Diana Bracco è tra le più autorevoli figure dell’imprenditoria italiana. Il Gruppo di cui è Presidente e Ceo è un’eccellenza del Made in Italy in un comparto tecnologicamente avanzatissimo: quello delle Life Science e della diagnostica per immagini. Con il nipote Fulvio Renoldi Bracco, (quarta generazione della famiglia impegnata nell’azienda fondata nel 1927 da Elio Bracco), hanno appena chiuso un lusinghiero bilancio 2025.
A Diana Bracco, che fa parte del Direttivo di Confindustria e del Consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala, Economy ha chiesto di raccontare come vede la situazione del Paese e dell’industria italiana in questo momento geopolitico complicatissimo.
Presidente, il Gruppo Bracco cresce all’estero a ritmi sostenuti, mentre il Pil italiano resta inchiodato a tassi quasi zero. Cosa ci dice questo scarto tra la performance delle imprese migliori e la stagnazione del Paese?
Ci dice che l’Italia paga caro scelte sbagliate in campo energetico e che è gravata da un enorme debito pubblico, accumulato in decenni: una spada di Damocle per qualsiasi Governo. Infine, qui c’è una produttività del lavoro molto più bassa che altrove. E se la produttività non cresce, non salgono nemmeno retribuzioni e potere d’acquisto.
Come si esce da questo circolo vizioso? L’Ocse segnala che all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7.5% rispetto all’inizio del 2021.
Se ne esce con contratti di lavoro più legati alle performance delle aziende e con un recupero di produttività. È interesse del Paese far ripartire la domanda interna. E lo sviluppo economico non può venire soltanto dalle esportazioni.
Il Gruppo Bracco però continua a correre nonostante tutto.
Nel 2025 abbiamo continuato a crescere in maniera solida, raggiungendo 2.2 miliardi di euro di ricavi, con un aumento a doppia cifra rispetto al 2024 e un EBITDA di 375 milioni. Uno sviluppo confermato nel primo trimestre nel 2026, trainato da ottime performance nei settori della Radiologia, dell’Imaging Molecolare, e della Cardiologia interventistica. Dal punto di vista geografico grosse soddisfazioni ci ha dato, in particolare, il mercato americano che è cresciuto di quasi il 25% a parità di tassi di cambio. Il Gruppo ha oggi più di 4 mila dipendenti ed è presente in 100 paesi con quasi il 90% del fatturato realizzato all’estero. E siamo un leader globale nel comparto dei mezzi di contrasto. Il nostro obiettivo è migliorare la vita delle persone attraverso prevenzione d’avanguardia e diagnostica di precisione: e lo facciamo offrendo prodotti d’eccellenza in tutti i campi e in tutte le modalità dell’imaging diagnostico (RaggiX/TAC, Risonanza, medicina nucleare e sistemi di iniezione). Per raggiungere questi risultati abbiamo sempre investito molto in ricerca e innovazione con costanza e coraggio, anche nei momenti difficili come quello attuale.
Nel 2025 a quanto sono ammontati i vostri investimenti?
Nel 2025 abbiamo investito 200 milioni di euro principalmente destinati ai nostri siti industriali per l’aumento della capacità produttiva in Italia e all’estero e abbiamo speso più di 175 milioni in attività di Ricerca e Sviluppo e medico-scientifiche. Il nostro processo di internazionalizzazione, infatti, ha sempre contemplato la costruzione di stabilimenti e centri di ricerca nei principali paesi in cui siamo presenti, il che, tra l’altro, è la migliore garanzia contro gli effetti di guerre commerciali e dazi. Attualmente abbiamo siti produttivi a Minneapolis negli Stati Uniti, a Montréal in Canada, a Shanghai in Cina, a Singen in Germania, a Saitama in Giappone e a Ginevra in Svizzera. Proprio qui, nel distretto tecnologico di Plan-les-Ouates, abbiamo di recente completato un importante investimento per raddoppiare il nostro storico stabilimento e incrementare la produzione di un innovativo mezzo di contrasto ecografico basato su microbolle che riscuote grande successo nel mondo. Anche nei tre stabilimenti italiani – a Torviscosa, Ceriano Laghetto e Colleretto Giacosa – sono in corso progetti particolarmente significativi per ampliare e rendere sempre più efficienti e sostenibili le nostre fabbriche.
