Medici di famiglia, SMI al Ministero contro la riforma


La protesta dei medici di famiglia non va letta come un episodio isolato. Arriva dopo settimane di irrigidimento sul riordino dell’assistenza primaria e si inserisce in una partita più ampia: rendere operative le Case di Comunità senza spezzare la continuità clinica che oggi passa dallo studio del medico scelto dal cittadino.

Aggiornamento sostanziale: rispetto al nostro precedente dossier sulla riforma della medicina generale, il fatto nuovo è il passaggio dal conflitto tecnico alla mobilitazione pubblica con apertura di un ulteriore confronto al Ministero.

Sommario dei contenuti

Il presidio al Ministero e il cambio di fase

Il 28 maggio 2026 lo SMI ha convocato a Roma una manifestazione nazionale davanti al Ministero della Salute, in Lungotevere Ripa. Il presidio era stato annunciato per la fascia 10:00-13:00 e ha messo al centro la bozza di decreto sulla riforma della medicina generale. La ricostruzione dell’orario, del luogo, della presenza di circa 500 medici, dell’azione simbolica con mimi e attori e dell’incontro finale al Ministero trova riscontro anche nel servizio di ANSA.

La scelta scenica dei cartelli e delle rappresentazioni teatrali è un dettaglio politico più rilevante di quanto sembri. Lo SMI ha trasformato un conflitto su orari, contratti e governance in una simulazione del percorso del paziente. In questo modo il sindacato ha spostato il baricentro comunicativo: al profilo professionale del medico si affianca l’esperienza concreta di chi cerca una risposta sanitaria vicino a casa.

Che cosa contesta lo SMI nella bozza

Il dissenso dello SMI si concentra su alcuni meccanismi che cambierebbero il modo in cui il medico di medicina generale organizza il proprio tempo. Il debito orario obbligatorio viene letto come una possibile sottrazione di ore allo studio se la presenza nelle strutture territoriali diventa vincolante. La retribuzione per obiettivi apre un secondo nodo: il sindacato teme indicatori amministrativi capaci di pesare sul compenso più della presa in carico reale.

Il punto più sensibile resta il ruolo unico di Assistenza Primaria, collegato nello schema contestato all’obbligo di 38 ore settimanali e alla combinazione fra attività nello studio, funzioni presso le Asl e presenza nelle Case di Comunità. La questione tecnica è la distribuzione del tempo clinico. Una riforma può aumentare la disponibilità del sistema solo se ogni ora spostata in una struttura produce servizi aggiuntivi, personale di supporto e minore burocrazia per il medico.

Le aperture che rendono il confronto ancora negoziabile

La piattaforma SMI presenta aperture negoziali accanto al dissenso sui punti considerati vincolanti. Nel documento di convocazione della manifestazione il sindacato ha indicato il sì alla scuola di specializzazione in medicina generale, al rilancio della medicina dei servizi, al contratto di dipendenza per gli specialisti in medicina generale e al completamento orario su base volontaria. Questa architettura dice una cosa precisa: la categoria accetta di discutere strumenti nuovi quando il perno resta la scelta volontaria e quando la nuova organizzazione non assorbe automaticamente l’attività convenzionata.

Il passaggio più interessante è la medicina dei servizi. Se venisse rilanciata come canale stabile per le Case di Comunità, potrebbe offrire personale medico dedicato alle funzioni territoriali senza caricare tutto sugli studi già saturi. È il punto in cui la protesta diventa proposta tecnica: separare la necessità di far funzionare le strutture PNRR dalla tentazione di usare i medici di famiglia come leva unica per riempirle.

Il doppio canale della bozza Schillaci

La bozza Schillaci mantiene la convenzione come modello ordinario e affianca un canale di dipendenza selettiva per funzioni territoriali più strutturate. Questa impostazione, ricostruita nei suoi elementi tecnici anche da Quotidiano Sanità, assegna alle Regioni un ruolo forte nella programmazione di fabbisogni, sedi, standard organizzativi e contingenti.

Il punto giuridico si intreccia con quello operativo. Una dipendenza davvero volontaria e limitata alle funzioni ad alta intensità organizzativa può servire nei territori dove la Casa di Comunità ha bisogno di équipe stabili. Una convenzione caricata di obblighi minimi, indicatori, audit e presenza programmata rischia invece di trasformare il medico scelto dal cittadino in un nodo di rete governato dall’azienda sanitaria. La differenza fra questi due scenari dipende dalla scrittura del testo e dalle risorse che lo accompagneranno.

Perché le Case di Comunità accelerano la riforma

Le Case di Comunità sono il motore dell’urgenza. Il portale PNRR Salute indica per l’investimento una dotazione di 2 miliardi di euro e un target 2026 di almeno 1.038 strutture rinnovate e tecnologicamente attrezzate. La funzione dichiarata è offrire un punto fisico di prossimità dove il cittadino entra in contatto con assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale.

Il problema emerge quando si passa dall’edificio al servizio. Il monitoraggio AGENAS sul DM 77, aggiornato al secondo semestre 2025 e pubblicato nel 2026, fotografa l’attivazione progressiva di Case di Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedali di Comunità e servizi collegati. Il dato da trattenere è semplice: la struttura vale solo quando ha personale, accessi organizzati e funzioni realmente disponibili.

