Curatrice, autrice e docente, Maria Vittoria Baravelli concentra la sua ricerca sul rapporto tra immagini, memoria, corpo, archivi e narrazione. È particolarmente interessata al tema degli archivi e alla possibilità di riattivare materiali, oggetti e fotografie custoditi nei depositi, restituendo loro nuova visibilità attraverso la curatela, la scrittura e il racconto visuale. Il suo nuovo saggio di cultura visuale Il mondo non merita la fine del mondo, edito da Rizzoli, attraversa la storia dell’arte e della fotografia interrogandosi sul motivo per cui ci innamoriamo delle opere, su come l’arte intensifichi la nostra esistenza e su come l’incontro con le immagini possa diventare una forma di conoscenza. L’abbiamo intervistata per saperne di più.
Intervista a Maria Vittoria Baravelli
Partiamo dal titolo del suo saggio “Il mondo non merita la fine del mondo”, Un’affermazione perentoria, affascinante, una porta che apre ad un vero e proprio viaggio?
Sì, è un titolo che per me contiene una dichiarazione d’amore e una forma di resistenza. È anche un verso tratto da un componimento poetico di Wisława Szymborska, la prima donna polacca a vincere il Nobel per la Letteratura. Szymborska dedica quel testo a Vermeer, e mi è sempre sembrato incredibile, quasi commovente, che una poetessa, una donna che indaga i misteri dell’esistenza attraverso il linguaggio, abbia sentito il bisogno di avvicinarsi a un pittore che forse cercava le stesse risposte attraverso le immagini. Da questo scarto nasce il mio incanto: dal dialogo tra parola e visione, tra poesia e pittura, tra ciò che possiamo dire e ciò che possiamo solo guardare. Tra ciò che le immagini nascondono e ciò che le parole non riescono a dire.
Come e quando è nato il suo rapporto con l’arte?
Credo sia nato molto presto, prima ancora che io sapessi chiamarlo arte. Da bambina i miei nonni mi portavano spesso a fare merenda sotto il portico, a Ravenna, alla pasticceria Ferrari. Accanto c’era un antiquario: nella sua vetrina vedevo oggetti di ogni epoca, statue, volti, collane d’ambra e d’avorio, presenze quasi magiche. Un giorno vidi per la prima volta un calco della Sconosciuta della Senna. Me ne innamorai perdutamente, senza sapere chi fosse. Era un volto bellissimo e insieme imprendibile: non sapevo nulla di lei, e forse proprio per questo mi sembrava contenere una storia immensa. L’ho scoperta molti anni dopo, a Milano, a casa dell’antiquaria Clio Calvi che ne aveva una copia identica. Ho saputo solo allora che quel volto era diventato una sorta di icona europea: il calco di una giovane donna senza nome, sospesa tra leggenda e realtà, tra morte e bellezza, tra anonimato e sopravvivenza. Questa cosa mi ha commosso perché credo che tutto sia già dentro di noi: la nostra sensibilità, le nostre ossessioni, quello che diventeremo. Forse in quel volto c’era già molto del mio modo di guardare: il desiderio di salvare le storie senza nome, di restituire presenza a ciò che rischia di scomparire.
Quando ha capito che sarebbe diventata la sua professione?
Venendo da Ravenna, sono cresciuta in mezzo ai mosaici bizantini: immagini nate per raccontare il mondo, per tramandare storie, per rendere visibile l’invisibile. In seguito, ho studiato e mi sono laureata in Lettere Moderne, e credo che questa vicinanza alle storie sia rimasta la mia matrice più profonda. Come diceva qualcuno, non esiste alcuna civiltà che non abbia come atto fondativo una serie di storie da tramandare. Raccontare storie significa salvare qualcosa dall’oblio, ma anche permettere agli altri di riconoscersi. Per questo vedo una grande coerenza anche nell’uso dei social: oggi possono essere amplificatori di storie, strumenti capaci di portare l’arte, la memoria e le immagini fuori dai luoghi in cui spesso restano confinate. Non sostituiscono l’esperienza diretta dell’opera, ma possono creare desiderio, curiosità, avvicinamento. E forse il mio lavoro nasce proprio dal tentativo di riattivare le storie, farle circolare, farle arrivare a chi magari non le avrebbe mai incontrate.
