L’intervista che segue si è svolta esattamente (e per puro caso) il 1° aprile 2026, il giorno in cui Fabio Mauri avrebbe compiuto un secolo. La necessità di coinvolgere Carolyn Christov-Bakargiev all’interno dell’approfondimento che Artribune Magazine 90 ha dedicato all’artista è dovuta sicuramente al suo ruolo di Presidente del Comitato Scientifico dello Studio Fabio Mauri, ma anche alla sua curatela del Catalogo Ragionato dell’artista, presentato per i tipi di Allemandi e Hatje Cantz a Venezia durante i giorni di apertura della Biennale Arte 2026. In questa conversazione, abbiamo ricostruito alcune vicende e interpretazioni del lavoro di Mauri, attraverso la voce di chi l’ha conosciuto da vicino.
Chi è Carolyn Christov-Bakargiev
Massima esperta dell’opera di Fabio Mauri, l’italo-americana Carolyn Christov-Bakargiev (Ridgewood, NJ, 1957) è una critica e curatrice tra le figure più rilevanti dell’arte contemporanea internazionale. È stata Capo Curatore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea dal 2001 e ne ha assunto la direzione nel 2009, incarico poi ricoperto nuovamente dal 2016 al 2023. Ha inoltre diretto la GAM di Torino ed è stata il primo direttore della Fondazione Cerruti. Nel 2012 è stata nominata la persona più influente dell’anno a livello globale dalla rivista ArtReview. Tra le sue curatele più importanti si ricordano la 16ª Biennale di Sydney (2008), dOCUMENTA (13) (2012) e la 14ª Biennale di Istanbul (2015). È Honorary Professor presso la University of Applied Sciences and Arts FHNW di Basilea.
Intervista a Carolyn Christov-Bakargiev
Quello tra lei e Fabio Mauri è stato un rapporto professionale importante. Per iniziare questa intervista vorrei partire però dal vostro rapporto personale.
Fabio è stata una delle persone più vicine a me. A metà degli Anni Ottanta, Giancarlo Politi mi chiese di scrivere un capitolo sull’arte italiana per un libro. Non c’erano più temi disponibili, tranne uno che nessuno voleva: “arte politica”. Io lo trasformai in “arte e ideologia”. Chiesi a Politi con chi avrei potuto parlare per approcciare l’argomento, e lui mi disse: “Vai a vedere Benveduti e Falasca, dell’Ufficio per la Immaginazione Preventiva. E vai soprattutto da Fabio Mauri”. Così andai da Fabio, nel suo appartamento che si affacciava su Piazza Navona. Da allora non abbiamo mai smesso di parlare. Per anni andavo tutti i sabati a pranzo da lui. Era una delle pochissime persone che capiva quanto l’arte riguardi la conoscenza del mondo, della vita, delle grandi domande. Aveva un approccio filosofico al senso dell’arte, molto vicino al mio.
Quando Mauri è morto, il 19 maggio 2009, lei stava preparando dOCUMENTA (13), a Kassel. Tra gli artisti aveva invitato proprio Fabio Mauri…
Per la precisione, Fabio è stato il primo artista che ho invitato a Documenta, non appena ho avuto l’incarico a dicembre 2008. Non solo per la vicinanza che ci legava, ma anche perché lui era già malato. Ho pensato che se lo avessi invitato a Documenta, forse si sarebbe tirato un po’ su. In effetti, gli otto mesi prima della sua morte li visse intensamente: voleva prendere un appartamento a Kassel, voleva studiare il tedesco, prepararsi al meglio. Le circa 200 mail che raccontano la genesi del progetto per Documenta sono poi confluite in una pubblicazione, il logbook, che contiene queste sue riflessioni. Mi scriveva che aveva chiaro in mente quello che voleva fare, e riguardava la ricerca finale sul mondo.
Fu lei, negli Anni Ottanta, a leggere lo Schermo come una metafora dell’intero lavoro di Fabio Mauri, e non solo come soluzione di uno specifico corpus di lavori. Quale fu la portata di questa intuizione?
