinico, ulteriori procedure diagnostiche non sempre necessarie e l’esposizione a radiazioni ionizzanti in assenza di una chiara indicazione medica.

In coerenza con le raccomandazioni delle principali organizzazioni scientifiche internazionali e con i principi della medicina basata sulle evidenze, la Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica (SIRM) ritiene che la TAC debba essere impiegata nell’ambito di percorsi diagnostici appropriati, fondati su indicazioni cliniche definite e su una valutazione individuale del rapporto beneficio-rischio.

Il principio di giustificazione rappresenta uno dei fondamenti della radioprotezione: ogni esposizione medica a radiazioni ionizzanti deve essere motivata da un beneficio atteso per il paziente superiore ai potenziali rischi. Tale principio assume particolare rilevanza quando si considerano esami eseguiti in persone sane, nelle quali la probabilità pre-test di malattia è generalmente bassa.

La SIRM sostiene con convinzione i programmi di screening che abbiano dimostrato efficacia, sicurezza e sostenibilità attraverso solide evidenze scientifiche. Diversamente, non ritiene giustificato il ricorso alla TAC total body come strumento di screening indiscriminato nella popolazione asintomatica.

In una fase storica caratterizzata da una crescente offerta di prestazioni sanitarie rivolte direttamente ai cittadini, è fondamentale ribadire che la qualità della prevenzione non si misura dal numero di esami eseguiti, ma dalla capacità di generare un beneficio reale per la salute delle persone. L’appropriatezza prescrittiva, la giustificazione dell’esame e la tutela del paziente devono continuare a rappresentare i riferimenti essenziali di ogni scelta in ambito radiologico.

La domanda corretta non è “cosa può trovare una TAC total body?”, ma “quanti benefici produce rispetto ai danni che può causare?”. È questa la domanda alla quale ogni programma di screening dovrebbe essere obbligato a rispondere.

Dr.sa Nicoletta Gandolfo
Presidente SIRM


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