22 giugno 2026 – ore 14:00 – Premessa – La celebre storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt, attraverso il suo noto aforisma «la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri», ci aiuta a comprendere perfettamente la natura profonda dei conflitti. Tale logica ci appare plasticamente e drammaticamente aderente sia alla crisi iraniana sia a quella ucraina. Inoltre, se dovessimo applicare l’assioma del generale prussiano Carl von Clausewitz, secondo cui «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», la «battaglia di Hormuz» si sta concludendo con la sconfitta degli USA e di Israele e la contestuale e insperata vittoria politico-diplomatica dell’Iran. Teheran, infatti, ottiene piena legittimità internazionale, riuscendo altresì a mantenere la propria capacità militare, conservando la palese ambiguità strategica sul dossier libanese e senza vedersi erodere minimamente le proprie «proxi unità di manovra» in Medio Oriente, costituite da Hezbollah in Libano, dagli Houthi in Yemen e da Hamas a Gaza. Certamente questa vittoria iraniana potrebbe essere solo parziale, una «semplice battaglia» all’interno di una guerra decisamente più lunga, ma, al momento, la sconfitta di Washington appare chiara, netta e non discutibile. Mentre, nel quadrante iraniano, lo spettro di una devastante guerra economico-finanziaria globale, determinata dal blocco dello stretto di Hormuz, potrebbe aver contribuito a ridefinire i confini «non superabili» del conflitto militare, nello scenario ucraino la drammatica debolezza strutturale europea, accompagnata dal narcisismo dominante dell’Imperatore statunitense, sempre meno credibile e affidabile, contribuisce a rendere estremamente fluido l’auspicato percorso negoziale.
Assistiamo continuamente a positive accelerazioni dirette a individuare possibili percorsi diplomatici, sempre però accompagnate da brusche frenate e da decisioni assolutamente rivolte verso la continuazione sine die di un conflitto feroce nel cuore dell’Europa.
L’esordio di Trump al recente G7 in Francia, con l’espressione imperiale «I am the boss», rivolta ai leader europei presenti e di fronte ai media, mi ha onestamente inorridito. Quell’espressione tracotante, accompagnata da un incedere goffo e decadente, solo parzialmente mitigata da un apparente bonario sorriso, mi ha profondamente colpito perché denota un narcisismo e un egocentrismo ormai apparentemente privi di limiti. Credo che Trump si consideri davvero l’Imperatore che, giunto nel cuore delle Provincie, cerchi di riprendere il controllo politico del territorio, soffocando sul nascere ogni forma di ribellione, ricordando ai «clientes» l’opportunità di rientrare nei ranghi e di non permettersi di contrastare il volere supremo di Washington.
Mi chiedo quale fragilità interna stia spingendo Trump ad assumere un simile comportamento, quale sia il disegno strategico di Trump, che sta sistematicamente distruggendo i pilastri del progetto MAGA attraverso il quale aveva costruito la sua scalata alla presidenza.
L’intero movimento MAGA è sbalordito, gran parte del Partito Repubblicano appare disorientato.
Una situazione che umilia l’Europa
In merito al trattamento riservato da Trump alla premier Meloni, ricordiamoci che questo presidente statunitense sembra amare umiliare i «fedeli alleati». Aveva agito nello stesso modo con diversi leader africani, con la premier giapponese Sanae Takaichi nel decorso mese di marzo, con il premier britannico Starmer, asseritamente in queste ore dimissionario, con il presidente francese Macron, con il cancelliere tedesco Merz e con quello spagnolo Sanchez, quest’ultimo tra i bersagli preferiti da questa Amministrazione statunitense.
Senza dimenticare le assurde e ripetute invettive rivolte da Trump nei confronti del Pontefice.
In merito, suggerirei umilmente a Vance, il cattolico Vance, di regalare al suo presidente un libro che racconti le lontane vicende che definirono i rapporti tra Napoleone Bonaparte e Papa Pio VII, cercando di spiegare a Trump il significato politico e diplomatico delle famose espressioni pontificie «Non debemus, non possumus, non volumus».
Lo so, chiedo decisamente troppo!