Sì, fu una mia lettura che ho condiviso con Fabio. Lui era inizialmente sorpreso, poi ha concordato e ha condiviso anche lui questa lettura generale della sua opera attraverso lo Schermo. In sintesi, notai che l’ideologia autoritaria che con la sua pratica intendeva decostruire si intrecciava all’emersione dei mezzi di comunicazione di massa: la fotografia, la radio, il cinema e poi la televisione furono i veicoli attraverso cui gli autoritarismi acquisirono potere e riuscirono a manipolare grandi masse di persone. Pensai quindi alla relazione tra le grandi ideologie del Novecento e i mass media, e rilevai una certa coincidenza cronologica tra la diffusione della televisione in Italia e la creazione dei primi Schermi di Mauri, ovvero delle tele monocrome aggettanti, che assomigliano un po’ ai primi televisori oppure agli schermi del cinema. Fabio aveva ben presente il Gobbo di Alberto Burri (1950), che sappiamo essere la prima tela estroflessa della modernità. Tuttavia Burri non ne fece un genere. Inoltre, Fabio mi parlava spesso dell’ideologia e della sua materialità: come un mattone, l’ideologia può colpirti e ucciderti. L’idea che ciò che appare virtuale, immateriale, intangibile, invisibile abbia invece una propria fisicità e materialità oggettuale era qualcosa che lui considerava caratterizzante della sua ricerca. La materializzazione dell’ideologia sta proprio nello Schermo, che è una tela ma può essere anche un corpo, come quello del suo amico Pier Paolo Pasolini, su cui nel 1975 proietta il film Il Vangelo secondo Matteo. Questa infrastruttura – o meglio, retrostruttura – produce nello spettatore una presa di coscienza sulla realtà, e quindi un pensiero critico. In questo Mauri si dimostra parallelo a – e talvolta precursore di – pensatori come Enzensberger, Althusser, Packard, Horkheimer, Adorno, McLuhan…

Da dove origina questo suo interesse per l’invisibile?
Io credo che si leghi in parte alla inclinazione per la fisica di Fabio, una scienza che studia spesso cose che non si vedono ma ci sono – pur senza andare a disturbare le scale subatomiche della fisica quantistica. Anche se la fisica quantistica ci aiuta a capire un altro grande interesse di Fabio: il concetto di entanglement, ovvero l’incapacità di descrivere indipendentemente lo stato quantistico di due particelle collegate. Tra i più recenti studiosi di questo fenomeno c’è il fisico Anton Zeilinger (Premio Nobel nel 2022), a cui avevo dedicato nel 2012 uno spazio nella stessa Documenta, a poca distanza dai lavori di Fabio. Ricordo che in quell’occasione, Zeilinger mi disse: “Carolyn, o devi credere in Dio o devi cambiare il tuo concetto di realtà”.
Un’affermazione potente…
Potente, sì, e anche estremamente precisa rispetto al lavoro di Fabio, che oscillava sempre tra fisica e teologia, in una sorta di dibattito interiore. Con me parlava molto di fisica, era un grande interesse comune, mentre di religione non parlavamo quasi mai.
Eppure, il lavoro di Mauri si innesta sulle categorie ataviche di Bene e Male, estremamente indagate dalla teologia, seppur partendo da un contesto storico e sociale ben preciso. A questo proposito, quanto possiamo ritenere attuale il suo lavoro?
Moltissimo. A volte mi chiedo cosa avrebbe pensato o detto della situazione attuale. Sicuramente avremmo dibattuto dell’IA e della computazionalità, dello statuto di verità (o di non-verità) delle immagini, del concetto di bolle sociali, dei nuovi schermi di oggi. Avremmo parlato di tutta questa complessità, ma è una domanda difficile da esaurire in questa sede, rischieremmo di semplificare troppo. Riguardo alla questione del Bene e del Male non avremmo parlato molto perché bastano poche parole per capirsi sul piano etico e politico e, entrambi, non amiamo, sempre per ragioni etiche, riempirci la bocca di questo.

Ritorniamo allora allo Schermo. In che modo la sua lettura ha influito sulla ricezione del lavoro di Mauri?
Fino al 1994, anno in cui ho curato la sua prima mostra retrospettiva alla GNAM di Roma, veniva a volte criticato perché considerato troppo eterogeneo: teatro, letteratura, performance, editoria, scultura, pittura, oggetti neodada… Era, in poche parole, il contrario di un Lucio Fontana, un Jackson Pollock o un Franz Kline, con segni molto riconoscibili e quindi apprezzati per questo. L’eterogeneità di Mauri l’ha, diciamo, danneggiato nella sua ricezione.
Oggi invece come viene percepita questa eterogeneità?
Oggi è considerata una virtù. Il motivo è da ricercare nella moltiplicazione dei linguaggi propria dell’era digitale.
Quali sono stati, se ci sono stati, gli altri fraintendimenti del lavoro di Mauri?
È stato detto che era un artista Pop, per certi versi, e questo è senza dubbio errato: gli interessava, del fumetto, il dispositivo narrativo della nuvoletta, ma oltre a questo è difficile associarlo ad un immaginario Pop. Anzi, mi diceva che il suo lavoro era esattamente il contrario della Pop Art: gli americani – spiegava – hanno inventato il consumismo. Gli europei hanno inventato l’ideologia, e l’autoritarismo che ne consegue. Gli americani hanno Andy Warhol, gli europei hanno Joseph Beuys.
Inoltre, la sua provenienza da una famiglia borghese lo ha reso vittima di alcuni pregiudizi, svalutazioni o esclusioni da determinati ambienti.
