Ormai da diversi anni il tema della rigenerazione dei territori interni attraverso l’arte occupa un posto di riguardo nel dibattito culturale del Paese. Testate specialistiche e pagine di cultura dei principali giornali nazionali pullulano di notizie sull’ennesimo murale (il più grande, il più lungo, il più colorato di sempre) creato sulla facciata di un edificio popolare con l’ambizione di rianimare con la sua presenza un quartiere della città altrimenti abbandonato a sé stesso. Parole come “riattivazione”, “comunità” e “sostenibilità” si susseguono con una certa insistenza, interscambiandosi come concetti ready-made svuotati di senso. In seguito a questa nuova attenzione verso lo spazio cittadino condiviso, accentuata anche dalle ferite sociali conseguenti alla pandemia da Covid-19, il mondo dell’arte pubblica (e nello specifico della street art) è entrato in una sorta di crisi di identità, trasformandosi da strumento di protesta a spot promozionale per amministrazioni locali e colossi dell’imprenditoria in vena di greenwashing. Ma può un territorio marginale (che si tratti della periferia di una grande città o di un piccolo Comune di provincia) riacquisire un ruolo da protagonista attraverso il coinvolgimento degli artisti? Esistono dei metodi o una linea di princìpi secondo cui intervenire su questi luoghi, senza correre il rischio di approfittare delle debolezze di un posto per trarne vantaggio con opere e progetti disgiunti da chi quei posti li abita davvero?
Il ruolo degli artisti nelle aree interne
Il ruolo degli artisti, e più in generale degli operatori culturali, può rivelarsi certamente determinante nel costruire o rinsaldare il tessuto sociale delle aree periferiche e dei piccoli Comuni italiani, a patto che l’azione su questi luoghi venga coordinata dal basso, in maniera autentica e aderente ai bisogni degli abitanti. Quando creata in collaborazione con le persone del posto, e in stretta sinergia con le associazioni culturali e sociali che ogni giorno operano su quel determinato tessuto urbano e comunitario, la pratica artistica può ancora essere capace di creare spazi di incontro, ascolto e collaborazione, colmando in parte quelle lacune umane e strutturali causate dall’isolamento geografico e dalla scarsità di determinati servizi. I buoni esempi in tal senso non mancano: si pensi a Fiumara d’Arte, il progetto di arte pubblica avviato agli inizi degli anni Ottanta dall’imprenditore Antonio Presti nell’entroterra siciliano; o ad Arte Sella, la manifestazione artistica che dal 1986 si svolge tra i boschi del piccolo Comune di Borgo Valsugana. Questi esempi lodevoli (pionieristici nell’ambito della rigenerazione culturale dei territori) dimostrano che l’arte, quando nasce dal dialogo con gli abitanti e non viene calata dall’alto, diventa uno strumento di rianimazione comunitaria preziosissimo ed efficace.
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4 / 4L’opera d’arte pubblica come feticcio
Diversamente avviene, invece, quando a guidare determinati processi di presunta “riattivazione” sono interessi che coincidono solo in parte – o a volte per nulla – con le esigenze di chi quei posti li vive ogni giorno. Anche come conseguenza dei fondi per la rigenerazione e lo sviluppo delle aree interne stanziati dagli enti pubblici (si veda il PNRR, già citato nell’articolo dello scorso 15 maggio), negli ultimi anni moltissimi Comuni di provincia italiani si sono confrontati con la necessità di spendere risorse economiche in ambito urbano, affidando agli artisti la progettazione di opere pubbliche che avessero l’ambizione di “risvegliare” territori sopiti. L’obiettivo? Far “rinascere” quartieri o contesti in abbandono, grazie a opere d’arte create spesso senza alcuna attinenza al contesto cittadino, senza alcun tipo di coinvolgimento delle comunità, prive di aderenza rispetto al background storico, sociale e valoriale di quella determinata area. L’arte, in queste occasioni, diventa uno strumento eticamente discutibile, che tratta i territori come bacheche in cui collezionare trofei, e come vetrine in cui esibire i risultati di amministrazioni locali troppo spesso impreparate ad affrontare in modo strutturato i temi dell’arte e dell’urbanistica. Amministrazioni che, sollecitate da bandi e collaborazioni imprenditoriali, finiscono per improvvisarsi, chiamando e pagando artisti non di rado disgiunti dal tessuto sociale in cui sono invitati a operare. Ecco allora che l’opera rischia di configurarsi come un feticcio, frutto di slogan, più che come espressione di una reale visione sul futuro di quel luogo.
Il coinvolgimento delle associazioni culturali
Per queste ragioni la collaborazione con le associazioni locali diventa imprescindibile, al fine di creare iniziative culturali trasversali e sostenibili, ma soprattutto per innescare quelle relazioni umane che devono essere alla base di ogni progetto artistico che nasce con finalità comunitarie. Per parlare di un territorio, e agire su un territorio, bisogna viverlo ogni giorno, comprenderne le necessità, entrare nelle sue dinamiche quotidiane piuttosto che applicare formule “preconfezionate” e sviluppate in luoghi diversi come se fossero intercambiabili tra loro. Ogni città e ogni paese ha la sua anima, perché è composto da persone diverse, che conservano storie e specificità che vanno accolte e interpretate. Il coinvolgimento di professionisti esperti e competenti, e di artisti che abbiano una conoscenza del tessuto sociale e culturale sul quale sono chiamati a intervenire, è un elemento fondamentale per innescare progetti che puntano a parlare di territorio e comunità.
Residenze e laboratori di comunità come strategia di racconto
Solo chi ha familiarità con il contesto locale può trasformare il gesto artistico in una visione che parli davvero alle persone. Affidare questo compito a chi non ha una conoscenza specifica del luogo in cui è chiamato a operare, raramente genera risultati capaci di durare nel tempo e di essere sentiti come “propri” dai destinatari. La qualità e la sostenibilità dell’intervento artistico, dunque, sono direttamente proporzionali al legame e alla comprensione che si ha di quel determinato ambiente. Per raggiungere questo risultato, residenze, laboratori e momenti di arte partecipata possono essere strategie utili, che contribuiscono a fidelizzare le persone, mettendole nella posizione di sentirsi parte attiva di ciò che si sta creando. Quando l’arte tiene conto di questi ingredienti si sottrae al suo impiego populista, accogliendo e sposando le aspettative delle comunità in cui si è chiamati a operare, valorizzando memorie e saperi, generando senso di appartenenza al luogo. In questo modo gli interventi artistici non solo arricchiscono culturalmente il territorio, ma aiutano anche a costruire relazioni, rafforzare l’identità locale e co-progettare nuovi modi di vivere gli spazi comuni, rispondendo in modo concreto alle necessità di coloro che abitano quegli ambienti.
Alex Urso
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