3 giugno 2026 – ore 14:00 – Premessa – Come annunciato da giorni, la Russia ha sferrato un massiccio attacco nei confronti dell’Ucraina, colpendo la capitale e numerosi centri periferici. Le dichiarazioni che provengono da Mosca appaiono “frenate” dall’intento, forse, di lanciare un ulteriore, forse ultimo, avvertimento all’Ucraina. Il prode e abile guitto di Kiev, invece, colmo di hybris, ordina immediatamente la distruzione di impianti petroliferi russi nell’area di San Pietroburgo e attacchi contro civili nella regione del Donbass e, sul solco della consueta narrazione, declina alla nazione la sua strategia, cercando anche di dettare l’agenda nell’imminente riunione in Francia del G7. Mentre la situazione continua a peggiorare, si cerca disperatamente e, in verità, senza grandi speranze, un interlocutore europeo che possa avviare una vera negoziazione per la pace. Gli americani, impegnati in altri quadranti, guardano da lontano, limitandosi a brevi dichiarazioni, senza voler esporsi ulteriormente. In tutto questo, l’ombra della morte si staglia su quelle pianure insanguinate dell’Ucraina, mostrando il suo volto solcato da un sorriso beffardo. Si contano i morti: sono milioni, tutti giovani. A nessuno sembra interessare!
“Il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, è appena arrivato a Kiev”, hanno annunciato i media ucraini il 3 giugno, a testimonianza del sensibile peggioramento della situazione.
Nuovi sistemi di distruzione vengono sperimentati, nuove tattiche di guerra sono continuamente provate, riprovate e sapientemente affinate, l’industria degli armamenti gongola… gli ordinativi crescono senza sosta! Come sempre accade in queste situazioni, la corruzione invade i gangli del sistema. Si paga per evitare l’invio dei figli in guerra, si paga per garantirsi un espatrio facilitato, si “deviano” risorse pubbliche in conti correnti protetti all’estero e potremmo continuare per ore! Continuano a piovere su Kiev “prestiti” incredibili da parte dell’Europa, sapendo già che non saranno mai restituiti.
“Le risorse, anche militari, per sostenere questa assurda guerra diminuiscono”, si sussurra a gran voce e da settimane nei corridoi delle cancellerie europee.
Malgrado tutto ciò, si continua a sostenere il conflitto.
Mi chiedo e vi chiedo semplicemente… cui prodest?
Noi europei continuiamo a dividerci e l’abile diplomatica della UE, Kaja Kallas, ne rappresenta una plastica raffigurazione. La Kallas, infatti, frena sul possibile ruolo europeo nelle negoziazioni tra Russia e Ucraina, affermando testualmente, al termine della recente riunione informale dei ministri degli Esteri a Limassol, a Cipro, che: “L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza”.
Mi scusi, signora Kallas: lei è proprio certa di parlare a nome di tutti noi europei?
La Polonia incomincia a manifestare insofferenza nei confronti di Kiev, in Germania cresce, come abbiamo visto, la decisa avversione verso il cancelliere Merz, nel Regno Unito il premier Starmer appare in estrema difficoltà dopo il disastro laburista alle recenti elezioni amministrative parziali e, in Francia, si assiste, anche dopo l’esplosione di nuove e violente manifestazioni di guerriglia urbana successive alla finale di Champions (900 arresti), all’inevitabile fine del sogno politico di Macron.
Mentre nei nobili salotti, davanti a calici di vino pregiato e deliziosi stuzzichini, si disquisisce sapientemente del futuro, la crisi energetica appare sempre più grave. Le compagnie aeree annunciano una probabile drastica cancellazione di voli nel prossimo futuro. Un clima di austerity, senza una soluzione della crisi di Hormuz, appare profilarsi inesorabilmente all’orizzonte. I governi europei appaiono in estrema difficoltà.
Ricordiamoci che il gravissimo stallo di Hormuz rappresenta la crisi, forse finale, della globalizzazione, in tutte le sue declinazioni, e va ben oltre gli aspetti macroeconomici evidenti a tutti, evidenziando, infatti, la fine degli equilibri geostrategici sanciti dopo il secondo conflitto mondiale. Questo dovrebbe essere il principale punto nell’agenda dei decisori politici mondiali e, invece, stiamo assistendo a ben altro… purtroppo!
Le dichiarazioni russe
Gli organi di stampa russi, il 2 giugno, sembrano limitarsi a riportare le dichiarazioni del Ministero della Difesa di Mosca, in cui si afferma che: “Le forze russe hanno condotto un massiccio attacco notturno contro siti militari-industriali in Ucraina come rappresaglia all’attentato terroristico di Kiev a Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Luhansk, in cui sono rimasti uccisi 21 studenti universitari e altri 42 sono rimasti feriti, e anche in risposta ad altri attacchi terroristici contro infrastrutture civili. Il massiccio attacco è stato sferrato con armi di precisione a lungo raggio, lanciate da aerei, basi terrestri e navi, inclusi missili balistici ipersonici e droni d’attacco, colpendo imprese del settore militare-industriale ucraino, infrastrutture di carburante e trasporto e aeroporti militari”.
