C’è una domanda che ogni calabrese dovrebbe farsi quando sente pronunciare parole come “riorganizzazione“, “integrazione“, “efficientamento“, “razionalizzazione” o “sinergia“. Non è: “Che cosa migliorerà?” La domanda giusta è: “A chi conviene?“Perché la storia della sanità calabrese ci ha insegnato una cosa semplicissima: quasi ogni grande rivoluzione amministrativa viene raccontata come un sacrificio necessario per il bene dei cittadini. Poi passano gli anni e il cittadino continua ad aspettare mesi per una visita, mentre qualcuno ha cambiato ufficio, qualcun altro ha cambiato incarico e qualche milione di euro ha cambiato… portafogli.
L’ultima puntata arriva da Cosenza, dove si parla di integrazione tra Azienda Ospedaliera e ASP. Un progetto che, sulla carta, promette collaborazione, efficienza e servizi migliori. Tutto molto bello. Talmente bello che sembra la pubblicità di una compagnia telefonica. Poi però si leggono gli atti. Ed è lì che il cittadino comincia a grattarsi la testa.
Le nuove regole prevedono che i direttori di dipartimento vengano scelti su base fiduciaria. Una parola splendida, la fiducia. Serve nelle famiglie, nelle amicizie e nei matrimoni. Ma nella sanità pubblica, dove si amministrano miliardi di euro e si decide della salute delle persone, qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che, oltre alla fiducia, servano anche competenza, curriculum, risultati ed esperienza. Invece sembra che basti una stretta di mano amministrativa. Sarà sicuramente tutto regolare. Però viene da sorridere pensando che se un cittadino partecipa a un concorso pubblico deve produrre certificati, titoli, documenti, autocertificazioni, fotocopie, marche da bollo e probabilmente anche il certificato di battesimo. Per guidare un dipartimento sanitario, invece, la parola magica diventa “fiducia“.
E mentre si fa ciò, nasce il Punto di Assistenza Urgenza di Prossimità all’Annunziata, una struttura pensata per alleggerire il pronto soccorso. L’obiettivo dichiarato è condivisibile e nessuno può ragionevolmente contestare la necessità di migliorare l’organizzazione dell’emergenza. Ma, come spesso accade in Calabria, il diavolo non abita nei comunicati stampa. Vive comodamente nelle delibere. Perché, leggendo gli atti, il cittadino scopre che i locali li mette l’Azienda Ospedaliera, mentre una parte importante del personale e dei costi viene sostenuta dall’ASP.
A quel punto non serve essere professori universitari di economia sanitaria. Basta una nonna calabrese davanti a na frittata e cipùddre. Se prendi medici, infermieri e operatori che dovrebbero servire un’intera provincia e li destini a un servizio collocato nel capoluogo, è legittimo domandarsi quale effetto produrrà questa scelta sugli altri ospedali della provincia. La matematica, almeno per ora, non è stata commissariata: se una coperta è corta e la tiri solo da una parte, dall’altra qualcuno resterà inevitabilmente col culo scoperto. O no?
Naturalmente tutto questo viene raccontato come un percorso di integrazione tra Azienda Ospedaliera e ASP. Anzi, da più parti si parla apertamente di un modello che potrebbe anticipare assetti organizzativi più ampi. È una prospettiva legittima, purché venga spiegata con chiarezza ai cittadini. Perché una riforma sanitaria non è una caccia al tesoro: le mappe dovrebbero essere pubbliche e non lasciate all’immaginazione di chi prova a leggere le delibere.
Eppure, a ben guardare, questa storia ha un sapore già conosciuto. La Calabria, infatti, possiede una straordinaria capacità di trasformare gli edifici in protagonisti assoluti della sanità. I pazienti aspettano mesi una visita, ma i palazzi sembrano avere un’agenda molto più dinamica. Si ristrutturano, si acquistano, si trasferiscono, si rifinanziano, si inaugurano e, quando tutto sembra finito, si ricomincia da capo.
La vicenda, ad esempio, del cosiddetto Palazzo di Vetro a Corigliano-Rossano è quasi simbolica. Per anni la sanità pubblica ha sostenuto costi di locazione per quell’immobile. Successivamente è arrivato il progetto di acquisizione. Tutto perfettamente spiegabile sul piano amministrativo, naturalmente. Ma il cittadino continua a formulare una domanda ostinatamente semplice: dopo tanti soldi spesi, quali benefici concreti sono arrivati per chi entra in ospedale con una ricetta in mano e ne esce con un appuntamento fissato tra otto mesi?
