Centrali nucleari dismesse in Italia, dove sono e cosa ne resta oggi — idealista/news


Per quasi tre decenni l’Italia ha investito in modo significativo nell’energia atomica, diventando una delle nazioni più avanzate al mondo in questo campo. Quattro impianti hanno prodotto elettricità tra gli anni Sessanta e Ottanta, prima che un referendum cambiasse la politica energetica nazionale. Ripercorrere la storia delle centrali nucleari dismesse in Italia significa capire scelte industriali, paure collettive e decisioni politiche nate da un grave incidente internazionale, i cui effetti si vedono ancora oggi nel lungo percorso di smantellamento degli impianti.

L’energia nucleare in Italia: dall’avanguardia alla rinuncia

Nel secondo dopoguerra l’Italia dovette affrontare una domanda di energia crescente, senza disporre di petrolio o gas sufficienti. Il nucleare apparve come la via più moderna per colmare questo vuoto, e già nei primi anni Sessanta il paese arrivò al terzo posto al mondo per potenza nucleare installata, dietro solo a Stati Uniti e Regno Unito.

A pesare sulla scelta furono anche la dipendenza dalle importazioni fossili e la crisi petrolifera del 1973, che fece schizzare i prezzi del greggio. Nel 1975 nacque così il primo Piano Energetico Nazionale, con l’obiettivo di realizzare altri 8 reattori su quattro nuove aree.

Il disastro di Chernobyl e il Referendum del 1987

A segnare una svolta nell’opinione pubblica italiana ed europea fu, il 26 aprile 1986, l’incidente alla centrale di Chernobyl, situata nei pressi della città di Pripyat ai tempi parte dell’Unione Sovietica: la preoccupazione per la sicurezza dopo il disastro crebbe rapidamente, e anche schieramenti storicamente favorevoli al nucleare rividero le proprie posizioni. 

Al referendum abrogativo del 1987, 3 quesiti su 5 erano legati al nucleare: riguardavano il potere del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sulla localizzazione dei nuovi impianti, i contributi economici ai comuni che li ospitavano e la possibilità per l’Enel di costruire centrali all’estero, ma nessuno chiedeva esplicitamente la chiusura di quelle esistenti.

Dopo l’approvazione dei 3 quesiti, con un ampio margine (tra il 72% e l’81%) e un’affluenza alle urne del 65%, tra il 1988 e il 1990 i reattori ancora attivi furono spenti definitivamente.

Quali sono le ex centrali nucleari in Italia: dove si trovano

Tra gli anni Sessanta e Ottanta furono realizzate e avviate quattro centrali nucleari, distribuite tra Nord e Centro-Sud Italia, i cui impianti erano basati su tecnologie differenti, frutto della fase ancora sperimentale del settore.

Le centrali nucleari del Nord Italia

In Piemonte sorse la centrale di Trino Vercellese, dedicata a Enrico Fermi e situata in provincia di Vercelli: costruita a partire dal 1961, entrò in esercizio dal 1965, con un reattore PWR da 270 megawatt che produsse circa 25 terawattora, anche grazie a combustibile di fabbricazione italiana.

Sulla sponda del Po, in provincia di Piacenza, si trova l’impianto nucleare di Caorso, l’unico voluto direttamente dall’Enel: realizzato tra il 1970 e il 1978, entrò in funzione solo nel 1981. Il reattore era di tipo BWR, di seconda generazione e da 860 megawatt: arrivò a generare 29 terawattora complessivi, per poi essere fermato nel 1986 e chiuso in via definitiva nel 1990.

Gli impianti nucleari del Centro-Sud Italia

A Borgo Sabotino, in provincia di Latina, fu costruito il primo impianto italiano, per iniziativa della Simea legata all’Agip Nucleare di Enrico Mattei, scomparso in un incidente aereo prima di vederlo terminato. Con tecnologia Magnox e un reattore da 210 megawatt raffreddato ad anidride carbonica e alimentato a uranio naturale, iniziò l’attività commerciale nel 1964 e produsse circa 26 terawattora.

A Sessa Aurunca, in Campania, la centrale del Garigliano rappresenta il punto più meridionale della mappa nucleare: con un reattore BWR da 160 megawatt, funzionò dal 1964 al 1978, quando un guasto a un generatore di vapore ne causò l’arresto, ben prima del referendum. Il terremoto in Irpinia del 1980 rese poi necessari interventi antisismici troppo onerosi, e nel 1982 l’impianto fu spento definitivamente.

Montalto di Castro: la quinta centrale nucleare mai ultimata

Al momento del referendum, in provincia di Viterbo era già in corso la costruzione di un quinto sito nucleare, quello di Montalto di Castro, affidato a un consorzio tra Ansaldo Impianti e General Electric per l’Enel. Il progetto prevedeva due reattori BWR da 982 megawatt netti ciascuno, e aveva raggiunto l’85% di avanzamento quando, a inizio 1988, i lavori si fermarono definitivamente; un tentativo del governo Goria di riprenderli non andò a buon fine.

Le prese per l’acqua marina già esistenti furono riutilizzate per costruire al loro posto una centrale a più combustibili, dedicata ad Alessandro Volta. Non avendo mai operato, questo sito non è passato sotto la Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari): il suo smantellamento resta a carico dell’Enel.

Lo stato attuale: a che punto è lo smantellamento delle centrali nucleari

Dal 1999 i quattro impianti dismessi sono gestiti dalla Sogin, la società pubblica responsabile dello smantellamento dei siti nucleari e del trattamento dei materiali radioattivi.

Il decommissioning delle centrali prevede diverse fasi:

  • estrazione e messa in sicurezza del combustibile esaurito;
  • decontaminazione di edifici e impianti;
  • rimozione dei materiali resi radioattivi dal funzionamento dei reattori;
  • bonifica finale delle aree, da riconsegnare al territorio senza vincoli.

A fine 2025 il percorso era arrivato al 47,7% del totale, secondo i dati riferiti dal vertice di Sogin alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nucleari. Le stime sono state riviste al rialzo: il piano aggiornato indica una spesa complessiva vicina agli 11 miliardi di euro, 2,8 miliardi in più rispetto alle previsioni precedenti, con un ritardo stimato in un decennio.

Resta aperto anche il nodo delle scorie: l’Italia ne conserva circa 31.000 m3 in oltre 20 depositi temporanei, di cui circa 1.700 ad alta attività. Il Lazio custodisce i quantitativi maggiori nel deposito NUCLECO, mentre i materiali più radioattivi si trovano in Piemonte, nell’impianto EUREX di Saluggia.

La Sogin lavora ora a un Deposito Nazionale unico, pensato per 75.000 m3 di scorie a bassa e media attività e, 15.000 m3 ad alta attività; l’individuazione del sito resta però da completare.


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 Gabriella Dabbene

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