Dopo le dimissioni — annunciate da giorni, ma non per questo meno rumorose — di Massimiliano Tagliaferri, l’Aula consiliare di Palazzo Munari si ritrova davanti al più intrigante dei rebus di inizio estate: eleggere il nuovo presidente del Consiglio. Il sindaco del capoluogo Riccardo Mastrangeli ha assicurato che si arriverà alla soluzione prima della metà di luglio, probabilmente nel prossimo Consiglio Comunale ordinario. Una sedia importante, autorevole, anche ben remunerata, quella del notaio d’aula. Ma proprio per questo, scotta come l’asfalto di via Aldo Moro alle tre del pomeriggio di luglio.
Per capire come si svilupperà questa singolare commedia dell’arte, bisogna leggere il vangelo laico del Comune: lo Statuto. L’articolo 39, al comma 2, parla chiaro e non ammette interpretazioni fantasiose: «Il Presidente del Consiglio Comunale è eletto, in prima votazione, da almeno due terzi dei consiglieri assegnati; in seconda votazione è sufficiente la maggioranza dei consiglieri assegnati». Tradotto dalla fredda liturgia burocratica: la prima votazione serve a verificare se esiste un consenso largo, di 22 voti. La seconda serve a fare i conti con la realtà: ne bastano 17.
17 voti alla portata, franchi tiratori con i popcorn
E la realtà dice che al sindaco Mastrangeli non servono miracoli. Gli servono 17 consiglieri che scrivono lo stesso nome su un foglietto di carta. Anche perché si vota a scrutinio segreto e i franchi tiratori hanno già comprato i popcorn. Diciassette è un traguardo assolutamente alla portata del sindaco. La base di partenza sono i 16 voti che hanno consentito l’approvazione del conto consuntivo qualche settimana fa. Un passaggio che in politica vale più di un sondaggio: perché i bilanci non si commentano, si votano. E chi li vota, al di là dei soliti stantii malumori, manda un segnale preciso.
Mastrangeli ha quindi una maggioranza numerica (quella politica è un’altra cosa) di 16 consiglieri. Su questo non ci piove. Deve recuperare un voto tra i consiglieri che non hanno detto sì al rendiconto. I nomi sono noti: Sergio Crescenzi e Paolo Fanelli. Operazione impossibile? Il manuale della sopravvivenza democristiana (di cui a Frosinone si conservano gelosamente le bozze originali) suggerisce di no. In una fase nella quale tutti parlano con tutti e nessuno chiude davvero le porte, la ricucitura con almeno uno dei due consiglieri appare più che praticabile.
La variabile Marzi: gli basta essere presente
E se anche il puzzle non dovesse completarsi all’interno della maggioranza, esiste sempre la variabile politica più smaliziata e al tempo stesso più incidente del Consiglio Comunale: l’ex sindaco Domenico Marzi.
L’avvocato, da fine conoscitore delle dinamiche politiche, ha già dimostrato più volte di saper incidere sugli equilibri dell’aula senza affannarsi tanto. Gli basta essere presente — o assente, insieme ai suoi consiglieri Mandarelli e Gagliardi — per orientare le vele meglio di altri. Se a Mastrangeli servisse un voto per evitare l’impasse istituzionale, Marzi difficilmente resterebbe a guardare.
D’altro canto, l’ex sindaco ha ripetuto fino alla noia che non si presterà mai a dimissioni di massa o mozioni di sfiducia per mandare a casa Mastrangeli prima del tempo. Un atteggiamento apparentemente surreale, per chi si è candidato per stare al posto del sindaco titolare. La verità è che Marzi ha capito, prima di tutti, che ogni eventuale operazione di interruzione anticipata della consiliatura era solo una narrazione romanzata, fatta veicolare ad arte con periodica cadenza. Il Principe Antonio De Curtis alla parola «dimissioni» avrebbe detto: «Ma mi faccia il piacere». Consapevole che nessun consigliere avrebbe mai firmato nulla — nessuno sega il ramo dell’albero sul quale è seduto — Marzi ha giocato d’anticipo e ha messo subito le cose in chiaro.
Insomma: i 17 voti per eleggere il Presidente sembrano più un approdo che un’incognita. La vera domanda è un’altra: chi sarà eletto?
Tre candidature e veti incrociati
Sul tavolo ci sono, tra le altre, tre candidature — tutte autorevoli, tutte legittime. Ma in una maggioranza perennemente litigiosa e tesa come una corda di violino, più che le soluzioni lineari pesano i veti incrociati.
Marco Ferrara: è il vicepresidente vicario. In qualsiasi manuale istituzionale (e del buon senso) sarebbe il successore naturale. Ma la politica non è un manuale. Ferrara paga un elemento che pesa più dei regolamenti: il suo recente addio a Fratelli d’Italia. Immaginare che il Partito della presidente Meloni possa convergere senza esitazioni sul suo nome appare complicato. Non impossibile (in politica niente è impossibile) ma complicato sì. Troppi rancori recenti, troppi rapporti da ricucire, troppi nodi non sciolti.
Francesca Chiappini: dal punto di vista elettorale sarebbe probabilmente la candidatura più forte. È la consigliera più votata e rappresenta una lista che ha avuto un peso elettorale importante per Mastrangeli. Ma il problema sta proprio qui. La Lista per Frosinone esprime già il vicesindaco Antonio Scaccia e l’assessore Maria Teresa Spaziani Testa. Aggiungere anche la Presidenza del Consiglio significherebbe alterare ulteriormente il già precario equilibrio interno. La politica sopporta molte cose. Quasi mai le sproporzioni. Al di là della legittima ambizione della consigliera Chiappini, la sua elezione a presidente d’aula rischierebbe di aprire più problemi di quanti ne risolverebbe.
Giampiero Fabrizi: la terza via, quella che risponde al classico principio democristiano del «risolvere i problemi creando meno danni possibili». Fabrizi rappresenta la perfetta sintesi diplomatica: meno divisivo degli altri, potrebbe essere il più competitivo. La casella della Presidenza con lui tornerebbe formalmente in quota alla Lista Ottaviani — il gruppo consiliare che la deteneva all’inizio della consiliatura, prima che Tagliaferri decidesse di mettersi in proprio come indipendente. Sarebbe un ripristino dello status quo ante, una restaurazione che non altera i pesi geopolitici dell’aula, senza creare nuovi squilibri. È la soluzione che scontenta meno. E in una maggioranza così litigiosa, spesso non vince chi piace di più. Vince chi dispiace di meno.
Inoltre, Fabrizi è una figura di assoluto gradimento del sindaco Mastrangeli: un profilo non divisivo, istituzionale, capace di garantire sedute tranquille. Mastrangeli non ha bisogno di aprire un’altra guerra interna. Ha bisogno di chiuderne una. Ca va sans dire.
Il messaggio politico
La Presidenza del Consiglio non è soltanto una carica istituzionale. È un messaggio politico. E il messaggio che il sindaco ha bisogno di veicolare ai suoi è uno solo: archiviamo anche questa pratica e poi concentriamoci tutti sulla campagna elettorale del 2027.
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