Detenuti e studenti, uno specchio per due


«Scusa per i miei errori, scusa se sto lontano da te. Riprenderò a camminare con te insegnandoti dagli errori miei». Sono le parole scritte da una persona detenuta nel carcere di Bollate, durante i laboratori di arteterapia tenuti da Luisa Colombo, artista, arteterapeuta, pittrice e scrittrice. Con la non profit Armonia senza confini si occupa da tanti anni di percorsi di recupero e reinserimento, attraverso l’arteterapia, all’interno delle carceri, e di progetti ponte scuola-carcere negli istituti scolastici «dove la testimonianza e la presenza dei detenuti ha la funzione preventiva per quanto riguarda gli studenti, riabilitativa e di reinserimento per quanto riguarda i detenuti».

Da più di 10 anni Colombo porta avanti un progetto nel secondo reparto del carcere di Bollate, ha avuto anche delle esperienze nelle carceri di Bergamo, di Opera e, attualmente, anche in quello di Monza. «Tutto nasce da un’idea del 2014. Ho fondato questo gruppo che si chiama “Oltre le sbarre, arteterapia in carcere”, nell’istituto di Bollate. Non l’abbiamo mai interrotto, tranne una breve pausa durante il periodo del Covid-19. L’anno successivo, è partito il progetto ponte scuola-carcere».

Arte come strumento di introspezione

«Usiamo colori, carta, cartoni, creta, materiali plastici e di riuso creativo, stoffe, fili. Cuciamo, tagliamo, incolliamo, creiamo quadri, produciamo musica. Utilizziamo tutto quello che permette un’espressione artistica, sollecitazioni emotive, il riconoscimento delle emozioni», dice Colombo. «Il gruppo con cui lavoro in carcere utilizza l’arte come strumento di introspezione, di autoanalisi. Quello delle scuole è, nello stesso modo e con le stesse finalità, un progetto strutturato per gli studenti, i due progetti si incontrano nel momento in cui i detenuti vanno nelle scuole e gli studenti vengono in carcere: sono due progetti strettamente collegati».

Ai laboratori a Bollate partecipano 30-35 detenuti per gruppo, «ho smesso di contare quanti ne ho conosciuti, in oltre 10 anni, sono veramente tanti calcolando che molti escono e vengono trasferiti».

Al di là dell’arteterapia e della scrittura creativa, «ciò su cui ho sempre puntato moltissimo è la capacità di riconoscere e costruire relazioni sane. Molti di coloro che sono in carcere, fino a poco prima di entrare o ancora oggi che sono dentro, non hanno mai avuto la capacità di costruire relazioni sane», prosegue. «L’acquisizione di questa capacità ci permette di continuare l’attività, la conoscenza, la frequentazione, anche una volta usciti dal carcere. E l’arte aiuta le persone detenute ad avere relazioni sane, sia con loro stesse che con gli altri».

Sentirsi al sicuro nel raccontarsi attraverso l’arte

L’arte «è un veicolo importantissimo, ci permette di trovare una forma di comunicazione soprattutto in carcere che non è quella verbale, che non è riconoscibile immediatamente. Se scrivo o dico una parola, è quella, non si possono avere fraintendimenti. Se io utilizzo i colori, gli strumenti, la creta per raccontare qualcosa della mia vita, senza necessariamente scriverlo, mi sento un po’ più al sicuro. È come se mettessi un tramite tra me e quello che sto raccontando», spiega Colombo. «Questo ci ha permesso di fare dei percorsi di formazione e di crescita importanti: si riescono ad affrontare le fragilità, l’emotività, il riconoscimento delle emozioni senza dover per forza raccontare a parole quello che si sta vivendo».

L’arte aiuta le persone detenute ad avere relazioni sane, sia con loro stesse che con gli altri

“Oltre la fatica, la bellezza di essere giovani”

Il progetto ponte scuola-carcere di Armonia senza confini si chiama “Oltre la fatica, la bellezza di essere giovani”. «È stata una grande scommessa, in oltre 10 anni ormai abbiamo incontrato circa 10mila studenti lombardi. Conduco delle attività laboratoriali nelle scuole, della durata di 8-12 ore per ogni classe, dove spesso sono presenti detenuti. Utilizziamo l’arteterapia come strumento di comunicazione principale e lavoriamo in stretta connessione con i docenti», racconta Colombo.

«A seconda dell’immagine e delle criticità della classe, strutturiamo dei percorsi appositi su cui poi lavoriamo. Cerchiamo di creare all’interno del gruppo classe una buona sinergia lavorando sulla prevenzione del giudizio, con ospiti di ogni incontro persone detenute cresciute con me nel gruppo di arteterapia, che lavorano a quattro mani con gli studenti. Si lavora a livello manuale sulle tematiche che, volta per volta, si decidono, tra le problematiche dei giovani, quindi la dispersione scolastica, il sostegno alle fragilità, il bullismo, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, le dipendenze, la violenza di genere».

