«Lo spettacolo è finito, applaudite!» Con questa frase, nel teatro antico — prevalentemente romano — si annunciava la fine della rappresentazione. Secondo la tradizione, deriva da un passo di Svetonio nella Vita di Augusto e fu pronunciata dallo stesso grande imperatore sul letto di morte. In senso esteso, indica che si è giunti al termine di qualcosa e che non c’è più nulla da fare o da aggiungere. Ed è così che mi è venuta in mente, pensando all’inverosimile scambio di insulti e opinioni tra Trump e Meloni di questi giorni, partito dal G7 di Parigi e poi continuato a colpi di dichiarazioni pesanti come un’incudine durante l’intera settimana.
Credo che nessuno di noi abbia mai assistito ad uno scambio così di basso livello e volgare tra due capi di Stato: non solo nella propria vita, ma a moderna umana memoria. Una volata di stracci in faccia che mal si concilia con la parola diplomazia, anzi la annichilisce completamente. Neanche quando Reagan definiva l’Unione Sovietica come «l’impero del male» c’era tanta acrimonia nelle parole di due tra i capi di Stato delle più importanti nazioni al mondo. Nemmeno nelle dichiarazioni di guerra si cela tanta mancanza di rispetto. Evidente e, a tratti, diciamolo, infantile.
Nessuno dei due ha letto la Praòtes. E si vede.
Per sgombrare il campo dico subito che ritengo che Trump abbia commesso un grave atto di cafoneria. Qualsiasi fosse la lamentela da sottoporre, non sono questi i modi che il capo della nazione più potente del mondo possa usare nei confronti di un altro capo di Stato. E in particolare una donna.
Nessuno dei due contendenti deve aver letto il mio articolo sulla Praòtes della scorsa settimana, del governo dell’ira e della sua trasformazione. Perché nessuno dei due si è contenuto. Ad onor del vero, non assolvo completamente nemmeno Giorgia Meloni, benché vittima di contumelie, e spiegherò tra poco chiaramente il perché. (Leggi qui: Apologia di Vannacci, la Praòtes greca e le stelle danzanti).
C’è una piccola attenuante nelle frasi di Trump, che però non giustifica nulla. Nella traduzione i giornalisti hanno calcato molto la mano. Trump ha detto in americano:
«I don’t know what to say! She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!»
Che quasi tutti hanno tradotto come:
«Non so cosa dire. Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!»
Quel «begged» tradotto come «implorato» invece che «pregato» o «insistito» rende già più pesante la questione. Ma la traduzione di «feel sorry» come «mi ha fatto pena» ha dato il colpo di grazia, anche se in italiano si sarebbe potuto tradurre «mi è dispiaciuto per lei», meno dirompente. Quel concetto di «fare pena» così sprezzante in italiano ha contribuito enormemente a rendere più offensive le parole di Trump. Ed era proprio quello lo scopo giornalistico. Ma non assolve nemmeno Trump, perché un presidente degli USA non è uno sprovveduto e non può rilasciare dichiarazioni così sprezzanti nei confronti di un capo di Stato per di più alleato storico.
La frittata è fatta — e sbattuta per bene
Dunque la frittata è fatta, e anche sbattuta per bene, perché la Meloni ha risposto a stretto giro di social altrettanto duramente. «Certe cose meritano una risposta immediata»: inizia così la dichiarazione della premier, pubblicata sul suo account social dopo le parole durissime pronunciate da Donald Trump nel corso della conversazione telefonica con il corrispondente alla Casa Bianca Daniele Compatangelo.
«Sono dichiarazioni inventate. Sono allibita, non so perché si comporti così con gli alleati, non è la prima volta che accade. Dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con leadership con le quali invece si dimostra accondiscendente. Una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai». Dura, provocatoria, pungente al limite dell’irrispettoso. Ma una risposta proporzionata alle volgarità trumpiane.
Non è tardata la risposta americana. Su Truth il presidente ha ripetuto che la premier «ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia», aggiungendo:
«Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America. Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante il fatto che gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato. Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi ‘numeri’. No grazie!!!».
La replica della Meloni non si è fatta attendere:
«Presidente Trump, questi attacchi costanti e immotivati sono insensati. Quanto alla mia popolarità, essere sua amica non l’ha certo aiutata, né dipende dal mio rapporto con lei. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente ciò che ho sempre fatto. È ciò che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato e che non possono essere violati finché sarò Primo Ministro. L’Italia rimane una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non la riguarda. Le suggerisco di concentrarsi sulla sua».
Poi, postando la risposta su Truth, ha aggiunto: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
L’effetto inaspettato: tutta l’Italia unita con Meloni
Uno scambio durissimo che ha prodotto un effetto inaspettato. Per la prima volta ha unito la politica italiana al gran completo nel dare ragione alla Meloni contro le cafonerie trumpiane. Perché lei è stata brava a far passare il messaggio che non veniva offesa una persona, ma una nazione intera — per di più alleata.
Ma c’è un’analisi che non possiamo eludere. Tutti ricorderanno che Trump aveva in passato sperticato elogi alla bionda premier italiana: complimenti a profusione anche per la sua bellezza oltre che per capacità e disponibilità. Addirittura fu l’unica leader europea invitata alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca, dove fu snobbata persino la Von der Leyen. Ci andò solo lei, con Orban. Che poi ha fatto una brutta fine. E forse lei, temendo la stessa cosa, ha cambiato repentinamente rotta nei rapporti con gli USA, fino alla rottura vera: quando non ha concesso appoggio militare nelle operazioni in Iran e nello stretto di Hormuz.
