Cosa è accaduto a Denis Bergamini? E qual è stato il ruolo e il contributo psicologico e di “incitamento” che ha avuto Isabella Internò nel suo omicidio? Su queste tre drammatiche domande, il pm Luca Primicerio ha sviluppato la sua requisitoria nel processo d’appello per l’omicidio volontario pluriaggravato di Denis Bergamini. Il magistrato ha chiarito subito che le prove indiziarie e logiche emerse prima dalle indagini e poi dal processo hanno un’importanza uguale a quelle dirette ma ha aggiunto che a rafforzare le prove di colpevolezza di Isabella Internò c’è anche una perizia medico-legale inattaccabile, favorita dal un “colpo di fortuna” eccezionale come la corificazione del corpo del calciatore, che ha consentito ai medici di appurare che nei suoi polmoni ci sono le tracce inequivocabili di un’asfissia meccanica violenta. “E non c’è stata solo la glicoforina a indicare la vitalità delle lesioni” ha affermato Primicerio ma anche una serie di prove immuno-isto-chimiche che inchiodano gli assassini.
Il pm Primicerio, quindi, ha esaminato nel dettaglio la falsità delle versioni date dal camionista Raffaele Pisano e da Isabella Internò, assolutamente incompatibili con le lesioni da sormontamento riscontrate sul corpo di Denis, la cui riesumazione era stata chiesta già nel 2011 – ma senza successo – dai medici legali Testi e Bolino, che avevano già indicato con chiarezza le modalità con le quali era stato asfissiato Bergamini attraverso un mezzo soft.
Ma se ancora non bastassero le risultanze medico-legali, ci sono state anche altre prove disarmanti di un omicidio fatto passare vergognosamente per suicidio: i rilievi assurdi del brigadiere Barbuscio, la perizia completamente falsa e al buio dell’ingegnere Coscarelli ma soprattutto la perizia dei carabinieri del Ris di Messina, che hanno messo nero su bianco in maniera asolutamente certa che Bergamini era già steso a terra e privo di vita quando è stato parzialmente sormontato dal camion di Pisano. “La tesi che Denis Bergamini si sia “tuffato” sotto il camion – ha aggounto il pm – è clamorosamente smontata dallo spazio di frenata del suo mezzo, che non supera i 3-5 metri e che è dimostrato da una serie di dati incrociati”.
Primicerio ha intodotto, a questo punto, le figure dei testimoni-chiave del processo, a partire dal camionista Francesco Forte, che si trovava proprio dietro a Pisano in quella maledetta sera del 18 novembre 1989. “Forte è un testimone che ha paura – ha sintetizzato il pm – perché ha visto in faccia gli assassini di Denis e teme per le ritorsioni che potrebbero derivarne alla sua famiglia e lo conferma in decine di intercettazioni. E anche la presunta incompatibilità tra il suo racconto e quello del teste Panunzio, che accompagna Internò al bar-ristorante di Infantino per telefonare, non sta in piedi: Forte e Panunzio arrivano in tempi diversi sul luogo del delitto”.
Il secondo teste-chiave è senza dubbio Tiziana Rota, moglie del compagno di squadra di Denis, Maurizio Lucchetti, che delinea in maniera perfetta il movente passionale del delitto d’onore. “Tiziana Rota – come hanno scritto i giudici della Corte d’Assose di Cosenza nella sentenza di primo grado – completa il mosaico ed è un teste straordinario”. Primicerio ha invitato il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Piero Santese a guardare il video dell’udienza nella quale ha testimoniato per capire fino in fondo la sua completa attendibilità. “In quella udienza – ha aggiunto – neanche la difesa di Internò ha prodotto la benché minina contestazione a quello che diceva Tiziana Rota, destinataria di confidenze importantissime da parte di Isabella Internò, che non possono non chiarire quelle che erano le sue intenzioni delittuose“. Anche Tiziana Rota come Francesco Forte ha visto in faccia gli assassini ed ha paura. Una paura così forte che le impedisce di tornare a Cosenza per testimoniare al processo, costringendo la Corte a interrogarla in una drammatica udienza nella caserma dei carabinieri di Crema celebrata il 25 maggio del 2023. E anche le perizie eseguite sulla teste e invocate dalla difesa hanno chairito che Tiziana Rota era perfetamente capace di intendere.
Primicerio ha ricordato come l’aborto del 1987 sia stato la causa scatenante che ha portato all’omicidio perché è stato il modo col quale Denis avrebbe “disonorato” Internò, che pretendeva il matrimonio riparatore per recuperare il suo onore perduto. E ha passato in rassegna l’escalation di ossessione dell’imputata, testimoniato dalle insistenti telefonate e dal drammatico incontro con Isabella Internò e i suoi cugini appena 12 giorni prima dell’omicidio in un bar-pasticceria di Rende quando l’imputata ha detto chiaramente all’amica che “se non torna con me, lo faccio ammazzare”. Circostanza che purtroppo è realmente avvenuta. La testimonianza di Tiziana Rota, poi, è del tutto sovrapponibile a quelle di Roberta Sacchi e Roberta Alleati, le ragazze alle quali Bergamini aveva confessato i suoi timori per le conseguenze della fine della relazione con Internò.
Ma Isabella Internò è andata anche oltre perché parte da lei l’incitamento psicologico ai correi ovvero i suoi cugini per “eliminare” Bergamini ed è lei che adesca il calciatore per portarlo da solo all’appuntamento che gli sarà fatale. Denis abbandona il ritiro perché sa che lo attende un “regolamento di conti” con la famiglia della ragazza e lo testimonia il fatto che avesse in tasca il biglietto della clinica di Londra dove Internò ha abortito. Ed è sempre la Internò che si costruisce un doppio alibi falso per dare forza alle sue tesi coinvolgendo l’amica Carmela Dodaro. In realtà, Denis Bergamini non le ha mai telefonato e non è mai andato sotto casa sua per il semplice motivo che lei era insieme ai suoi cugini quando il calciatore è uscito dal cinema Garden per andare incontro all’appuntamento con la morte. Ed è più che mai falso il suo racconto nell’immediatezza dei fatti. “E’ per questo – ha detto il pm – che siamo davanti a un omicidio premeditato: un omicidio fortemente voluto dall’imputata, con tanto di scelta del luogo (un “buco nero”) e di contributo determinante di istigazione nei confronti dei suoi cugini”.
Chiudendo la sua appassionata requisitoria, Primicerio ha ribadito – come aveva già fatto nel processo di primo grado – che a parere della procura di Castrovillari le attenuanti generiche del cosiddetto “fattore tempo” non possono prevalere sulle aggravanti ma devono essere considerate equivalenti e per questo ha richiesto la pena di 23 anni di reclusione, 7 in più rispetto alla sentenza di primo grado. Perché Isabella Internò in tutto questo tempo non è cambiata e non ha avuto mai nessun ripensamento o pentimento: ha continuato a sostenere il falso senza nessuna comprensione – anzi, tutt’altro – per la famiglia di Denis Bergamini.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Iacchite
Source link