Lei ha spesso detto che “ricerca e sviluppo sono priorità strategiche”. In Italia però la spesa R&I resta all’1,37% del Pil: cosa manca perché il Paese faccia il salto?
Serve un “grande progetto Paese” per ricerca e innovazione. Questo è un tema che mi sta molto a cuore e per cui mi sono battuta sin da quando ero alla guida di Assolombarda, prima, e Vicepresidente di Confindustria per la R&I, poi. L’Italia deve portare gli investimenti in R&S almeno al 2% del Pil e rilanciare lo strumento del credito d’imposta per chi fa ricerca.
Quanto pesano, sulla crescita mancata, l’instabilità normativa (dai crediti d’imposta alla giungla di bandi) e la burocrazia che ritarda gli investimenti delle imprese?
Pesano parecchio perché la ricerca ha tempi lunghi, soprattutto nel settore farmaceutico. Non si fa ricerca con incentivi che cambiano a ogni legge di bilancio. Le aziende hanno bisogno di orizzonti pluriennali certi, per programmare investimenti di lungo periodo. Serve poi un ecosistema più integrato tra università, imprese, centri di ricerca pubblici e privati e va molto accelerato il trasferimento tecnologico.
L’Europa dovrebbe essere orgogliosa del suo comparto manifatturiero e difenderlo nella transizione ecologica e digitale, ma sembra fare l’opposto. Che ne pensa?
L’industria europea ha bisogno di risposte immediate da parte della Commissione von der Leyen e dei governi nazionali, altrimenti la deindustrializzazione diventerà presto una realtà anche da noi. In questi anni, prima la Cina e poi gli Stati Uniti, hanno sostenuto e protetto le loro aziende e l’Europa cosa ha fatto? Ha continuato a produrre direttive e vincoli, i cui costi non sono più sostenibili in presenza dello shock energetico e dell’aumento del prezzo delle materie prime generato dalle continue crisi geopolitiche. Ormai siamo a un bivio, se l’Europa continua così perderà migliaia di posti di lavoro come già è accaduto in alcune filiere. Occorre cambiare, mettendo finalmente le imprese al centro e permettendo loro di competere ad armi pari con i concorrenti. È fondamentale, ad esempio, che in sede europea si affronti con determinazione il tema dei costi legati al sistema ETS, che hanno un impatto significativo sul prezzo finale dell’energia: non possiamo pagare in eterno la bolletta il doppio rispetto agli altri.
Un altro punto dolente dell’Italia è la crisi demografica e la fuga dei giovani talenti.
Personalmente ritengo questa una vera emergenza nazionale, perché è giusto che i nostri giovani vadano a fare esperienze all’estero, ma devono poter rientrare. Le cose da fare per rendere l’Italia un Paese per giovani sono numerose: la prima è ridare fiducia e orgoglio alle nuove generazioni. Occorre far capire ai ragazzi che il Paese investe su di loro, creando un clima culturale che renda, ad esempio, la meritocrazia un principio percepibile e non soltanto dichiarato. Naturalmente tutto questo deve essere affiancato anche da politiche a favore delle nuove generazioni. Servono stipendi d’ingresso competitivi, sostegni alla genitorialità, asili nido e congedi parentali che permettano di costruire una vita familiare e professionale equilibrata. Occorrono poi interventi a favore dell’innovazione, della ricerca e del fare impresa, perché un Paese per giovani deve anche finanziare startup e spin-off universitari. Le cose da fare sono dunque tante, ed è per questo che serve uno sforzo corale delle Istituzioni, delle imprese e anche del mondo del no profit. Le stesse Fondazioni private possono fare molto. Noi come Bracco cerchiamo da tempo di dare il nostro contributo. Con il progetto Diventerò-Fondazione Bracco per i giovani abbiamo messo in atto decine di iniziative, offrendo opportunità concrete e intessendo legami duraturi con i ragazzi, con un investimento complessivo di oltre 4 milioni di euro dal 2012. Il progetto, che si aggiunge alle tante attività che facciamo come azienda, ha raggiunto più di 2.500 giovani meritevoli.
