Dal pediatra con la scorta: dentro il carcere di Lauro, dove 13 bambini vivono con le loro madri


«Alex (nome di fantasia) ha quattro anni, l’ho conosciuto all’inizio del mio lavoro a Lauro, lo scorso agosto. È nato in Albania da genitori italiani. Sua madre è portatrice di problemi psichiatrici e di dipendenza. Era un bambino che parlava pochissimo e che esprimeva le sue emozioni in modo aggressivo. Attraverso la scolarizzazione, la partecipazione ai laboratori e l’educazione anche della madre è cambiato tantissimo», dice con voce emozionata Emilia Preziuso, psicoterapeuta. «Ha imparato a parlare di più, il suo comportamento è cambiato, è diventato più tranquillo. Oggi è in grado di interagire con gli altri bambini: è stato un piccolo grande risultato».

Preziuso lavora per la cooperativa sociale Demetra, che a sua volta opera per l’associazione La casa sulla roccia, nell’ambito del progetto “Save Love – CuriAmo la relazione”, promosso dalla Fondazione della Comunità Salernitana, selezionato dall’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del bando “Liberi di crescere”. Il loro intervento si svolge nell’istituto a custodia attenuata per detenute madri-icam di Lauro, in provincia di Avellino. Al 31 maggio 2026 qui erano presenti 13 bambini, con le loro 10 madri: sei italiane e quattro straniere.

«I piccoli vanno a scuola, nel pomeriggio fanno delle attività con le educatrici e le mamme. Io mi occupo dei colloqui con le donne detenute, finalizzati all’accrescimento della competenza genitoriale», dice Preziuso. «Il progetto ha due macro-azioni. Io svolgo, con il ruolo di psicologa, i colloqui con le detenute, che sono tutte madri. Poi ci sono i laboratori di lettura, scrittura, pittura e gioco con madri e bambini insieme, svolti da due educatrici, con la mia presenza in qualità di supervisore».

Porte (ri)aperte da 10 mesi

Il progetto è iniziato nel mese di agosto 2025. L’icam Di Lauro ha riaperto le porte alle detenute nel mese di maggio dello scorso anno, dopo una chiusura di qualche mese. «L’utenza non è fissa. Ci sono quattro detenute che sono stabili perché hanno una pena definitiva di parecchi anni. Altre invece entrano ed escono, sono donne che vengono arrestate con pene non definitive e poi, nel corso della residenza, ottengono arresti domiciliari o altro e vanno via dalla struttura». I bambini sono tutti al di sotto dei sei anni, «altrimenti non potrebbero essere nell’icam. Nel momento in cui abbiamo cominciato, la fascia di età era fra i tre e i cinque anni, alla fine di settembre sono stati inseriti nel nido di un paese limitrofo e nella scuola materna di Lauro», continua la psicoterapeuta. «Nei mesi successivi, sono arrivate altre donne con bambini molto più piccoli, neonati, e anche delle donne incinte».

A Lauro, quindi, vivono 13 sui 30 minori che in tutta Italia sono in carcere insieme alle loro madri. Ma com’è concretamente la vita di un bambino che ha un carcere come casa? Cosa fa tutto il giorno? Va a scuola? Con chi gioca?

Un carcere senza sbarre e con un appartamento per ogni nucleo mamma-figli

Nell’icam non ci sono celle, ma mini appartamenti con una stanzetta, una zona notte e una zona cucina, in modo che il bambino possa vivere in un ambiente il più possibile simile ad una casa. «Le detenute a turnazione si occupano della cucina comune e delle pulizie delle zone comuni. Ognuna di loro provvede al pasto per i propri figli», spiega Preziuso.

Vietato invitare amichetti “a casa”

Negli icam «le agenti di polizia penitenziaria non indossano divise, non ci sono sbarre alle finestre, c’è una modalità anche comunicativa di estremo rispetto. Ma ovviamente i bambini captano e soffrono, per quanto si cerchi di distrarli. A quattro anni sono già grandi e capiscono tutto. Anche il fatto di non poter invitare un amichetto a casa per giocare li fa soffrire».

I primi a salire sullo scuolabus e gli ultimi a scendere

Per portare a scuola i bambini delle donne residenti all’icam è necessario un servizio navetta. «Ci sono stati dei ritardi con lo scuolabus, all’inizio dell’anno scolastico. Così hanno cominciato le scuole verso la fine di settembre, mentre i loro coetanei avevano cominciato a metà mese. La navetta, per una questione di attenzione e di privacy, prende questi bambini per primi e li accompagna per ultimi, per non far vedere agli altri dove vivono», spiega Preziuso.

La navetta, per una questione di attenzione e di privacy, prende i bambini dell’icam per primi e li accompagna per ultimi, per non far vedere agli altri bambini dove vengono presi e lasciati

Emilia Preziuso, psicoterapeuta

«Finché non c’è stata la scuola è stato difficilissimo per le donne tenerli, per quanto sia un carcere a custodia attenuata. Io sono arrivata ad agosto, intrattenerli era veramente complicato. Questo problema è tornato anche durante le vacanze di Natale e si presenterà anche ora, con le vacanze estive».

Una piscinetta per l’estate

Durante l’estate, molte detenute che hanno delle famiglie a cui affidare i bambini preferiranno farlo: «In questo modo almeno i bambini andare al mare e fare delle attività fuori. Chi non ha questa possibilità, cerca di far fare loro qualcosa. So che qualche detenuta ha fatto richiesta di una piscinetta che possa, durante l’estate, permettere ai piccoli di giocare e rinfrescarsi».