In estrema sintesi, sarebbero stati colpiti a Kiev dieci stabilimenti militari che producono droni d’attacco, come l’associazione Abris PT, l’azienda Spektr Special Design Bureau, lo stabilimento Mayak e la società statale Ukrspecexport; nella città di Zaporozhye, l’azienda di costruzione di macchinari Omelchenko e la fabbrica di motori aeronautici Motor Sich; nella regione di Charkiv, tre imprese militari; nella regione di Sumy, l’azienda militare statale Zvezda a Shostka; e, infine, nelle regioni di Khmelnytsky, Poltava, Cherkasy, Rivne, Zhytomyr, Kirovohrad e Kiev, aeroporti militari e ulteriori infrastrutture dell’industria della difesa ucraina.
https://tass.com/politics/2140119
https://tass.com/politics/2140401
http://en.kremlin.ru/events/president/transcripts/79935
Le dichiarazioni di Zelensky
Nel consueto discorso serale alla nazione, il 2 giugno, il presidente ucraino, dopo aver ammesso il devastante attacco russo anche su Kiev, ha denunciato la carenza esistente nel settore della difesa aerea, impossibilitata a intercettare “una quota significativa di missili”.
Successivamente, Zelensky ha voluto lanciare minacce velate nei confronti di industrie occidentali che, eludendo le sanzioni, continuano a sostenere Mosca fornendo componenti essenziali per la produzione di missili. La terza e ultima parte del discorso è stata dedicata a richiedere ulteriori sanzioni contro la Russia, invitando l’Europa a dotarsi con immediatezza di sistemi di difesa maggiormente efficaci.
La stampa ucraina, senza eccezioni, il 3 giugno apre i reportage affermando che, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, le forze di difesa ucraine avevano colpito una nave russa nella base navale di Kronstadt, un impianto militare nell’oblast’ di Tambov e un terminal petrolifero a San Pietroburgo.
https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/06/03/8037555/
Tensioni tra Polonia e Ucraina
Il 29 maggio, le cancellerie europee sono rimaste impietrite davanti alle dichiarazioni pubbliche del presidente polacco Karol Nawrocki contro Zelensky. Leggiamo, tra i molti lanci di agenzia, un breve spunto editoriale di Politico: il presidente polacco Nawrocki ha dichiarato venerdì che prenderà provvedimenti per revocare a Volodymyr Zelenskyy, presidente dell’Ucraina, la più alta onorificenza statale polacca, dopo che Kiev ha intitolato il Centro Operativo Speciale «Nord» delle Forze Speciali dell’Ucraina agli “Eroi dell’UPA” (unità militare dell’Esercito Insurrezionale Ucraino del periodo bellico).
“Purtroppo, il presidente Zelenskyy ha dimostrato che l’Ucraina, data la sua mentalità di glorificazione dei banditi e degli assassini dell’UPA, non è pronta a far parte della famiglia europea”.
Il primo ministro polacco Tusk ha immediatamente cercato di rasserenare gli animi, ma la ferita rimane aperta, continuando a sanguinare copiosamente.
Cerchiamo di capire meglio.
La stampa polacca ci aiuta, ricordandoci che l’UPA era una formazione partigiana creata durante la Seconda guerra mondiale nell’ambito degli sforzi per combattere l’Armata Rossa per uno Stato ucraino indipendente. Tuttavia, questa unità speciale ucraina, tra il 1943 e il 1945, fu direttamente responsabile dei cosiddetti massacri della Volinia, in cui circa 100.000 polacchi, per lo più donne e bambini, furono trucidati, spesso con grande brutalità. Il fatto che l’UPA e le figure ad essa associate continuino a essere venerate nell’Ucraina di Zelensky ha regolarmente causato tensioni con la Polonia.
I due Paesi si scontrano spesso sui massacri della Volinia, che la Polonia considera un genocidio, un’etichetta che l’Ucraina respinge.
Ovviamente l’assurda e gravemente irresponsabile decisione di Zelensky ha immediatamente scatenato la condanna dell’opposizione di destra polacca, allineata con Nawrocki e generalmente favorevole a una linea più dura nei confronti di Kiev, soprattutto per quanto riguarda le questioni storiche. Przemysław Czarnek, vice leader del partito nazional-conservatore Diritto e Giustizia (PiS), l’ha definita “un segnale vergognoso inviato alla società polacca” e “una dimostrazione di estrema ingratitudine” nei confronti di un Paese che è stato uno dei più strenui sostenitori dell’Ucraina sin dall’invasione su vasta scala da parte della Russia. “Non si può parlare di partenariato e riconciliazione con la Polonia un giorno, per poi glorificare il giorno dopo le formazioni responsabili del massacro di migliaia di polacchi”.
Il 2 giugno u.s., lo stesso Czarnek ha voluto ribadire con forza che: “Purtroppo, negli ultimi giorni il signor Zelensky ha dimostrato una slealtà estrema, ed è difficile persino definirlo ancora il presidente dell’Ucraina”. Inoltre, il politico polacco, già ministro e candidato del PiS alla carica di primo ministro nelle prossime elezioni, dopo aver sostenuto che l’intervento polacco nei primi mesi dell’invasione russa aveva salvato lo Stato ucraino, ha testualmente affermato: “Il signor Zelensky è quindi presidente e detiene il potere in Ucraina solo perché la Polonia lo ha aiutato. E questo stesso Zelensky oggi sta schiaffeggiando la Polonia”.
Conclusione
Davanti a questo scempio che devasta popoli e territori, ci possiamo affidare unicamente alle parole del Pontefice, unico tra i Grandi della Terra a invocare la pace, sperando che siano ascoltate.
“Nel mese di maggio da tutta la Chiesa si è levata una corale invocazione di pace. Specialmente attraverso la preghiera del Rosario, che come una catena ininterrotta ha affidato all’intercessione della Vergine Maria i popoli martoriati dalla guerra. Possa la divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura”.
In tale cornice, mi auguro che ognuno di noi possa sentirsi anello di una catena capace di ricongiungere i popoli, nelle loro innumerevoli e preziose diversità, per ritrovare una comune armonia fondata sulla ricerca di umanità e responsabilità che, al momento, sembrano ignorate, assordate da sirene ingannevoli, seduttive e manipolatrici.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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