C’è una linea sottile che separa la paura dal coraggio, ed è una linea che si misura a colpi di pedale, transizioni in piscina e chilometri di corsa. Andrea Pusateri quella linea la conosce bene: atleta paralimpico, triatleta e ironman, ha trasformato un gravissimo incidente stradale subìto nel 2015 non in un punto di arresto, ma nel chilometro zero di una nuova narrazione. Oggi, tra i canali social in cui si mostra senza filtri e il ruolo di team captain al Giro-E con Rovagnati, Pusateri incarna lo sport nella sua forma più pura: una gestione scientifica della fatica, dove la disabilità è una caratteristica della persona e mai un’etichetta. È alla vigilia del suo prossimo grande obiettivo, il progetto Beyond Limits Italia.
Nel 2015 ha subìto un gravissimo incidente in bici. Oggi il tema della sicurezza stradale in Italia è più urgente che mai: dal suo punto di vista di atleta, mancano più le infrastrutture adeguate o una reale cultura del rispetto e della convivenza tra auto e bici?
Credo che servano entrambe le cose. Le infrastrutture sono fondamentali perché permettono a ciclisti e automobilisti di convivere in maggiore sicurezza, ma ancora più importante è la cultura del rispetto. La strada non appartiene a una categoria sola: appartiene a tutti. Quando si capisce che dietro un ciclista c’è una persona, una famiglia e una storia, cambia completamente il modo di comportarsi. La sicurezza nasce prima di tutto dall’educazione e dalla consapevolezza reciproca.
Come si supera la paura di tornare a pedalare e a fare agonismo sulle stesse strade in cui ha rischiato la vita proprio a causa di un incidente stradale?
La paura non scompare mai del tutto. Dopo il mio incidente del 2015, che mi ha portato a sette giorni di coma farmacologico, ho dovuto fare i conti con tante paure. Ho capito però che il coraggio non è non avere paura, ma decidere di andare avanti nonostante la paura. Sono tornato in bici un passo alla volta, senza pretendere troppo da me stesso. Ogni allenamento era una piccola vittoria. Alla fine ho scelto di non lasciare che fosse un incidente a decidere il mio futuro.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Come è nata la collaborazione con Rovagnati al Giro d’Italia e qual è il messaggio principale che volete lanciare insieme, lungo le strade della Corsa Rosa?
La collaborazione con Rovagnati è nata dalla condivisione di valori autentici: famiglia, impegno, passione e inclusione. Essere team captain al Giro-E è stata una grande responsabilità e un grande onore. Insieme abbiamo voluto dimostrare che lo sport può essere uno strumento straordinario per abbattere barriere e creare connessioni. Il messaggio era semplice: i limiti spesso esistono solo nella nostra mente.


Portare storie di sport paralimpico all’interno di un palcoscenico immenso come il Giro d’Italia ha un grande impatto. Che risposta ha percepito dal pubblico a bordo strada? Crede che le grandi aziende stiano finalmente capendo che lo sport paralimpico non è un tema di nicchia?
La risposta del pubblico è stata incredibile. Ogni giorno ricevevo incitamenti, applausi e messaggi di affetto da persone che magari non conoscevano la mia storia ma si riconoscevano nel messaggio. Credo che sempre più aziende stiano comprendendo che il mondo paralimpico non è una nicchia: è un mondo fatto di storie private e autentiche, valori forti e capacità di ispirare. Oggi le persone cercano autenticità e lo sport paralimpico ne è ricco.
Nella sua carriera ha raggiunto grandissimi traguardi nel ciclismo paralimpico, ma poi ha deciso di alzare l’asticella con l’ironman e il triathlon. Qual è stato il passaggio più difficile, fisicamente e mentalmente, tra la bici e le tre discipline combinate?
La parte più difficile è stata uscire dalla mia zona di comfort. In bici avevo esperienza e risultati; nel triathlon mi sono ritrovato a essere di nuovo un principiante. Mentalmente è stato molto impegnativo accettare di dover imparare da zero. Ma proprio lì ho scoperto quanto sia bello mettersi continuamente alla prova e crescere.
Spesso i media raccontano gli atleti paralimpici oscillando tra la retorica del “supereroe” e il pietismo: secondo lei come deve essere raccontata la disabilità?
Raccontando semplicemente la verità. Non siamo supereroi e non vogliamo essere compatiti. Siamo persone, atleti, professionisti che affrontano sfide come tutti gli altri. La disabilità è una parte della nostra storia, ma non è tutta la nostra identità. Il giornalismo migliore è quello che racconta le persone per ciò che fanno e per ciò che sono, senza etichette.
Attraverso i suoi canali social mostra la sua quotidianità senza troppi filtri. Quanto conta oggi per un atleta essere un comunicatore diretto del proprio messaggio, senza intermediari?
Conta tantissimo. I social permettono di raccontare la realtà in modo diretto e autentico. Le persone non vogliono vedere solo i successi, ma anche il lavoro, i sacrifici, gli errori e la vita quotidiana. Credo che proprio questa autenticità sia il motivo per cui tanti si riconoscono nel mio percorso.
Per me il limite non è una barriera definitiva. È una linea che può essere spostata ogni giorno con il lavoro, la costanza e la determinazione.
Ha affrontato sfide enormi e gravi infortuni. Dove si trova la forza mentale per resettare tutto e ripartire da zero quando il corpo subisce un duro stop? Che valore da alla parola “limite”?
La forza la trovi nelle persone che ami, negli obiettivi che ti motivano e nella consapevolezza che ogni difficoltà può insegnarti qualcosa. Per me il limite non è una barriera definitiva. È una linea che può essere spostata ogni giorno con il lavoro, la costanza e la determinazione.


Se guarda al panorama del movimento paralimpico in Italia, pensa che a livello di strutture e cultura di base si stiano facendo reali passi avanti o la strada da fare è ancora lunghissima?
Negli ultimi anni sono stati fatti passi importanti e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Tuttavia c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto a livello culturale e di accessibilità quotidiana. Il vero obiettivo è arrivare a un punto in cui non sia più necessario distinguere tra sport olimpico e paralimpico, ma si parli semplicemente di sport.
Che consigli darebbe a una persona che si sta avvicinando per la prima volta al mondo paralimpico?
Di non avere fretta e di non confrontarsi continuamente con gli altri. Ognuno ha il proprio percorso. Lo sport è uno strumento straordinario per ritrovare fiducia in sé stessi, divertirsi e scoprire capacità che magari non si pensava di avere. Il primo passo è sempre il più difficile, ma spesso è anche il più importante.
Se sentendo la mia storia ci fosse anche una sola persona che decide di non arrendersi, allora avrò già raggiunto il traguardo più importante.
Qual è la prossima “linea del traguardo” che Andrea Pusateri ha messo nel mirino, sia come atleta che come persona?
Il mio prossimo grande obiettivo è il progetto Beyond Limits Italia, il giro completo dell’Italia in bicicletta in circa 50 giorni. Dopo aver completato il giro dell’Irlanda, voglio continuare a dimostrare che la disabilità non è un limite ma una forza. Come persona, invece, il mio obiettivo resta lo stesso di sempre: divertirmi, crescere e lasciare alle persone un messaggio positivo. Se sentendo la mia storia ci fosse anche una sola persona che decide di non arrendersi, allora avrò già raggiunto il traguardo più importante.
Foto inviate dall’intervistato
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Sara De Carli
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