Carcere, la relazione al Parlamento troppo vecchia per presentarla al Parlamento


La relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è stata finalmente consegnata al Parlamento «riferita al 2024 e integrata dai dati del 2025», ma da un’analisi delle 267 pagine risulta presente solo una tabella con i dati più recenti, risalenti all’anno scorso. Non vi sarà nessuna presentazione pubblica del rapporto con una conferenza stampa, i dati risalgono al 2024 e non avrebbe molto senso. «Dopo l’estate verrà recuperata anche la relazione 2025», dice a VITA l’ufficio stampa dell’ufficio del Garante, che è costituito in Collegio dal presidente Riccardo Turrini Vita e dai componenti Irma Conti e Mario Serio.

L’ultima relazione annuale al Parlamento risaliva al 2023, quando era presidente Mauro Palma. Poi avvenne la morte improvvisa, il 22 agosto 2024, dell’allora garante Felice Maurizio D’Ettore, e la nomina di Turrini Vita. Della relazione non si ebbe più notizia.

Rita Bernardini: «Non una parola su ciò che hanno visto o sulle azioni messe in piedi»

Nella relazione del Garante «ho trovato il numero delle visite e i km percorsi, ma non una parola su ciò che ogni volta hanno visto e sulle azioni che hanno messo in piedi dopo aver visto», ha scritto sulla sua pagina Facebook Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. «La relazione annuale che per legge dovrebbero fare al Parlamento, l’hanno depositata oggi (il 19 giugno 2026, ndr), dopo i rilievi di Valentina Angela Stella», che ne ha scritto sulle pagine de L’Unità.

In un anno e mezzo 3mila detenuti in più

Nella relazione si afferma che «al 31 dicembre 2024, la popolazione detenuta in Italia ammonta a 61.861 persone, a fronte di una capienza regolamentare, definita dalla Direzione generale per la detenzione e il trattamento (D.g.d.t.) del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, pari a 51.312 posti. Il tasso medio nazionale di sovraffollamento si attesta così al 120,55%», afferma il documento. «Occorre inoltre considerare che 4.491 posti regolamentari non risultano effettivamente disponibili». Nel frattempo, il numero dei ristretti è lievitato a 64.741 (dati Dap, aggiornati al 31 maggio 2026), con un affollamento pari al 139%, «portando il sistema penitenziario ai valori più elevati dell’ultimo decennio», ha denunciato il Garante dei diritti delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia.

Alessio Scandurra (Antigone): «Niente proposte per ridurre i numeri del carcere»

«Quasi tutti i dati presenti nella relazione sono già stati pubblicati dal Garante, che fa spesso un’analisi dei numeri messi a disposizione dal Dap», afferma Alessio Scandurra, responsabile Osservatorio di Antigone. «Quello che fa impressione è che nelle relazioni precedenti era presente una parte relativa alle proposte per ridurre i numeri del carcere e per evitare il ricorso alla detenzione. In quest’ultima relazione c’è una presa di posizione netta sul fatto che il problema non è ridurre il numero dei detenuti, ma costruire nuove carceri». Infatti, quando nel rapporto si parla del «rapporto fra sovraffollamento e edilizia carceraria», si scrive che «il primo è conseguenza diretta dell’insufficienza della seconda».

Rispetto alle visite in carcere «spesso il Garante si riferisce a interventi di manutenzione, progetti di ristrutturazione. Anche quando si parla della casa circondariale di Sollicciano, dove sono state chiuse da poco sei celle e un’area accoglienza, si dice che il Garante fece le raccomandazioni. Ma l’esito è stato il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, non è successo nient’altro», sottolinea Scandurra.

«Solo un problema di spazi»

«L’impressione che emerge dalla lettura è che il sistema penitenziario non abbia problemi legati alla sua vita interna, ma abbia solo un problema di spazi. Le relazioni di Mauro Palma erano anche un tentativo di aprire una riflessione sul carcere, di dare una chiave di lettura per capire meglio il fenomeno, al di là delle scelte che la politica è chiamata a prendere, per affrontare i vari problemi. Qui le proposte sono legate all’edilizia penitenziaria e agli organici», evidenzia Scandurra. «In epoche in cui c’erano più detenuti rispetto agli attuali (c’erano 69mila persone detenute in Italia, ai tempi della sentenza Torreggiani del 2013) non c’erano tutti i suicidi in carcere che ci sono ora e le attuali aggressioni al personale. Oltre al fenomeno del sovraffollamento c’è sicuramente qualcos’altro, nelle carceri italiane. Nella relazione non ci si pone il problema di questo qualcos’altro».

Nessuna risposta dal Garante

«Noi di Antigone, quando emergono situazioni particolarmente gravi in alcuni istituti penitenziari, mandiamo delle sollecitazioni al Garante nazionale, anziché a quelli locali. Da quando c’è questo Collegio non abbiamo mai avuto risposta. Quella del Garante nazionale è una figura a cui noi di Antigone teniamo molto». L’associazione propose per la prima volta l’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà nel 1998. Questa figura diventò realtà in Italia nel 2013 grazie al decreto-legge n. 146, convertito nella legge 10/2014. «Il Garante è un pezzo importante di questo Paese per chi, come noi, si occupa del tema del carcere», dice Scandurra. «Auguriamo il meglio a questa istituzione, ci dispiace che abbia questa difficoltà a svolgere il suo mandato».

L’importanza di favorire l’accesso a misure non detentive

Tutte le analisi della relazione sono ottenute dall’elaborazione dei dati forniti dal Dap. «L’aumento complessivo della popolazione detenuta è imputabile, in parte, al frequente ricorso alla custodia cautelare in carcere, ma anche – e in misura rilevante – al numero crescente di persone che accedono in istituto a seguito di condanna definitiva», si legge. I dati «inducono a una riflessione sulla durata dei procedimenti giudiziari e sulla limitata applicazione delle misure alternative alla detenzione e alla custodia in carcere, soprattutto nei casi in cui sussistono i presupposti di legge per l’ammissione a percorsi di esecuzione penale esterna agli istituti. Su tale aspetto, il Garante nazionale ha richiamato l’attenzione delle competenti autorità, sottolineando l’importanza di favorire l’accesso a misure non detentive per coloro che, per pena inflitta o residuo di pena, possono essere ammessi a percorsi alternativi di reinserimento, nel rispetto del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena».

I 358 reclami al Garante

Nella relazione trovano spazio anche i reclami presentati, «nell’anno 2024 sono pervenuti complessivamente 358 tra reclami e segnalazioni afferenti a diverse aree di criticità del sistema penitenziario», si legge nel documento. È evidente «una forte concentrazione delle problematiche su aspetti legati alle condizioni materiali di detenzione e alla tutela dei diritti fondamentali». In particolare, sono stati 88 (24,6%) i reclami presentati per il diritto alla salute, 62 (17,3%) per le condizioni materiali e igieniche, 121 (33,8%), quelli inerenti la mobilità e i rapporti familiari (includendo trasferimenti, colloqui e richieste di intervento al Garante); 52 reclami sono stati presentati per opportunità trattamentali e rieducative e 22 per maltrattamenti.

Foto di RDNE Stock project su Pexels

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 Ilaria Dioguardi

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