Nel libro lei afferma: “l’arte mi seduce e mi ferisce”, cosa intende?
L’arte mi seduce e mi ferisce perché ci mette davanti alla nostra condizione più profonda: siamo esseri caduchi, destinati a passare. La nostra vita è breve, anche quando sembra lunga. Possiamo vivere cento anni, ma cosa sono cento anni nella storia dell’universo? Quasi niente. La Bibbia ci ricorda che siamo polvere e polvere ritorneremo, e credo che l’arte parta anche da questa consapevolezza: dal tentativo umano, disperato e meraviglioso, di opporsi alla scomparsa. L’arte mi ferisce perché mi costringe a guardare ciò che spesso vorremmo dimenticare: che tutto finisce, che le persone che amiamo muoiono, che noi stessi moriamo, che ciò che ci commuove e ci appartiene non dura per sempre. Ma nello stesso momento mi seduce, perché gli artisti riescono a fare qualcosa di quasi miracoloso: trasformano il nostro tempo limitato in una forma capace di resistere al tempo.
In che modo?
Un’opera d’arte non ci rende immortali, ma allarga la nostra vita. La intensifica, la raddensa, la porta un po’ più in là. Ci permette di toccare con mano qualcosa che assomiglia all’eternità. La fotografia invece è una “ladruncola adorabile” che ruba allo scorrere del tempo, attimi che non verranno più dimenticati. Per questo l’arte è la fotografia sono insieme una ferita e una promessa: ci ricordano la fine, ma ci offrono una possibilità di permanenza. Un po’ come l’amore: quando ci innamoriamo, il mondo sembra cominciare di nuovo. Davanti a certe opere, invece, il mondo sembra continuare oltre di noi. E va bene così, fa parte del gioco.
La memoria è un altro dei temi centrali del suo lavoro. Come la definirebbe?
La memoria non è qualcosa che possediamo una volta per tutte: è qualcosa che dobbiamo continuamente meritarci. Non basta dire “ricordo”, bisogna avere il coraggio di tornare sulle cose, di riaprire scatole, archivi, cassetti, depositi, di rimettere gli occhi dove il tempo sembrava essersi fermato. La memoria non è solo nostalgia ma anche responsabilità. Da anni infatti porto avanti con il fotografo Piero Gemelli un progetto intitolato Gli archivi sognano. L’idea è che mentre gli uomini dormono, gli archivi continuino a sognare. È un progetto curatoriale e fotografico, un format per i musei, gli archivi, le fondazioni e i brand, nato per raccontare gli oggetti custoditi negli archivi italiani, spesso invisibili al pubblico.
Come funziona questo progetto?
In Italia abbiamo un patrimonio immenso, ma sommerso: depositi pieni, opere, reperti, documenti, fotografie, frammenti di identità che non sempre riescono a trovare spazio nelle sale espositive. Con Gli archivi sognano proviamo a riattivare questo patrimonio attraverso la fotografia, la scrittura, le mostre temporanee e il racconto visivo. Piero fotografa gli oggetti, io provo a restituire loro una voce, una trama, una possibilità narrativa. Perché gli oggetti non sono mai davvero muti: aspettano solo qualcuno che torni ad ascoltarli Credo che il compito della curatela sia anche questo: non solo scegliere e ordinare, ma riportare in vita. Fare in modo che ciò che era rimasto nascosto possa tornare a interrogare il presente. La memoria, per me, non riguarda soltanto il passato, riguarda il modo in cui decidiamo di costruire il futuro.
Ricorre spesso anche il richiamo al corpo, ai sensi, al rapporto tra artista e spettatore? Quanto reputa necessaria la “presenza” nell’esperienza dell’arte?