L’incontro tra studenti e detenuti

«L’incontro più di impatto del progetto ponte scuola-carcere si svolge all’interno degli istituti. Non si tratta di “turismo carcerario” ma di un vero e proprio incontro con i detenuti del mio gruppo. Passare sei ore all’interno di un carcere per chi non è abituato ed è così giovane, emotivamente dà delle sollecitazioni importanti», sottolinea Colombo. «Purtroppo, quest’anno abbiamo dovuto limitare questi incontri negli istituti penitenziari perché il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, con le nuove circolari dell’ultimo anno, ha ritenuto non più opportuno consentire l’accesso agli studenti minorenni».

L’incontro più di impatto del progetto ponte scuola-carcere si svolge all’interno degli istituti. Non si tratta di “turismo carcerario” ma di un vero e proprio incontro con i detenuti del mio gruppo. Passare sei ore all’interno di un carcere emotivamente dà sollecitazioni importanti

Lavorare sulla prevenzione

«Lavoriamo non soltanto nelle scuole superiori ma anche nelle secondarie di primo grado. Abbiamo potuto portare avanti soltanto le attività con gli studenti maggiorenni, quindi del quinto anno delle secondarie di secondo grado, ed è un peccato perché dalla classe terza delle secondarie di primo grado alla seconda superiore ci sono delle criticità importanti a livello preventivo. Sono ragazzi che non hanno ancora un’identità ben formata, per cui lavorare in termini preventivi su questa fascia d’età ci permette anche di rallentare dei percorsi devianti che purtroppo a volte sono già in atto», prosegue Colombo. «Lavoriamo a stretto contatto con i docenti, quindi anche con gli psicologi della scuola. Ciò è importantissimo perché arriviamo in questo modo anche alle famiglie».

Coinvolte 32 classi lombarde

Quest’anno nel progetto sono state coinvolte 32 classi sparse sul territorio lombardo. Attraverso l’arteterapia, i ragazzi lavorano sulla conoscenza, sull’abbattimento dei pregiudizi e dei giudizi, sulla conoscenza di che cosa vuol dire vivere una vita reclusa, sulla privazione della libertà e su tutto quello che riguarda la gestione della quotidianità all’interno della struttura penitenziaria.

«Poi c’è una piccola pausa pranzo e il pomeriggio è il momento toccante delle testimonianze, dove i nostri ragazzi del carcere portano la loro storia rispetto alla vita che hanno vissuto e la raccontano agli studenti. Ogni incontro che facciamo a scuola o in carcere è seguito da un testo che i ragazzi ci lasciano e che racconta quali sono state le emozioni che hanno vissuto, qual è stato l’impatto sia dell’attività a scuola, lavorando con l’arteterapia, sia delle attività in carcere lavorando con persone che vivono recluse».

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Riscontri importanti dei ragazzi e dei detenuti

I riscontri «dei ragazzi sono importanti, ma anche quelli dei detenuti: è rilevante per loro venire nelle scuole, per chi ne ha la possibilità, ma anche confrontarsi con il mondo esterno e poter mettere a disposizione quello che si è vissuto. Utilizzare in termini preventivi un percorso fatto di crescita, di recupero, di reinserimento è uno strumento importante, per loro e per la società intera», continua Colombo.

L’ambiente del carcere «è per lo più sconosciuto. Gli studenti si aspettano sempre di trovare detenuti con le tute arancioni o a righe, come nei film che vedono, ambientati nelle strutture penitenziarie straniere. Qualche ragazzo ha già intravisto il carcere perché ha dei familiari che ci sono stati, però restano tutti molto stupiti nel momento in cui scrivono sui loro testi che hanno incontrato delle persone normali. Può sembrare una banalità, ma persone normali significa persone che vestono e parlano come loro, con un vissuto a volte molto simile al loro», continua Colombo, «perché alcuni di loro arrivano da situazioni familiari molto faticose, difficili, con fratelli tossicodipendenti piuttosto che genitori che hanno avuto problemi giudiziari».

«I ragazzi si ritrovano a volte nelle storie che le persone detenute raccontano. La cosa bellissima è che quasi sempre, a fine incontro, loro li ringraziano prima di tutto per essere stati sinceri nei loro racconti e perché hanno ritrovato dei passaggi della loro vita. Lì scatta la prevenzione, il riuscire a riconoscere quegli elementi simili per non andare a commettere gli errori che le persone che stanno scontando la pena, invece, hanno più volte commesso».

Foto dell’intervistata

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 Ilaria Dioguardi

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