9 giugno 2026 – ore 06:30 – Nel 2021 Trieste votò ancora una volta su Roberto Dipiazza. Nel 2027 voterà su ciò che resterà dopo di lui. È questa la differenza fondamentale. Quattro anni fa il centrodestra poteva presentarsi con un volto riconoscibile, un sindaco uscente, una storia amministrativa lunga e una promessa implicita: continuità. Francesco Russo arrivò vicino, molto più vicino di quanto molti immaginassero, ma perse al ballottaggio contro un avversario che incarnava da solo una stagione politica. Dipiazza vinse con il 51,29%, Russo si fermò al 48,71%. Non fu una valanga. Fu una vittoria stretta, personale, costruita più sulla forza del sindaco che sulla serenità del quadro politico. Anche la città era diversa. Trieste usciva dalla pandemia. Le preoccupazioni principali riguardavano la ripartenza economica, il lavoro, la capacità di tornare alla normalità dopo mesi di restrizioni e incertezze. Il dibattito pubblico ruotava attorno alle opere, agli investimenti, ai progetti per il rilancio e alla gestione di una fase storica eccezionale. Nel 2027 lo scenario sarà completamente diverso. La città sarà più turistica, più frequentata, più internazionale, più esposta ai conflitti tipici delle realtà urbane che attraggono visitatori, investimenti e nuovi flussi di persone. Non si discuterà più soltanto di come attrarre gente. Si discuterà di come farla convivere. Ed è qui che si giocherà la vera partita.
Quando viene meno il leader che per quasi vent’anni ha rappresentato il punto di riferimento del centrodestra cittadino, resta il giudizio sulla città. Per questo la prossima campagna elettorale non si giocherà soltanto sui nomi, sulle coalizioni o sul solito totocandidato. Si giocherà su una domanda molto più semplice e molto più dura: Trieste è ancora una città in cui si vive bene? Negli ultimi anni alcuni indicatori hanno iniziato a raccontare una città più inquieta di quanto appaia nelle fotografie promozionali e nelle statistiche sul turismo. Trieste continua a occupare posizioni importanti nelle classifiche sulla qualità della vita, ma i temi legati alla percezione della sicurezza, al disagio urbano e alla qualità dello spazio pubblico sono diventati sempre più presenti nel dibattito cittadino. Non è un caso. La sicurezza è uno di quei temi che raramente esplodono all’improvviso. Crescono lentamente. Si accumulano. Entrano nelle conversazioni quotidiane, nei gruppi di quartiere, nelle assemblee condominiali, nelle discussioni tra commercianti e residenti. Fino a quando smettono di essere una questione amministrativa e diventano una questione politica. È esattamente ciò che sta accadendo in molte città italiane. Trieste non sembra destinata a fare eccezione. Per questo il tema centrale delle Comunali 2027 potrebbe non essere il singolo episodio di cronaca, il singolo fatto di degrado o la singola polemica sulla movida. Potrebbe essere qualcosa di molto più profondo: la sensazione diffusa che la qualità della vita nel centro cittadino stia cambiando.
La sicurezza sarà l’ago della bilancia. Non necessariamente la sicurezza misurata soltanto dalle denunce, dai fascicoli o dalle statistiche delle forze dell’ordine. Quella conta, naturalmente. Ma in politica conta anche altro. Conta la percezione. Conta ciò che un residente sente quando attraversa piazza Goldoni, via Torino, Cavana, piazza della Borsa o le Rive nelle ore serali. Conta la differenza tra una città piena e una città abitabile. Conta la sottile linea che separa la vitalità dal disordine. È qui che il centro rischia di diventare il vero campo di battaglia del 2027. Per anni Trieste ha desiderato essere più turistica, più internazionale, più frequentata e più visibile. Ora che lo è diventata, scopre il prezzo della propria riuscita. Più visitatori significano più lavoro, più incassi, più reputazione e più vita urbana. Ma significano anche più rumore, più pressione sugli affitti, più locali, più consumo dello spazio pubblico e più conflitti quotidiani con chi in centro non passa il fine settimana, ma ci vive. La convivenza con il turismo sarà il tema politico più sottovalutato dei prossimi anni. Perché non basta dire che il turismo fa bene. È vero. Ma non basta nemmeno dire che il turismo fa male. È falso. Il punto è governarlo.
