La cifra da riportare è circa un milione e deve conservare la qualifica di stima SIP. Il confronto automatico con 845.516 produrrebbe una serie artificiale: cambiano l’anno, la natura della misurazione, la copertura territoriale e la popolazione considerata. Separare i due numeri evita di presentare una stima della società scientifica nel 2026 come un censimento amministrativo già chiuso.
Perimetro: il rapporto SISM riguarda gli adulti registrati dai servizi psichiatrici territoriali. La cifra vicina al milione descrive la domanda corrente stimata dalla SIP. Nessuno dei due valori coincide con la prevalenza complessiva dei disturbi nella popolazione italiana.
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Un milione nel 2026 e 845.516 nel 2024: due misure diverse
La stima diffusa a Roma colloca vicino a un milione le persone attualmente seguite. Il rapporto SISM disponibile si riferisce al 2024 e censisce 845.516 adulti. La prima cifra sintetizza la domanda rilevata dalla rete regionale nel giugno 2026. La seconda deriva dalle trasmissioni amministrative dei Dipartimenti di salute mentale riferite a un anno concluso.
L’aggregato 2024 esclude l’Abruzzo e incorpora un flusso parziale del Molise. La copertura territoriale impedisce di usare 845.516 come totale esaustivo dell’Italia. Anche un calcolo dell’aumento sul milione sarebbe improprio: il dato più recente è una stima corrente e il precedente appartiene a un archivio amministrativo con due carenze regionali dichiarate.
La distinzione incide sul linguaggio giornalistico. Il milione segnala l’ordine di grandezza raggiunto dalla domanda. Non certifica un incremento esatto tra due annualità omogenee. Il numero SISM resta il riferimento per età, genere, diagnosi, prestazioni e luogo di erogazione.
Dieci milioni di prestazioni oltre il conteggio degli utenti
Nel 2024 i servizi territoriali hanno registrato 10.061.000 prestazioni, pari a una media di 13,6 per utente. Il carico di lavoro supera il solo conteggio delle persone e comprende colloqui clinici, interventi infermieristici, psicoterapia, riabilitazione, visite domiciliari e attività con i familiari. L’81,7% degli interventi si svolge nella sede del servizio mentre l’8,3% avviene a domicilio.
Durante l’anno 272.497 persone hanno avuto un primo contatto. Nel 95% dei casi si trattava del primo accesso assoluto nella vita, per un totale di 258.999 nuovi utenti. Il sistema deve assorbire ingressi mai registrati prima e garantire continuità a chi è già seguito. La media di 13,6 prestazioni non descrive un consumo uniforme: pazienti con bisogni intensivi concentrano molti interventi mentre altri hanno contatti più distanziati.
L’8,3% di interventi domiciliari incorpora anche il tempo di spostamento nell’orario di lavoro. A parità di durata clinica, una visita fuori sede occupa più minuti di agenda e richiede copertura per le richieste non programmabili. La quota domiciliare incide sulla capacità giornaliera dell’équipe oltre che sulla vicinanza al paziente.
Pronto soccorso: 636.113 accessi e tre quarti di rientri a casa
I pronto soccorso italiani hanno registrato 636.113 accessi con diagnosi psichiatrica nel 2024, il 3,3% di tutti gli accessi. Solo il 12,1% si è concluso con un ricovero e il 75% con il rientro a domicilio. La dimissione chiude l’episodio ospedaliero. Il bisogno assistenziale spesso prosegue e richiede un contatto territoriale capace di intercettare ricadute e sospensioni della terapia. Altri contatti servono quando emerge una nuova crisi o salta il controllo programmato.
I trattamenti sanitari obbligatori sono stati 4.586 e rappresentano il 5,3% dei ricoveri psichiatrici negli ospedali pubblici. Il TSO riguarda una quota minoritaria dell’attività ospedaliera e non misura l’intera pressione sui servizi. La maggior parte delle urgenze viene gestita senza ricovero obbligatorio. Il raccordo con il territorio assume un peso superiore a quello suggerito dal solo numero dei posti letto.
Il Rapporto 2024 registra l’esito dell’accesso ospedaliero ma non pubblica, per tutte le Regioni, il tempo tra dimissione e primo contatto territoriale. Quell’intervallo misura la continuità dopo la crisi. Una definizione nazionale comune renderebbe confrontabili i territori senza confondere l’uscita dal pronto soccorso con la risoluzione del bisogno clinico.
Trentatremila addetti pubblici e una richiesta fino al 40%
Le unità pubbliche di salute mentale contavano 33.142 addetti nel 2024. I medici rappresentavano il 14,5% e gli psicologi il 7%. Gli infermieri costituivano il 37%. Nelle strutture private e convenzionate risultavano altre 10.732 unità. Il totale censito raggiungeva così 43.874 operatori.
Alla Conferenza di Roma la SIP ha indicato tra il 30% e il 40% l’incremento di personale richiesto dopo una crescita della domanda stimata tra il 10% e il 15% nei cinque anni successivi alla pandemia. La forchetta esprime una carenza di personale. Non corrisponde a un contingente già autorizzato né indica quanti posti spettino a ciascuna Regione.