Attività ludico creative

Durante l’anno, nel pomeriggio, due volte a settimana, il progetto offre dei laboratori per tre ore. «Quando i bambini tornano da scuola, iniziano subito le attività ludico ricreative fino alle ore 19, poi è il momento della cena. Un pomeriggio a settimana c’è un’altra associazione di volontariato del territorio che offre, per i piccoli, intrattenimento, con manipolazioni e creazioni di piccoli oggetti. Il laboratorio portato avanti da noi è focalizzato sulla possibilità di far crescere le madri nella competenza e nella cura genitoriale».

«I bambini sono felicissimi quando fanno i laboratori, partecipano con molto entusiasmo, ma negli altri giorni purtroppo non hanno altri impegni, c’è solo un piccolo spazio esterno con delle giostrine. Se hanno madri particolarmente attente, in qualche modo sono impegnati ma se le madri hanno mancanza di competenze o di interesse, se possiedono un substrato socioculturale di un certo tipo e magari deviante, i bambini sono lasciati a loro stessi».

Il problema di Lauro è la logistica, «è un paese lontano da tutto e non ben collegato. I bambini così oggettivamente hanno poche opportunità».

Quasi una famiglia allargata

Le donne detenute «hanno culture e usanze diverse, ma ho trovato un grande clima di comunanza, sempre. Si crea un rapporto di famiglia, quelle che hanno più competenza genitoriale cercano di sopperire alle mancanze di chi non riesce o di chi non può. Ad esempio, c’era una detenuta con problemi di dipendenza e problemi psichiatrici che si curava poco del figlio e della pulizia della sua stanza e degli spazi comuni, così le altre donne la spronavano e sopperivano alle sue negligenze», prosegue Preziuso. Per quanto riguarda le donne incinte, quando stanno per arrivare alla fine delle gravidanze, vengono trasferite in strutture più adeguate: «non possono rischiare di partorire all’icam perché qui non c’è il presidio medico notturno».

Il legame quasi fraterno tra i bambini

Fra i piccoli presenti a Lauro «si crea un legame fortissimo perché sono gli unici bambini con cui hanno rapporti, diventano non solo compagni di giochi, ma quasi fratelli». Ovviamente se la fascia di età non è simile ci sono dei problemi.

In questo momento a Lauro ci sono una bambina di quattro anni e 12 neonati. Questa bimba chiede alla madre di andare via, la donna chiederà di affidarla alla propria famiglia e lei andrà nel carcere ordinario: la bambina soffre troppo a stare in istituto

Emilia Preziuso, psicoterapeuta

«Nel momento in cui ho cominciato il progetto, la fascia di età dei vari bambini era molto simile, avevano un anno di differenza al massimo, quindi riuscivamo a creare gruppo. In questo momento noi abbiamo una bambina di quattro anni e tutti i neonati. E questa bimba chiede alla madre di andare via, infatti la donna chiederà di far uscire la bambina e di affidarla alla propria famiglia e lei chiederà il passaggio al carcere ordinario: la bambina soffre troppo a stare in istituto. Comincia ad essere grande, comprende l’ambiente dove sta e ne comincia a soffrire».

Dal pediatra con la scorta

Nell’istituto non c’è un pediatra, «c’è una dottoressa, un medico di base, affiancata da un’infermiera. Chiamiamo il pediatra del paese, a consulenza. La maggior parte delle detenute – soprattutto quelle di nazionalità italiana – preferiscono consultare il pediatra del loro paese di origine. Per esempio, quando un bambino ha avuto la bronchite e la febbre, la madre detenuta l’ha affidato alla propria famiglia di origine per tutto il tempo della malattia perché la gestione è stata più semplice», spiega Preziuso. «Per uscire, per essere visitati, anche quando si tratta di fare un vaccino o una visita specialistica, bisogna prenotare e avere la disponibilità della scorta. La logistica è molto complessa perché il personale è scarso».

La speranza, la forza e il desiderio di migliorare di Anna

«C’è stata una donna, Anna (nome di fantasia) che mi ha colpito in particolare, è stata una delle prime che ho conosciuto. Trentenne, ha con sé una bambina di quattro anni e due figlie più grandi fuori. Fin dall’inizio, nonostante la pena abbastanza lunga, ha aderito a qualunque tipo di attività proposta dalla struttura. Ha iniziato gli studi per prendere il biennio delle scuole superiori, ha scritto lettere alla direttrice per chiedere di poter accrescere le sue competenze professionali, seguire dei corsi di formazione per fare in modo che la sua detenzione fosse un’occasione formativa e migliorativa», racconta Preziuso. «Nonostante io veda dei residui del modo di pensare che appartiene alla cultura in cui è cresciuta, vedo dentro di lei la speranza, la forza e il desiderio di migliorare. Lei mi ha colpito positivamente».

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Le visite dei figli fuori

Parecchie delle donne detenute, nonostante siano nell’icam con un bambino, «hanno perso la responsabilità genitoriale rispetto ad altri figli che hanno a casa. Ci sono reati come quelli che hanno a che fare con associazioni mafiose, tossicodipendenza, furti, che si portano con sé la decadenza o la sospensione della responsabilità genitoriale. Quindi, le detenute partecipano volentieri al nostro progetto, per loro ha una grande importanza partecipare ai nostri laboratori, sperano anche di poter dimostrare di aver fatto un percorso, di acquisire delle competenze per riottenere la responsabilità genitoriale degli altri figli», sottolinea Preziuso.

Anche se si ha la sospensione della responsabilità genitoriale, «le telefonate e le visite sono consentite, laddove la famiglia d’origine si può permettere di accompagnarli. Sono concesse anche telefonate con i compagni, spesso detenuti in altri carceri», dice la psicoterapeuta.

Foto di apertura tratta dal libro “Senza colpe. Bambini in carcere” (credits Anna Catalano).

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 Ilaria Dioguardi

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