Un ulteriore e più recente fraintendimento è quello di interpretare i suoi ultimi coloratissimi disegni, quali i Disegni dell’Apocalisse, come una ultima fase espressionista del lavoro di Mauri. Quando invece si trattava di meta-disegni concettuali, realizzati probabilmente come momento di confronto con un ritorno dell’espressionismo degli anni Ottanta, soprattutto tra i giovani studenti delle accademie, dove lui insegnava a partire dal 1979. Si tratta quindi di una riflessione sulla gioventù, sulla sua bellezza, sulla sua carenza di saggezza, sulla pericolosità della sua impulsività, che fu messa a frutto dal fascismo. Lo stesso Mauri non ha mai ritenuto opportuno esporli: si trattava di disegni privati, e anche per questo c’è un utilizzo differente del colore. Per me e per Fabio, egli è sempre stato “in bianco e nero”, al massimo color piombo, talvolta rosso sangue. Penso che per i disegni espressionisti degli ultimi anni sia mancata una importante contestualizzazione: quando però ho scelto di esporli a Rivoli nel 2023, ho voluto che fossero accompagnati dai disegni religiosi giovanili, per sottolineare una continuità e, se vogliamo, un ritorno alla giovinezza di un artista, più che una svolta espressionista.
Al di là della ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita, immagino che la necessità di un catalogo ragionato sia dovuta anche alla possibilità di “correggere il tiro” su questa e altre questioni.
Esatto. Ma innanzitutto, il catalogo nasce da una promessa: poco prima della sua morte, gli avevo promesso che avrei realizzato un catalogo ragionato delle sue opere. Lui mi ha sempre detto che ero “infedele, ma non traditrice”. E in effetti è vero, a volte oscillo da un artista all’altro, “distraendomi” per lunghi periodi. Ma non avrei potuto tradire la parola data. Il catalogo è poi una restituzione di quello che voleva fare lo stesso Fabio con la sua opera: un catalogo del mondo. Questo suo desiderio di totalità era quasi un progetto teologico, filosofico e anche scientifico. Fabio amava molto la fisica, come abbiamo detto sopra, la studiava per comprendere l’universo e il nostro destino. Tra le sue opere tarde mi preme qui citare lo striscione Convincimi della morte degli altri capisco solo la mia (2005).

Quali sono state le difficoltà più rilevanti nella lavorazione del catalogo?
Il lavoro ha richiesto molti anni, innanzitutto perché era necessario organizzare l’archivio, che lui stesso aveva fondato e chiamato “Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo”. Oggi è diretto da un suo ex studente dell’Aquila, Ivan Barlafante che, dopo gli studi è stato un suo assistente allo studio. Dopo la morte dell’artista nel 2009, fu Achille Mauri, il fratello minore e che Fabio amava molto, a farsi carico dell’Associazione, che comprende lo Studio dell’artista e il suo Archivio. Per quanto mi concerne, la categorizzazione delle opere non era semplice, ho dovuto realizzare un’architettura delle categorie, con la collaborazione del Comitato Scientifico creato da Achille, che ho l’onore di presiedere e che è composto oggi anche da Francesca Alfano Miglietti, Caroline Bourgeois, Laura Cherubini e Andrea Viliani (questi ultimi due hanno curato la grande retrospettiva di Mauri al MADRE di Napoli nel 2016) e. Per l’assistenza alla curatela del catalogo avevo poi bisogno di qualcuno che mi assistesse, e Achille ed io abbiamo individuato il profilo giusto in Sara Codutti, che ha lavorato a lungo nell’archivio, sviluppando una grande expertise scientifica del lavoro di Fabio. Non avrei potuto realizzare questo catalogo ragionato senza il suo supporto. Più recentemente, dopo la scomparsa di Achille, i suoi figli Santiago e Sebastiano hanno portato a termine la missione di Achille di far uscire il Catalogo Ragionato. I nostri partner sono stati il MAMbo di Bologna e il Ministero della Cultura (Italian Council) che colgo l’occasione per ringraziare personalmente.
Non mi ha fatto una domanda importante…
Ovvero?
Il motivo per cui il catalogo è già consultabile online liberamente da un anno.
Effettivamente è una bella domanda… Perché?
Ci sono dei motivi pratici: mettere a disposizione il catalogo online ha permesso di alimentare il discorso su Mauri prima della pubblicazione cartacea, e di correggere eventuali errori o incompletezze. Un’altra ragione è il fatto che, a mio avviso, abbiamo una responsabilità nei confronti dei sistemi di IA: se si nutrono di ciò che trovano online e che noi rendiamo disponibile, allora dobbiamo permettere loro di nutrirsi di cose buone. Sono molto vicina all’idea di una cultura open access, anche per gli algoritmi che ne fanno utilizzo. Credo sia il modo migliore per rendere questa tecnologia davvero utile, oltre che effettivamente benigna e non maligna.
Alberto Villa
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