La presenza è fondamentale, perché l’arte non è mai soltanto un’esperienza intellettuale: è un’esperienza fisica, sensoriale, quasi amorosa. Possiamo conoscere un’opera attraverso un’immagine, un libro, uno schermo, ma l’incontro vero avviene quando il nostro corpo entra nello spazio dell’opera. Guardare un’opera significa anche esporsi a lei, lasciarsi guardare, accettare che qualcosa ci attraversi. Penso molto alla body art e alla performance art, a ciò che ci hanno insegnato artiste come Marina Abramović e Gina Pane: l’opera non è qualcosa di astratto, separato dalla vita. L’opera è viva, l’opera è carne. Abramović lo ha detto in modo definitivo: the artist is present. La presenza dell’artista, ma anche quella dello spettatore, diventa parte dell’opera. Il tempo che noi dedichiamo all’opera entra nell’esperienza, così come il tempo in cui l’artista la produce coincide con il tempo della sua vita. Il corpo è importantissimo perché è lo strumento attraverso cui conosciamo il mondo: la gioia, la perdita, la conquista, il desiderio. Eppure la nostra tradizione lo ha spesso guardato con sospetto: nella matrice ebraico-cristiana il corpo è stato letto come fonte di peccato; nella tradizione occidentale platonica come sede dell’errore, come ciò che distrae l’anima dalla verità. Io credo invece che il corpo sia la prima forma della conoscenza.
Ovvero?
Tutto ciò che sappiamo davvero lo abbiamo, in qualche modo, sentito. Il mio libro si conclude con un capitolo intitolato I pensieri magici, che parte da una poesia di Izet Sarajlić, Resta accanto ai miei occhi: “Ti dedico i miei occhi, / le mie labbra, / i miei denti. […] / Che te ne fai delle mie poesie / che non ti possono amare?”. È una frase che per me dice moltissimo: le parole possono custodire l’amore, evocarlo, raccontarlo, ma non possono sostituire la presenza viva di un corpo che ama. E forse anche l’arte funziona così: non basta pensarla, bisogna incontrarla. Bisogna esserci, con gli occhi, con il corpo, con tutto ciò che siamo. E soprattutto con ciò che non saremo in grado di essere mai. Con le nostre insufficienze.ù

Quali sono i suoi musei preferiti, quelli in cui si sente a casa?
Ci sono musei in cui torno come si torna a trovare i parenti. Sicuramente Brera, che per me è uno dei luoghi più familiari e insieme più inesauribili: un museo in cui la pittura italiana continua a parlare al presente, senza mai diventare soltanto passato. Amo il fatto che Brera oggi sappia dialogare con ciò che siamo, con la cultura contemporanea, con il modo in cui le immagini continuano a trasformare la nostra idea di bellezza. Penso, per esempio, alla bellissima mostra Giorgio Armani. Milano, per amore, in cui i capi di Armani entrano in relazione con le sale della Pinacoteca, con la storia della pittura, con l’identità stessa di Milano. Amo molto anche il Museo del Novecento, sempre a Milano, per il suo rapporto con la città, con la modernità, con quella linea fragile e potentissima che attraversa l’arte italiana del secolo scorso. Proprio lì, a ottobre di quest’anno, avrò l’onore di tenere un talk, sui discorsi belli, in occasione dell’appuntamento milanese del Festival della Bellezza, e questa presenza mi rende davvero felice. Poi amo profondamente il Museo Poldi Pezzoli. Appena si salgono le scale, entrando al piano nobile, c’è un busto di marmo collocato un po’ di sbieco, quasi appartato. Sul bordo si legge una frase bellissima: “Rapisce il tempo ogni virtù più rara, ma l’arte bella i torti suoi ripara”. Mi sembra una dichiarazione perfetta di ciò che l’arte può fare: non cancellare il tempo, non vincerlo del tutto, ma riparare almeno in parte i suoi torti.
E oltre a Milano?
Fuori dall’Italia amo moltissimo la Frick Collection, perché è un museo che conserva ancora qualcosa dell’intimità di una casa; il Musée d’Orsay, per quella sua capacità di tenere insieme pittura, luce, modernità e malinconia; il Rijksmuseum di Amsterdam, naturalmente anche per Vermeer. E poi amo profondamente Villa Giulia, che Vasari definiva l’ottava meraviglia del mondo e in cui fino al 12 luglio sarà possibile vedere la mostra “Le stanze dei sogni dimenticati” con le fotografie di Piero Gemelli, curata da me e prodotta da Bokeh Project in collaborazione con Architetto Vision.
Annalisa Trasatti
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