Il dato che spiega la pressione sul Governo

Al 31 dicembre 2025 risultavano programmate 1.715 Case di Comunità. Le elaborazioni della Fondazione GIMBE sui dati ufficiali mostrano 781 strutture con almeno un servizio attivo, 285 con tutti i servizi obbligatori dichiarati e appena 66 pienamente operative con presenza medica e infermieristica coerente con gli standard. È qui che la riforma assume carattere urgente: il PNRR misura opere e target, il cittadino misura la possibilità di ricevere una risposta.

Questa distanza produce una pressione istituzionale evidente. Senza medici, infermieri, sistemi informativi e sportelli capaci di lavorare insieme, la Casa di Comunità resta una sede parziale. Con personale stabile e funzioni chiare può diventare un filtro reale prima dell’ospedale. La bozza prova a risolvere il problema con più obblighi organizzativi per la medicina generale. La protesta chiede di partire da personale dedicato, finanziamenti riconoscibili e tutele del rapporto fiduciario.

La carenza dei medici rende fragile ogni soluzione rapida

Il riordino arriva dentro una professione già compressa. La FIMMG ha rilanciato a marzo 2026 l’allarme sui medici di medicina generale: oltre 5.700 professionisti mancanti, carenze in 18 Regioni, media nazionale di 1.383 assistiti per medico e 8.180 pensionamenti attesi entro il 2028. Nello stesso quadro, fra 2019 e 2024 il numero dei medici di famiglia è sceso di 5.197 unità.

Questi numeri impediscono scorciatoie. Aumentare le ore formalmente esigibili non crea automaticamente nuovi medici. Spostare quote di attività verso le Case di Comunità può aiutare solo se gli studi non perdono capacità di risposta. La riforma deve quindi distinguere fra tempo aggiuntivo prodotto da nuove assunzioni e tempo ricollocato dagli ambulatori già sotto pressione.

Il rapporto fiduciario come infrastruttura clinica

Il rapporto fiduciario è una infrastruttura clinica. Significa conoscenza della storia del paziente, continuità nelle prescrizioni, memoria degli eventi familiari e capacità di distinguere un bisogno urgente da una fragilità che va accompagnata. Le testimonianze raccolte da Domani confermano il peso di questa dimensione relazionale nel lavoro quotidiano di medici e pediatri.

La riforma deve misurare un rischio preciso: se la presa in carico diventa una somma di accessi distribuiti fra sedi diverse, il paziente fragile perde il punto di sintesi. Se la Casa di Comunità lavora con il medico scelto, con infermieri di comunità e con specialisti accessibili in agenda coordinata, la prossimità può migliorare. Tutto ruota intorno a questa differenza applicativa.

Cosa aggiunge questo aggiornamento al dossier di aprile

Nel nostro approfondimento del 25 aprile avevamo ricostruito la prima collisione fra bozza Schillaci, Ordini, medici di famiglia, pediatri e sindacati ospedalieri. Il passaggio del 28 maggio aggiunge un elemento diverso: la protesta esce dal piano della presa di posizione formale e diventa presidio pubblico con ricezione al Ministero.

La differenza conta anche per il calendario. Finché il dissenso resta scritto in comunicati e mozioni, il Governo può trattarlo come una variabile del negoziato. Dopo una manifestazione nazionale, con la prospettiva di un ulteriore incontro e l’ipotesi di sciopero evocata dalla segretaria SMI Pina Onotri, il dossier entra in una fase in cui ogni modifica del testo avrà valore politico oltre che tecnico.

Cosa cambia adesso per i cittadini

Per chi ha un medico di famiglia, oggi l’effetto pratico è nullo. La scelta del medico resta in vigore, gli studi continuano a operare secondo le regole attuali e le Case di Comunità attive seguono le organizzazioni regionali già definite. La vera soglia sarà l’eventuale approvazione del decreto e la successiva traduzione regionale degli obblighi.

Il cittadino deve però leggere questo confronto come una questione di accesso. Una riforma ben scritta può aumentare continuità assistenziale, presa in carico dei cronici e comunicazione fra servizi. Una riforma applicata con personale insufficiente può produrre agende più rigide, minore disponibilità negli studi e percorsi più difficili da comprendere per anziani e pazienti non autosufficienti.

Il prossimo incontro dirà se il testo può essere riscritto

La delegazione ricevuta al Ministero ha ottenuto l’apertura di un nuovo confronto nella settimana successiva al presidio. La verifica concreta passerà da pochi punti: volontarietà effettiva del completamento orario, perimetro del ruolo unico, peso della retribuzione per obiettivi, tutela della quota capitaria e canali dedicati per il personale nelle Case di Comunità.

La nostra valutazione è che il Governo abbia un problema reale da risolvere e che la protesta segnali un rischio altrettanto reale. Le strutture territoriali devono funzionare. Il medico di famiglia deve restare riconoscibile dal paziente. Il testo finale sarà credibile solo se riuscirà a tenere insieme questi due vincoli senza trasformare l’urgenza del PNRR in un trasferimento indistinto di carichi sugli ambulatori.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Junior Cristarella

Source link

Di