Gentile Direttore,
i colleghi Giuseppe Ducci e Massimo Di Genio tornano a porre il tema delle liste di attesa per le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) e questo sollecita alcune riflessioni. La prima è epidemiologica e duole constatare come a distanza di oltre 10 anni dall’applicazione della legge 81 manchi un Osservatorio nazionale ed una Cabina di Regia in grado di dare dati certi, nazionali e regionali sui quali lavorare.
La seconda è relativa agli strumenti per affrontare il problema che era stato oggetto dell’Accordo Stato Regioni 30 nov. 2022 con l’indicazione di istituire i Punti Unici Regionali (PUR), stilare protocolli con la magistratura nei quali dare attuazione ai criteri per la gestione delle liste che non sia solo quello temporale. Era prevista qualificazione dell’attività peritale con l’obiettivo di elaborare “condivisi percorsi assistenziali” per i quali sono essenziali, oltre ai periti, il consenso e la partecipazione del paziente, nonché l’attività di avvocati, amministratori di sostegno e garanti, Enti locali da coinvolgere a tutti i livelli. Su tutti questi punti è essenziale il monitoraggio ma a distanza di quasi 4 anni non risulta che i PUR siano stati istituiti in tutte le regioni, né mi pare siano stati assicurati finanziamenti in tale senso.
Eviterei di porre il tema sulla base di fatti di cronaca dando l’impressione che determinati atti antigiuridici possano essere prevenuti dal modello organizzativo della salute mentale e della giustizia nonché dalle norme di legge. Non è così in nessun Paese. Ancora va ricordato che anche in passato in epoca OPG i omicidi e suicidi erano presenti.
Terzo: va tenuto conto che l’attuazione della legge 81 è avvenuta mediante il sistema di salute mentale di comunità ed oltre alle REMS (dove vi sono mediamente circa 600 persone) si stimano in cura presso i DSM almeno 7mila persone con misure giudiziarie delle quali quasi 5000 ospiti di residenze con conseguenze operative ed economiche tutte a carico della sanità (stimati in circa 400 milioni/anno). A questo si aggiunge l’utilizzo, spesso inappropriato dei SPDC nei quali rischia di crearsi un mix ingestibile. Anche questo andrebbe documentato. Vanno pensate risposte innovative tenendo conto che il motore della riforma è la collaborazione interistituzionale.
Quarto. Da tempo si discute su come e quanto ampliare e diversificare il sistema senza tuttavia esplicitare gli investimenti necessari. Infatti, per una corretta programmazione occorrono dati, vedere le situazioni delle diverse regioni e dei singoli DSM. Occorre la consapevolezza che ogni progetto aggiuntivo se di tipo residenziale costa, a seconda del setting, da 50 a 150mila euro all’anno, se con Budget di Salute da 20 a 40 mila euro/anno. Come sostenere i DSM è cruciale altrimenti il sistema rischia l’implosione e di non riuscire più a rispondere all’utenza che non ha misure giudiziarie.
Ducci e Di Genio sottolineano giustamente come sia cambiata l’utenza. Le persone con misure di sicurezza definitive occupano poco più della metà dei posti REMS. Le misure di sicurezza provvisorie riguardano il 40% delle persone in REMS e sono alla base delle detenzioni sine titulo. Vi è un 10% di senza fissa dimora. Il tema dell’appropriatezza e del turnover ma per le dimissioni servono investimenti e progetti territoriali, interventi sociali di comunità. La misura della libertà vigilata è aumentata da poco più di 2.000 del 2012 ad oltre 5.000 nel 2025, ed è spesso prorogata sine die in struttura residenziale. Sullo stato della riforma è stato formulato un bilancio e avanzate diverse proposte cui rimando ( Pellegrini P. “REMS,10 anni dopo: quale bilancio per la Salute Mentale e la Giustizia”. Questione Giustizia 29 novembre 2025).
Va invece rimarcato l’aumento di persone con uso di sostanze, disturbi della personalità, psicopatia, di norma imputabili ma in grado di mettere in difficoltà sia il sistema sanitario che quello giudiziario e penale. Potrebbe essere un’occasione per innovare il sistema, fare sperimentazioni e cercare di superare la fase critica anche del sistema penitenziario, arrivato ad 64mila detenuti, con un sovraffollamento di circa il 140% critico per ristretti e operatori. Nel 2024 i risarcimenti per ingiusta detenzione sono stati 6.483.
Va tenuto conto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (Sy contro Italia nel 2022, e in questi giorni di quella Albertani c. Italia) sulle misure di sicurezza personali detentive e sulla necessità di coordinarsi, nel rispetto dei diritti, per dare una migliore funzionalità al sistema.