Quanta tracotanza, quanta ignoranza, quanta prepotenza si nascondono dietro questo comportamento di Washington, che sta velocemente allontanando l’intera Europa dagli USA. La fiducia degli europei negli americani è ai minimi storici, anche se per ora confinata contro questa amministrazione, ma qualcosa sembra essersi pericolosamente rotto.
La dipendenza dagli USA, per noi europei, nessuno escluso, appare ancora decisamente imponente, drammaticamente e strategicamente rilevante e, al momento, non modificabile. Le diplomazie sono freneticamente al lavoro, si cerca di ricucire, si cerca di mediare. Dalla Casa Bianca giungono sogghigni colmi di hybris sfrenata, dalle cancellerie europee emergono imbarazzo, incredulità e sdegno.
La maggioranza della stampa americana, consapevole del pericolo di un possibile futuro isolazionismo statunitense, si schiera con i leader europei ma… qualcosa sta cambiando. La mancanza di fiducia, come ben sappiamo, corrode ogni forma di rapporto, anche tra Stati, anche tra leader politici. L’immagine americana in Europa appare decisamente in caduta libera. Riprendere un cammino tra alleati, con pari dignità, seppure con palesi e macroscopiche differenti capacità e «potenza propulsiva», non appare facile, né sarà immediato.
Questa lacerante ferita sanguina in tutte le capitali europee. Aspettiamoci altri rifiuti da parte dell’Europa a Washington, anche se, contestualmente, non dovremmo sorprenderci di «straordinarie» improvvise missioni diplomatiche di europei nella capitale statunitense, richiedenti ovviamente e umilmente «udienza», e di segrete corse di leader europei alla corte imperiale, dirette ad acquisire il primato delle relazioni con il presidente americano, con la speranza «malposta» di ottenere benevolenza e riduzione dei dazi.
Questa mancanza di unità nella vecchia Europa gli americani la conoscono perfettamente, la cavalcano da sempre. Non vogliono un’Europa coesa: diventerebbe un pericoloso antagonista anche sotto il profilo finanziario ed economico. Il «divide et impera» ha sempre contraddistinto le relazioni tra gli USA e i diversi interlocutori europei.
Lo comprendiamo perfettamente, non lo condividiamo, ma ne comprendiamo anche i più lontani contorni.
Una strategia che ha fatto comodo anche agli europei. In fondo, e malgrado tutto, gli americani ci stanno consentendo la pace in Europa da oltre cinquant’anni, senza farci impegnare troppo nella costruzione di un’organizzazione di Difesa che presenta costi immensi e non sostenibili.
Tuttavia, se noi europei abbiamo bisogno degli americani, cari americani, anche voi avete assoluto bisogno dell’Europa. Un’America senza Europa sarebbe un impero senza la sua sponda principale, un impero zoppo, destinato a un declino inevitabile ed estremamente veloce.
Uno sguardo alla crisi in Ucraina – Il pensiero politico di Lavrov
Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha deciso di rendere pubblico un suo editoriale dal titolo «Ucraina, Europa e sicurezza globale», che inizialmente doveva essere inserito unicamente in una pubblicazione diplomatica riservata, diretta a Bruxelles. Desidero proporvelo integralmente perché contiene il pensiero diplomatico profondo della Russia e ci aiuta a comprendere la delicatezza del momento storico che stiamo vivendo. Vi sto proponendo una visione delle vicende ucraine secondo la lente d’ingrandimento russa, certamente, ma assolutamente importante se davvero vogliamo comprendere ciò che sta accadendo all’interno dell’Europa. La situazione appare delicata, estremamente delicata, con possibili violente accelerazioni che, se deflagrassero, non sarebbero facilmente gestibili.
Leggiamo insieme:
«In un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque precondizioni affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.
Oltre vent’anni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: il dialogo con la Russia è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto NATO e Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.
La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i Paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino e si sono prodigati in ogni modo per allontanare l’Ucraina dalla Russia.
Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto categoricamente la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione, un accordo che Bruxelles premeva da tempo affinché Viktor Yanukovich firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato, senza impegni reciproci, condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese un rinvio, gli europei fomentarono disordini di piazza che sfociarono rapidamente nel colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.