Una traduzione in assunzioni richiede basi regionali, figure da assumere, costi unitari e tempi contrattuali. Le équipe comprendono medici, infermieri, psicologi, educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica, operatori sociosanitari e assistenti sociali. Limitare le assunzioni a una sola qualifica lascerebbe scoperti interventi domiciliari, riabilitazione, raccordo con famiglie e continuità con le strutture residenziali.
Il rapporto tra domanda e organici non cresce in modo lineare. I nuovi accessi assorbono tempo per valutazione iniziale e definizione iniziale della terapia. Le persone con disturbi gravi richiedono continuità pluriennale. Le urgenze interrompono l’agenda programmata. Un aumento del 10% degli utenti genera una pressione maggiore quando il personale di base è già insufficiente o distribuito male.
Tra 119,1 e 447,2 utenti trattati ogni 10mila adulti
Il tasso nazionale standardizzato è pari a 171,9 utenti trattati ogni 10mila adulti. Le Marche registrano 119,1 e la Liguria 447,2. Questi valori contano le persone arrivate ai servizi e registrate nei flussi. Definirli una classifica della sofferenza psichica regionale porterebbe a un errore.
Un tasso alto deriva da più componenti. Pesano la frequenza dei disturbi, la capacità di accesso, l’ampiezza della rete, le regole di registrazione e la completezza delle trasmissioni. Un tasso basso riflette almeno due possibilità: minore domanda trattata oppure ostacoli nell’arrivare al servizio. Senza tempi di attesa e dotazioni di personale affiancati allo stesso numero, la prevalenza trattata non separa queste cause.
Questa dispersione motiva la proposta SIP di una sede permanente tra Regioni. Le definizioni devono essere uniformi e le trasmissioni complete. Il 2024 conserva due vuoti territoriali dichiarati. Un confronto istituzionale basato su serie incomplete rischia di distribuire risorse seguendo differenze amministrative anziché bisogni assistenziali.
Minori-adulti e REMS, due fratture organizzative
Il programma della Conferenza dedica uno spazio autonomo al passaggio dai servizi per minori a quelli per adulti. Il trasferimento coinvolge due reti con équipe, modalità di accesso, archivi clinici e responsabilità differenti. Una procedura condivisa deve stabilire quando inizia l’affiancamento tra servizi e chi mantiene la responsabilità clinica durante il cambio di struttura.
Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza mostrano un blocco diverso. Le persone presenti sono 632 e quelle in attesa circa 750. In alcune aree l’attesa supera dodici mesi. La lista è più numerosa degli ospiti già collocati e coinvolge insieme sanità regionale e giustizia. Aumentare i posti senza programmi territoriali dopo la dimissione agirebbe sulla lista d’ingresso e lascerebbe irrisolti i tempi di uscita.
L’articolo pubblicato il 27 maggio sulle REMS ha esaminato la distanza tra capienza e lista d’attesa. I numeri presentati a Roma confermano che il problema resta nazionale e che il monitoraggio deve registrare durata dell’attesa, territorio di provenienza, disponibilità di progetti esterni e tempi di dimissione.
Una sede permanente tra Regioni per confrontare i servizi
La SIP propone una Conferenza permanente delle Regioni sulla salute mentale. L’idea nasce dalla distanza tra modelli organizzativi, dotazioni di personale, accesso effettivo ed esiti ospedalieri. Il SISM raccoglie già informazioni nazionali. La sede interregionale dovrebbe collegare quei flussi a decisioni verificabili su organici, tempi di accesso, riammissioni e continuità dopo le dimissioni.
Un confronto annuale privo di soglie comuni registrerebbe soltanto le differenze. La proposta dovrà prevedere scadenze per le correzioni e misurare se una Regione recupera personale oppure accorcia le attese. Ogni indicatore deve riportare copertura del flusso, popolazione adulta di riferimento, definizione dell’attività conteggiata e data di chiusura della rilevazione.
La proposta riguarda anche la responsabilità politica. I Dipartimenti rispondono alle aziende sanitarie e le aziende operano dentro programmazioni regionali. Lo Stato finanzia e stabilisce indirizzi. Quando gli esiti divergono, l’assenza di una sede stabile rende difficile attribuire la causa a finanziamento, organizzazione locale, carenza di professionisti o regole di accesso.
Le risorse PANSM e il loro limite contabile
Il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030 dispone di somme già iscritte in legge: 80 milioni di euro per il 2026, 85 milioni per il 2027, 90 milioni per il 2028 e 30 milioni annui dal 2029. Dentro questo stanziamento è autorizzata una quota pari a 30 milioni annui per assunzioni a tempo indeterminato connesse alle azioni del Piano.
Le cifre finanziarie e la richiesta SIP misurano grandezze differenti. La legge quantifica euro. La società scientifica quantifica una carenza di personale in percentuale. Il collegamento richiede piani regionali con numero di contratti, figure da assumere, spesa annua e data di ingresso in servizio. Senza queste voci, lo stanziamento non documenta quante ore cliniche aggiuntive raggiungano i territori.
L’attuazione si misura con contratti firmati, posti vacanti, permanenza degli operatori e tempi di accesso. Anche il riparto regionale conta: una distribuzione basata soltanto sulla popolazione residente non intercetterebbe da sola le aree con minore dotazione oppure con maggiore domanda trattata. I flussi SISM già raccolti sono il riferimento per associare risorse ed esiti osservabili.
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Junior Cristarella
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