La stessa sensazione accompagna il lungo capitolo che riguarda Corigliano e Rossano. Anche lì le scelte organizzative sono state motivate dalle amministrazioni competenti e rientrano nella loro responsabilità. Tuttavia il dibattito pubblico non si è mai spento, soprattutto per gli investimenti destinati al trasferimento di reparti verso Rossano, nonostante molti cittadini continuassero a considerare moderna e funzionale la collocazione precedente. Quando una decisione continua a far discutere per anni, forse non è un delitto chiedere se abbia realmente prodotto i risultati sperati.
Poi c’è la storia dell’Emodialisi di piazza Amendola a Cosenza, che forse racconta meglio di qualsiasi altra il paradosso della sanità calabrese. Per anni pazienti costretti a sottoporsi a terapie salvavita più volte ogni settimana stanno frequentando una sede che da tempo veniva indicata come inadeguata sotto il profilo strutturale, dell’accessibilità, sanitario e chi più ne ha più ne metta. Un vero e proprio tugurio. Da qui nasce il progetto di trasferimento nei locali di Via degli Stadi. Una scelta che, sul piano dell’obiettivo, appare difficilmente contestabile: offrire ambienti più dignitosi e più sicuri a persone particolarmente fragili è un dovere, non un favore.
Peccato che anche questa vicenda abbia deciso di parlare perfettamente il dialetto della burocrazia calabrese. L’immobile di Via degli Stadi, individuato come futura sede di servizi sanitari e destinatario di un importante investimento pubblico, è finito al centro di un contenzioso tra Comune e ASP. Da una parte protocolli d’intesa, programmi e finanziamenti; dall’altra una diffida del Comune, contestazioni sul rispetto degli accordi e richiami all’occupazione sine titulo.
Proprio quando i locali erano quasi ultimati e prossimi ad accogliere i pazienti di piazza Amendola. Nel frattempo altri uffici si erano già trasferiti, alcuni servizi già attivati, altri progetti attendono di vedere la luce e il cittadino, che aveva ingenuamente pensato di trovarsi davanti a un semplice cambio di sede, scopre di assistere a una serie televisiva con più colpi di scena di un thriller.
A questo punto viene spontaneo chiedersi se la sanità calabrese soffra di una curiosa forma di attrazione gravitazionale verso il mattone. Gli edifici sembrano sempre trovare qualcuno disposto a discuterne, finanziarli, comprarli, venderli o ristrutturarli. I medici, invece, restano pochi. Gli infermieri continuano a mancare. Le liste d’attesa continuano ad allungarsi. I pronto soccorso continuano ad affollarsi. Le ambulanze continuano a rincorrere le emergenze con organici ridotti. È quasi come se il cemento avesse un ufficio stampa molto più efficiente dei pazienti.
Naturalmente sarebbe ingiusto sostenere che ogni scelta sia sbagliata o che ogni investimento sia inutile. Le amministrazioni hanno il diritto e il dovere di programmare, riorganizzare e costruire servizi migliori. Ma proprio perché si parla di soldi pubblici e del diritto alla salute, ogni decisione dovrebbe essere accompagnata da una trasparenza cristallina e da risultati facilmente misurabili. Se dopo milioni di euro investiti il cittadino continua ad avere la sensazione che ottenere una visita specialistica assomigli più alla ricerca del Sacro Graal che a un servizio sanitario moderno, allora qualche domanda è inevitabile.
Perché diciamolo chiaramente: pazienti e cittadini di questi dirigenti piddrizzùni sanitari, ne hanno piene le palle. Fiducia zero! Forse il problema non è nemmeno la quantità delle riforme. È che ogni riforma viene presentata come quella definitiva. Ogni direttore promette una svolta. Ogni piano viene definito storico. Ogni inaugurazione viene celebrata come l’alba di una nuova era. Poi cambiano i governi, cambiano i commissari, cambiano i direttori, cambiano le targhe, cambiano perfino gli edifici, ma il cittadino continua ostinatamente a fare sempre la stessa cosa: aspettare.
Aspetta una visita. Aspetta un esame. Aspetta un ricovero. Aspetta una risposta. E, soprattutto, aspetta il giorno in cui il protagonista della sanità calabrese tornerà a essere il paziente e non il prossimo trasloco. Perché, in fondo, gli ospedali possono anche cambiare indirizzo. La fiducia dei cittadini, una volta traslocata, è molto più difficile farla tornare indietro.
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