Germania, Francia e Polonia si sono poi dimostrate altrettanto sleali. Dopo aver garantito il rispetto dell’accordo stipulato tra l’opposizione e Viktor Yanukovich, se ne sono lavate le mani nell’istante stesso in cui la stessa opposizione, da loro stessi creata, è salita al potere. “La democrazia”, hanno affermato con una scrollata di spalle, “prende svolte inaspettate”.
L’Europa ha quindi dato il suo appoggio alle nuove autorità. A Odessa, il 2 maggio 2014, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.
In qualità di co-garanti degli accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come ammisero in seguito Angela Merkel e François Hollande – dopo l’inizio dell’operazione militare speciale – l’attuazione da parte di Kiev degli accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non era mai stata realmente prevista. L’obiettivo, ammisero, era semplicemente quello di guadagnare tempo: rafforzare le Forze Armate ucraine e inondarle di armamenti occidentali.
La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproca giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno appoggiato attivamente tale rifiuto.
In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha appoggiato gli sforzi del Primo Ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – “non firmate nulla, combattete e basta” – ha chiuso la porta a qualsiasi forma di diplomazia autentica, almeno per il prossimo futuro.
Situazione attuale
Cosa ha spinto i leader europei a cambiare improvvisamente retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e quali sono i loro obiettivi con queste dichiarazioni? Ad esempio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni all’Europa. Queste includono: il pagamento di “risarcimenti” all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli “agenti stranieri“; e l’accettazione di limiti rigidi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua interpretazione, “non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia risponda delle proprie azioni“. Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha ribadito il concetto in modo inequivocabile: “Sostenere militarmente l’Ucraina non contraddice la ricerca della pace, ma rappresenta piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziato credibile e in buona fede“.
Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia, portando avanti al contempo una campagna di guerra legale orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di quest’organizzazione, un tempo rispettata, si sta creando un’intera infrastruttura con lo scopo esplicito di “chiedere conto alla Russia“: un Registro dei danni, una Commissione per i risarcimenti e un Tribunale speciale.
Anche l’Unione Europea ha dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi episodi si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate ucraine nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.
Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È piuttosto quello di consolidare il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto con la Russia. Con questo intento, i leader europei si affannano per ottenere un cessate il fuoco il più rapidamente possibile e per un’unica ragione: impedire il collasso delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano è quello di «congelare» il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi schierare rapidamente sul suolo ucraino contingenti militari della «coalizione dei volenterosi» anglo-francese.
È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, stanziando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e incrementare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intende guadagnare tempo con ogni mezzo disponibile. In una dichiarazione sorprendentemente schietta, rilasciata lo scorso aprile, il capo di Stato maggiore belga lo ha affermato senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno dando questo tempo».
L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, trascinando al contempo l’Armenia nella sua sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Quanto all’Ucraina, viene sempre più vista come il «pugno d’arme» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.
Rischi per la sicurezza globale
Questa situazione rappresenta una seria minaccia per la sicurezza globale. Uno scontro diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.
Sotto la bandiera dell’«autonomia strategica», l’Europa sta assistendo a un significativo rafforzamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il suo «ombrello nucleare» a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né quella dei beneficiari della sua cosiddetta protezione.
Nonostante tutto, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi, piani che, a loro dire, si estendono ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, finalizzata unicamente a ottenere fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Questo non è certo il clima adatto per un dialogo costruttivo.
La posizione della Russia
Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna parte. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte intenzionata a sconfiggere la Russia, una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, pertanto, non può essere condotto come se fosse un osservatore terzo e imparziale.
La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia. Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare il rispetto e la dignità dei nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la propria lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è contraria agli imperativi di un mondo multipolare.
I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso dei decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani e non potrà mai essere ricostruito. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza continentale aperta a tutti i Paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.
Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può essere incarnato in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.
Il punto cruciale è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente e dell’Europa, in quanto parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso passi concreti che dimostrino un sincero impegno ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello rivolto alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.
PS: È importante notare che l’ultimatum di Londra è stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro al Ministero degli Esteri russo dell’11 giugno 2026, un incontro che avevano richiesto con tanta insistenza. Questo era l’unico scopo della loro visita al Ministero.