Per la salute e la sicurezza credo sia essenziale superare il sovraffollamento e a tal fine sono state avanzate proposte di limitare la carcerazione preventiva, di indulto, amnistia, liberazione anticipata, numero chiuso ma non sembra esservi la volontà politica di approvarli. La linea sembra oscillare tra un ipotizzato aumento dei posti in carcere e una collocazione in comunità terapeutiche delle persone che usano sostanze. Sono oltre due anni che si attendono tutti gli atti applicativi, e non superate sono le obiezioni tecniche avanzate dal CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità Accoglienza) relativamente ai criteri di accesso, trattamento e di dimissione (visto che spesso vi sono problemi di documenti, residenza, reddito ed. al).
In questa situazione occorre sottolineare come sia importante che la detenzione resti l’estrema ratio, sia a base regionale, e mantenga le finalità costituzionali. A tal proposito si tratta di dare applicazione alle sentenze 99/2019 (misure alternative in deroga per la sopraggiunta infermità mentale ex art 148 c.p.) e 10/2024.
E’ necessario affrontare la “detenzione sociale” legata a migranti e uso di sostanze. Una riflessione sulla legislazione adottata in questi ambiti sarebbe essenziale sapendo che una visione securitaria, tende a spingere tutte le istituzioni, psichiatria compresa in quella direzione. E’ quindi in atto una contraddizione, tra custodia e cura, tra esclusione e inclusione sociale che ricade sui mandati, sui servizi, sulla motivazione e sicurezza degli operatori ai quali non può essere applicata la posizione di garanzia di controllo. La difesa del mandato di cura dei DSM viene ribadita dal recente PASM 2025-30 e vanno trovate forme di indennità e premialità per gli operatori.
Si tratta di evitare la diluizione dei problemi nel sociale e l’abbandono delle persone sapendo che la sicurezza è l’esito di un complesso di azioni coordinate capaci di prendersi cura, dare responsabilità e diritti. Certamente, al contempo occorre migliorare l’assistenza sanitaria e sociale negli Istituti di Pena. Vi è un problema di risorse e di disponibilità professionali dei DSM delle quali tenere conto e a cui dare la priorità negli investimenti, prima di programmare aumenti di posti di Articolazione Tutela Salute Mentale (ATSM) che oggi sono circa 300. Si tratta per altro di capire caratteristiche e qualità di questi servizi.
In sostanza occorre un’analisi regionale per vedere le dotazioni di personale e strutture, comprese REMS e altre forme residenziali ma anche ambulatoriali e territoriali. Infatti il sistema sanitario, i DSM sono sempre più interpellati per liti e maltrattamenti intrafamiliari, codice Rosso, relazioni tossiche. Tutte condizioni difficili e di solito vissute da persone imputabili. Vi è una situazione sociale con povertà vitale e convivenze problematiche che segna uno stato di crisi di sistema e non solo della giustizia adulti e minorile. Questo imporrebbe una riflessione, un’analisi ed interventi sui determinanti sociali, ambientali, educative, culturali delle condotte antigiuridiche, che abbia carattere preventivo e inclusivo senza limitarsi ad evidenziare i soli fattori biologici e psicologici. Se la sentenza Raso (9163/2005) ha ampliato ai disturbi di personalità la possibilità applicare il proscioglimento, la recente sentenza della Corte Costituzionale n.21/2026 va nella direzione di riconoscere l’imputabilità a chi utilizza sostanze. L’assunzione di responsabilità da parte di tutti è indispensabile, ogni delega esclusiva è pericolosa. Come noto limitarsi ad avere più posti subito occupati, senza cambiare modalità di funzionamento del sistema non risolve i problemi. Tanto che l’entità della lista di attesa delle singole regioni non sembra correlare con la disponibilità complessiva di posti REMS.
Vi è quindi una questione complessa rispetto alla quale ogni istituzione nell’ambito delle proprie competenze e della leale collaborazione deve operare la propria forma del prendersi cura: educativo, trattamentale, sociale, sanitario, psichiatrico e giudiziario. Solo una visione olistica può affrontare temi così complessi. Sarebbe auspicabile una riforma dell’imputabilità: vi è una proposta dell’on. Antoniozzi e un’altra più complessiva dell’on. Magi, ma non sembrano avere possibilità di approvazione. A chi è sul campo, attraverso il lavoro quotidiano, i PUR, i tavoli, i protocolli, la formazione congiunta, le risorse e la collaborazione interistituzionale si può realizzare le buone pratiche per la transizione verso un nuovo sistema di cura e giudiziario di comunità.
Pietro Pellegrini
Psichiatra e psicoterapeuta
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