Oggi tutti i detrattori di Trump applaudono alla rottura tra lui e la Meloni. Ma io non so davvero, cafonerie a parte, se questa possa essere definita una buona notizia. Il rapporto tra USA e Italia è sempre stato più stretto e incisivo di quanto si possa pensare. Il potere condizionante degli USA è sempre stato grandissimo. Basti pensare a che fine ha fatto Craxi dopo l’episodio di Sigonella, dove rivendicando la sovranità territoriale italiana impedì ai militari americani l’accesso all’aereo che conteneva i terroristi (famosa è rimasta la foto con il doppio cerchio di militari italiani e americani che si fronteggiavano intorno all’aeroplano).
Rompere con gli USA non è mai una buona idea. I legami sono talmente stretti e vincolanti già dal dopoguerra che è sempre un azzardo. Passare da grandi complimenti e rapporti strettissimi agli insulti e alle contumelie non può essere considerato un capolavoro politico per la Meloni — ragioni di educazione a parte.
Il linguaggio del corpo non mente
Diciamoci la verità: qualche piccolo errore lo ha fatto anche lei, cercando in modo insistente il dialogo e il rappacificamento con Trump in ogni occasione del G7 parigino. Il primo video diventato virale la vedeva avvicinarsi a Trump, che parlava col tedesco Merz, mettendosi con le mani sui fianchi in attesa, tipo la «sora Cesira» pronta a brandire il mattarello. Poi si avvicina il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, che dice: «Siete amici di nuovo» indicando la Meloni. E lei: «Siamo sempre stati amici». E lui: «Sono stato abbandonato». Ancora lei: «Daii». Certo, fino a lì restava un siparietto anche simpatico. Le dichiarazioni successive però erano tutto tranne che simpatiche. Ed hanno contribuito a esasperare gli animi. Tutto molto sbagliato.
Ma la Meloni, seppur vittima, ha sottovalutato certi atteggiamenti eccessivamente amichevoli. E non dipende dalle parole ma dal corpo. Il corpo non mente. Il corpo parla. La Meloni è andata al G7 cercando vistosamente feedback da parte di Trump: lo cercava continuamente, mentre lui disperdeva lo sguardo, non ricambiava la gesticolazione, non faceva assenso su nulla. E quando Trump ha dichiarato «la Meloni ha implorato la foto» risulta fastidiosamente credibile, perché il linguaggio del corpo coopera per dimostrarlo.
Il piede in due foto
Il problema principale è che si è cercato di tenere un piede in due scarpe. Nella comunicazione italiana si è data l’impressione di essere contro Trump ma appena lo abbiamo visto c’è stato in tutti i modi il tentativo di riappacificarci. E questo il corpo lo racconta meglio di diecimila parole. Il fatto che lei oggi faccia un video con un’inquadratura dall’alto verso il basso a testimoniare dominanza è il reciproco di quello che purtroppo abbiamo visto al G7, dove il linguaggio del corpo di Trump dominava sulla sua comunicazione.
Questo è importante perché quando si dice che la Meloni ha una comunicazione diretta e spontanea non è completamente vero. Ha cercato chiaramente una foto opportunity ma era il caso? Perché se in Italia avete detto brutto Trump cattivo Trump, anche all’estero andava tenuta la linea.
L’efficacia comunicativa è data dalla congruenza del comportamento. E noi, dopo l’attacco che ci ha fatto, siamo andati ancora lì a cercare la ricompensa non verbale. E poi questi sono i risultati di una strategia comunicativa disastrosa.
Il disastro, i meme e Marco Aurelio
E disastro fu. Relazioni diplomatiche distrutte forse per mesi o anni. Addirittura quel leone di Tajani che annulla l’imminente viaggio ufficiale a Miami come atto di rappresaglia: sembra si sia lamentato di aver già comprato i calzoni bianchi e il camicione a fiori e di aver imparato a fare i margaritas.
Ma la rete è quella che non perdona. Fiumi di meme e video con doppiaggi e frasi esilaranti: dalla «sora Lella» che rimprovera Trump fino ai film di Tarantino. I più geniali: la Meloni che pronuncia le sue frasi nel confessionale del Grande Fratello; oppure Meloni e Trump seduti sui tronchi del falò di confronto di Temptation Island; o la busta chiusa a C’è posta per te di Maria De Filippi. A dimostrazione che più che le cose serie, una risata ci seppellirà.
Eccola che torna, infine, il tema del controllo. L’ira è sempre cattiva consigliera. E anche se di provata bravura ed esperienza, i grandi politici rimangono uomini — o donne, in questo caso.
Diceva Flaubert: «Si può essere padroni di ciò che si fa, ma mai di ciò che si prova». Ed aveva ragione. Non siamo macchine in grado di controllare tutte le emozioni. Si può fermarle o lasciarle fluire, io preferisco sempre la seconda. Ma in politica è da prendersi con moderazione. Perché in chiusura torniamo a Marco Aurelio, che, come sempre illuminante, diceva: «Le conseguenze della collera sono sempre molto più gravi delle sue cause». E di conseguenze — visibili o invisibili — vedrete, ce ne saranno prestissimo.
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