Lei è stata la prima donna alla guida di Federchimica e Assolombarda, ed è molto impegnata nel sostegno all’empowerment femminile. Possiamo dire che una parte della bassa crescita italiana sia “colpa” di un sottoutilizzo sistemico del talento femminile? Che cosa la politica e le imprese dovrebbero cambiare a riguardo?
Ormai è provato da molti studi che la disuguaglianza di genere limita il potenziale della crescita economica. Per questo sono convinta che ogni Paese e ogni impresa debbano avvalersi appieno dello straordinario contributo delle donne. Con orgoglio posso dire che in Bracco la presenza femminile è davvero significativa, tanto che le donne rappresentano circa la metà di tutti i collaboratori, con oltre il 40% dei ruoli manageriali e, in Italia, ricoprono ben il 64% delle posizioni in Ricerca & Sviluppo. In Bracco molti ruoli un tempo tradizionalmente maschili sono affidati a donne. Ad esempio, il nostro grande stabilimento di Torviscosa in Friuli e quello di Colleretto Giacosa, vicino a Ivrea, sono diretti da un’ingegnera, Laetitia Laurent, e da una chimica, Stefania Calderan. E anche a capo del nostro Centro Ricerche nel Bioindustry Park d’Ivrea c’è una chimica, Roberta Fretta. Sono risultati frutto di precise politiche a favore del merito e delle pari opportunità. Ma anche di una battaglia culturale contro i pregiudizi. Fondazione Bracco ha lanciato, infatti, molte iniziative per sostenere l’expertise femminile, a iniziare da “100 donne contro gli stereotipi” (#100esperte), un progetto avviato nel 2016 in collaborazione con Osservatorio di Pavia e Associazione Giu.Li.A. Giornaliste con l’obiettivo di combattere le discriminazioni e incrementare la presenza nei media e nella società civile delle professioniste, dando voce alle donne in settori strategici quali la scienza, l’economia, lo sport, la politica internazionale e le istituzioni culturali.
In Italia il gender gap in ambito STEM è ancora particolarmente marcato: che ne pensa?
Purtroppo il nostro Paese si trova tra gli ultimi posti in Europa per la presenza femminile nelle professioni scientifiche, e l’Istat ci dice che nel 2024 in Italia la percentuale di donne tra i 25 e i 34 anni con una laurea STEM è stata meno della metà di quella riscontrata tra gli uomini, 16,5% tra le ragazze e 38,1% tra i ragazzi. Sono dati allarmanti. Serve un salto culturale, che coinvolga famiglie, scuola, media e imprese, anche attraverso un orientamento scolastico mirato. Alle ragazze più giovani voglio lanciare un appello: non accettate il pregiudizio che vorrebbe le donne meno adatte agli studi tecnico-scientifici e alle relative professioni. Le aziende – e l’Italia – hanno bisogno di voi.
Già nel 2008, da presidente Assolombarda, diceva che “l’Italia ha le risorse per competere” e invitava a non ripiegarsi nel pessimismo. Dopo crisi finanziaria, pandemia, guerra ed energia, quella resilienza è ancora una risorsa o rischia di diventare solo capacità di sopportazione?
È la domanda più difficile, e la più importante. Io sono sempre stata ottimista e ho sempre creduto nella capacità italiana di reagire, e ci credo ancora. Certo, ci vuole una resilienza attiva, in grado di trasformare le crisi in opportunità di cambiamento, come la nostra industria sa fare. Quello che mi dà ancora speranza sono i tanti settori del manifatturiero italiano in cui siamo leader, ad esempio Life Science, spazio, meccanica di precisione. Più in generale, come Italiani dobbiamo essere orgogliosi dei nostri distretti e dei nostri brand – dalla moda all’alimentare – apprezzati in tutto il mondo.
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Sergio Luciano
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