Ripensare il ruolo dell’aula, rivedere i meccanismi della valutazione e interrogarsi sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella formazione. Sono alcuni dei temi emersi durante l’incontro con Eric Mazur, docente di Fisica all’Università di Harvard e tra i principali sostenitori dell’apprendimento attivo, ospitato il 9 giugno dall’Università di Padova nell’ambito dell’iniziativa Lezione di futuro, promossa insieme alla rete ALMA, che riunisce quattordici atenei italiani impegnati nella sperimentazione di modelli di didattica innovativa.
L’evento, inserito nelle attività del progetto PNRR Advanced Learning Multimedia Alliance for Inclusive Academic Innovation, ha riunito docenti universitari, insegnanti della scuola secondaria, dirigenti scolastici e ricercatori per un confronto sul futuro dell’insegnamento.
Dalla lezione frontale all’apprendimento attivo
Nel corso del suo intervento, Mazur ha ripercorso l’evoluzione della propria esperienza professionale, spiegando come per lungo tempo abbia replicato il modello didattico ricevuto dai propri insegnanti. Da quella riflessione è nato un percorso che lo ha portato a mettere in discussione il tradizionale schema della lezione frontale.
Secondo il docente di Harvard, il trasferimento delle informazioni rappresenta soltanto una parte del processo educativo. La fase più complessa riguarda invece la costruzione del significato da parte dello studente, un passaggio che richiede tempo, confronto e partecipazione attiva. Da qui la proposta di invertire la distribuzione delle attività tra casa e aula: l’acquisizione preliminare dei contenuti può avvenire individualmente, mentre il tempo in presenza dovrebbe essere dedicato alla discussione, all’analisi e alla risoluzione dei dubbi.
Per Mazur, “la conoscenza non si trasferisce, si costruisce”. Da questa convinzione deriva un modello che assegna agli studenti il compito di acquisire i contenuti prima della lezione, riservando il lavoro in aula alla comprensione e all’elaborazione critica.
Il docente ha illustrato un metodo basato su domande iniziali, momenti di confronto tra pari e successive verifiche delle risposte, con l’insegnante chiamato a guidare il processo piuttosto che a monopolizzare la trasmissione delle conoscenze. Un approccio che è stato sperimentato anche durante l’incontro attraverso un’esercitazione rivolta ai partecipanti.
Il nodo della valutazione
La riflessione si è poi spostata sugli ostacoli che rendono difficile l’adozione di metodologie diverse da quelle tradizionali.
Luca Piccolo, dirigente scolastico del Liceo Classico Tito Livio di Padova, ha richiamato l’attenzione sul peso degli esami finali, sulla centralità dei programmi e sulla persistenza di una cultura della valutazione intesa prevalentemente come giudizio. In questo quadro, ha osservato, la pressione legata ai risultati può favorire comportamenti opportunistici e accentuare l’ansia da prestazione.
Nel confronto è emersa anche la questione del rapporto tra apprendimento e verifica. Mazur ha sostenuto che l’osservazione continua degli studenti durante il percorso formativo consente di raccogliere elementi più significativi rispetto a una prova conclusiva concentrata in poche ore. A suo giudizio, “insegnare per la comprensione” non riduce le performance nelle valutazioni, ma modifica il modo in cui tali risultati vengono costruiti.
Inclusione e resistenze al cambiamento
Nel dibattito è emerso anche il tema dell’inclusione. Lucia Trevisan, insegnante e tutor della scuola secondaria, ha evidenziato come le metodologie partecipative possano valorizzare studenti che faticano a emergere nei contesti più tradizionali.
Trevisan ha inoltre ricordato che chi sperimenta pratiche innovative incontra spesso resistenze provenienti dalle famiglie, dalla società e talvolta dagli stessi colleghi. Una difficoltà che lo stesso Mazur ha raccontato di avere vissuto agli inizi della propria esperienza, quando il cambiamento di metodo venne interpretato da alcuni studenti come il segno che il professore “non stesse più facendo lezione”.
Quale scuola nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Le trasformazioni tecnologiche sono state al centro di diversi interventi. Filippo Marcato, dottorando del Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova, ha sottolineato l’importanza di lavorare, nella formazione iniziale degli insegnanti, sulle rappresentazioni della scuola e sugli obiettivi educativi che orientano le scelte didattiche.
Carlo Marzolo, dirigente scolastico del Liceo Statale Ippolito Nievo, ha invece posto l’accento sul senso stesso della professione docente in una fase caratterizzata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. La rapidità del cambiamento, ha osservato, alimenta interrogativi sul valore di pratiche consolidate e sul rischio di abbandonare troppo velocemente elementi che hanno storicamente caratterizzato la trasmissione del sapere.
Nella sua riflessione è emersa l’immagine di una scuola che fatica a individuare punti di riferimento stabili mentre affronta trasformazioni profonde. Una situazione che rende più urgente chiarire quale debba essere oggi la funzione dell’insegnante e quale direzione assegnare ai sistemi educativi.
Oltre l’autorità della conoscenza
A chiudere il confronto è stata una riflessione proposta da Fabio Grigenti, presidente del Consiglio della Scuola di Scienze umane, sociali e del patrimonio culturale dell’Università di Padova. L’attenzione si è concentrata sul mutamento del rapporto tra conoscenza e autorità: in un contesto nel quale le informazioni sono sempre più accessibili, la legittimazione della verità tende a passare attraverso processi di confronto e argomentazione.
In questo scenario, è emersa l’idea di un docente chiamato non soltanto a trasmettere contenuti, ma anche a spiegare “a cosa serve ciò che insegna”, aiutando gli studenti a collegare conoscenze, contesti e applicazioni. Una prospettiva che attraversa l’intero dibattito aperto dall’intervento di Mazur e che continua a interrogare scuola e università sul ruolo dell’insegnamento nel XXI secolo.
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