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2120138/
Zelensky scalpita, richiedendo la pace e minacciando la Bielorussia
Nel consueto discorso alla Nazione, il prode e astuto guitto di Kiev invoca la pace e ringrazia gli statunitensi e gli europei per il supporto. Il tono dei discorsi sta cambiando, la situazione al fronte non è così «favorevole» come ci viene raccontato. Le accuse a Mosca di non volere la pace costituiscono sicuramente l’asset portante del discorso serale. In tale contesto, merita rilevare il crescente «nervosismo» esistente tra Kiev e Minsk: accuse reciproche, minacce diffuse e ultimatum non richiesti.
In particolare, il 19 giugno u.s., Zelensky, a margine dell’incontro a Kiev con il presidente dell’Honduras Nasry Asfura, ha inasprito le sue critiche al presidente bielorusso Alexander Lukashenko, sostenendo che, nonostante le ripetute affermazioni secondo cui la Bielorussia non vuole essere coinvolta nella guerra, il regime continua a sostenere la campagna militare russa.
«Quando Lukashenko dice di non voler essere coinvolto nella guerra, dovrebbe essere onesto, almeno con il suo popolo», ha affermato Zelensky. «Non è solo lui che potrebbe essere trascinato in guerra: l’intero Paese potrebbe esservi trascinato dalla Russia».
Il presidente ucraino ha affermato che la Russia ha utilizzato il territorio bielorusso fin dai primi giorni dell’invasione su vasta scala, ricordando che i missili lanciati dalla Bielorussia hanno colpito obiettivi in Ucraina. Zelensky ha anche fatto riferimento a precedenti conversazioni con Lukashenko, affermando che il leader bielorusso aveva cercato di prendere le distanze da quegli attacchi sostenendo che fossero stati compiuti esclusivamente da forze russe. Zelensky ha dichiarato di non accettare tale spiegazione.
L’avvertimento si è concentrato su quelli che Zelensky ha descritto come sistemi di ripetizione installati su torri di comunicazione in due regioni bielorusse al confine con l’Ucraina. Secondo il presidente ucraino, queste apparecchiature vengono utilizzate per coordinare gli attacchi dei droni russi contro aree civili, anziché contro posizioni di prima linea. «Su quelle torri ci sono dei sistemi di relè», ha detto. «Può rimuoverli. Se davvero non vuole partecipare alla guerra, che rimuova quelle apparecchiature e le spenga.»
Zelensky ha affermato che il funzionamento continuo di questi sistemi contribuisce alle vittime civili quotidiane in Ucraina. Ha aggiunto che una settimana sarebbe un tempo sufficiente per le autorità bielorusse per smantellare le apparecchiature. «Ogni giorno i nostri civili muoiono a causa di questo», ha detto. «Se non lo spegne lui, lo faremo noi.»
Queste dichiarazioni rappresentano uno degli avvertimenti pubblici più diretti di Kiev nei confronti di Minsk dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio 2022. Sebbene le forze bielorusse non siano entrate formalmente in guerra, la Bielorussia ha permesso alla Russia di utilizzare il proprio territorio per operazioni militari e logistiche, anche durante l’assalto iniziale a Kiev.
Zelensky ha inoltre accusato la Bielorussia di svolgere un ruolo significativo nella fornitura di carburante utilizzato dalle forze russe. Ha sostenuto che la Bielorussia potrebbe limitare le esportazioni che, in ultima analisi, sostengono le operazioni militari di Mosca.
«Oggi la Bielorussia è uno dei principali fornitori dell’esercito russo», ha affermato. «Si può fermare tutto questo? Sono convinto che sia in suo potere.»
All’inizio di questa settimana, Zelensky ha affermato che la Russia continua a cercare modi per coinvolgere maggiormente la Bielorussia nel conflitto, potenzialmente nell’ambito di sforzi più ampi per esercitare pressione sul fianco orientale della NATO.
Conclusione
Un mondo frammentato, diviso, alla ricerca disperata di nuovi equilibri.
Europa, ci chiediamo… dove sei?
Prendi coscienza della tua storia, della tua forza, della tua civiltà.
Ferma la guerra, cerca la pace, sii responsabile!
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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