Una città che si riempie senza regole rischia di irritare i residenti. Una città che respinge i visitatori rischia di impoverirsi. La questione non è scegliere tra residenti e turisti. La questione è impedire che diventino due popoli nemici nella stessa città. Ed è qui che va sfatata una delle leggende urbane più diffuse degli ultimi anni. Il centro di Trieste non è un fondale turistico abitato soltanto da B&B e appartamenti per affitti brevi. La realtà racconta altro. Tra la circoscrizione Città Nuova-Barriera Nuova-San Vito-Città Vecchia e quella di Barriera Vecchia-San Giacomo vivono oltre ottantamila persone. Una popolazione superiore a quella di molti capoluoghi italiani. Dentro e attorno al centro non ci sono soltanto trolley, aperitivi e locazioni turistiche. Ci sono famiglie, anziani, studenti, lavoratori, negozianti, condomini, portoni, assemblee di quartiere, problemi di parcheggio, notti insonni e bollette da pagare. Chi sostiene che il centro sia ormai soltanto un enorme albergo diffuso racconta una città che semplicemente non esiste. Questo non significa negare il peso crescente degli affitti brevi. Significa riportare la discussione alla realtà. Trieste non è diventata Venezia. Non ancora. Ma rischia di importarne alcuni difetti senza possederne gli anticorpi. Il problema non è il turista che arriva. Il problema è la città che non decide quale turismo vuole attrarre e quali regole vuole imporre per renderlo compatibile con la vita quotidiana.
Nel 2021 il centrodestra vinse perché Dipiazza era ancora Dipiazza. Nel 2027 vincerà chi saprà parlare alla parte della città che non chiede ideologia, ma ordine. Non ordine come slogan. Ordine come regole chiare, controlli efficaci, decoro urbano, pulizia, trasporti funzionanti, gestione della notte, equilibrio tra attività economiche e residenti, rispetto degli spazi pubblici. La sinistra rischia di perdere se liquida tutto come allarme securitario. La destra rischia di perdere se pensa che basti pronunciare la parola sicurezza per aver risolto il problema. Perché la sicurezza urbana non è più soltanto una questione di pattuglie. È una questione di convivenza. Ed è probabilmente questo il punto che molti non hanno ancora compreso. Il vero tema del 2027 non sarà la sicurezza. Sarà l’equilibrio. Una città senza turisti si impoverisce. Una città senza residenti si svuota. La politica che vincerà dovrà impedire che Trieste cada in uno di questi due errori.
Perché la città è entrata in una fase nuova: più turistica, più esposta, più piena, più internazionale e, inevitabilmente, più nervosa. Una città piena può essere una città viva. Oppure una città stanca. Il centro sarà il termometro. Chi saprà leggere quel termometro avrà un vantaggio enorme. Chi continuerà a raccontare Trieste come se fosse ancora quella del 2021 rischierà di arrivare tardi. Perché nel 2027 non basterà promettere sviluppo. Bisognerà spiegare come farlo convivere con la vita quotidiana. Per anni Trieste ha cercato visitatori. Adesso dovrà dimostrare di saperli governare. E alla fine, molto più della cabinovia, del tram o dei nomi che compariranno sulle schede elettorali, la domanda che potrebbe decidere Palazzo Cheba sarà una sola: Trieste vuole essere una città visitata o una città vissuta? La risposta giusta, naturalmente, è entrambe. Ma per sostenerla servono coraggio, regole e governo. Tre parole che in campagna elettorale tutti pronunciano. E che poi, una volta chiuse le urne, diventano il vero esame di chi vince.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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