Lo Jonio non sarà mai il Tirreno. E questa non è una condanna. È la sua più grande opportunità



Arco Jonico, Mazza: “L’inganno dello specchio tirrenico”

 Lo Jonio si guarda nello specchio tirrenico e si crede sbagliato. Il vero limite non è la geografia. È la vergogna di essere diversi – NOTA STAMPA DOMENICO MAZZA

L’Arco Jonico continua a commettere lo stesso errore: guardarsi allo specchio e desiderare di essere qualcos’altro. Da anni il dibattito sul turismo si alimenta di confronti impropri, paragoni suggestivi, modelli importati senza alcuna verifica di compatibilità territoriale. Si osservano le fortune del Tirreno e si tenta di replicarne formule, linguaggi e persino immaginari. ​Eppure la geografia non è un dettaglio. È il punto di partenza. Tropea, Scilla, Diamante hanno costruito la propria attrattività sulla verticalità del paesaggio, sull’effetto scenico delle falesie, sul rapporto immediato tra centro storico e mare. ​Lo Jonio, almeno quello che dal Crotonese lambisce la Lucania, è altro. È una grande riviera pianeggiante, una costa lineare, un territorio dove il mare non si domina dall’alto, ma si raggiunge. Ignorare questa differenza significa costruire aspettative sbagliate e proporre al visitatore una versione incompleta di qualcosa che altrove esiste già in forma più autentica.

Il paradosso della costa piena e dell’economia vuota –  ​I numeri della ricettività raccontano una realtà solo apparentemente positiva. Lungo l’Arco Jonico si concentra una delle maggiori capacità di accoglienza dell’intero Mezzogiorno. Eppure questa massa di posti letto raramente si traduce in sviluppo diffuso. È il paradosso dei villaggi-enclave: strutture che ospitano migliaia di visitatori, ma che spesso trattengono al loro interno consumi, servizi e relazioni economiche. Fuori dai cancelli, il territorio resta marginale.

​A questo fenomeno si è aggiunta una pianificazione urbanistica miope che ha progressivamente trasformato molti tratti di costa in enormi quartieri stagionali. In particolare, lungo alcuni lungomari si è privilegiata la moltiplicazione delle seconde case rispetto alla costruzione di un sistema turistico integrato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: chilometri di edilizia residenziale, pochi servizi, scarso indotto, centri storici sempre più scollegati dalla vita della costa. Ed è qui che il ragionamento va rovesciato.

Una riviera pianeggiante, priva della spettacolarità delle falesie tirreniche, non può limitarsi a subire la propria piattezza. Deve costruirci sopra. I Laghi di Sibari dimostrano cosa significhi trasformare una caratteristica territoriale in un’infrastruttura d’attrazione autonoma. Un ecosistema capace di generare nautica da diporto, indotto e permanenza dove il solo richiamo balneare non basta. Non un modello da replicare meccanicamente, ma la prova che anche una costa pianeggiante può costruire attrattori turistici propri e riconoscibili. L’intero arco costiero avrebbe bisogno di più poli capaci di svolgere questa funzione, per compensare con l’ingegno ciò che la geografia non concede.

Le finte destinazioni e il marketing degli espedienti – ​Quando manca una visione, arrivano gli slogan. Negli ultimi anni il marketing territoriale ha spesso cercato scorciatoie, affidandosi a marchi identitari utilizzati come contenitori universali. Il richiamo alla Magna Graecia è diventato una formula buona per ogni stagione, capace di tenere insieme realtà profondamente diverse per storia, geografia, vocazioni economiche e mercati di riferimento. Ma un brand territoriale non nasce da una suggestione culturale. Nasce dall’omogeneità dell’offerta e dalla riconoscibilità della destinazione. ​Il problema non è la Magna Graecia, che resta un patrimonio storico straordinario. Il problema è l’uso improprio che se ne fa quando la si trasforma in una semplificazione comunicativa. La cultura può arricchire un territorio, non sostituirne l’identità turistica. Il Codex Purpureus, i musei, i castelli, i parchi archeologici, i centri storici e le rievocazioni rappresentano un segmento importante dell’offerta jonica. Tuttavia, parlano a pubblici diversi rispetto a chi sceglie una vacanza balneare. Confondere questi livelli produce soltanto destinazioni artificiali. Mete costruite più per esigenze promozionali o elettorali che per una reale domanda di mercato.

L’alibi delle infrastrutture e la sfida della verità – ​Di fronte a ogni ritardo, la discussione pubblica finisce quasi sempre nello stesso punto: infrastrutture insufficienti, collegamenti carenti, isolamento geografico. Problemi reali, certamente. Ma non sufficienti a spiegare tutto. Esistono località turistiche di successo che richiedono tempi di percorrenza analoghi, se non superiori, a quelli necessari per raggiungere lo Jonio. La differenza è che lì il visitatore sa esattamente cosa troverà. ​È qui che si gioca la partita decisiva.

La riviera jonica possiede caratteristiche precise e riconoscibili. Ci sono ampie spiagge, fondali pressoché sicuri, spazi adatti alle famiglie, una costa naturalmente predisposta alla nautica leggera e al turismo di lunga permanenza. È da queste peculiarità che bisogna partire. Non dalla rincorsa a modelli estranei. Non dall’eterna imitazione del Tirreno. Non dall’illusione che basti un nuovo slogan per cambiare il destino di un territorio. Tradurre questo in pratica significa una cosa precisa: redigere un masterplan unico per l’intero arco costiero. Un’azione sistemica capace di individuare aree vocate non scelte a caso, ma dove la pianura, la disponibilità di acqua dolce o salmastra e la prossimità alla rete viaria lo consentono. E ivi concentrare gli investimenti in infrastrutture come quella di Sibari, invece di disperderli in mille progetti comunali scoordinati. Una cabina di regia intercomunale, non un ennesimo bando a pioggia. Perché il problema dello Jonio non è l’assenza di potenzialità. È l’assenza di una strategia che le metta a sistema. La vera sfida consiste nell’accettare la propria natura e trasformarla in un vantaggio competitivo. Perché i territori non falliscono quando sono diversi. Falliscono quando si vergognano della propria diversità e passano il tempo a inseguire quella degli altri. Lo Jonio non sarà mai il Tirreno. E questa non è una condanna. È la sua più grande opportunità. Perché non serve un altro Tirreno. Serve uno Jonio che abbia il coraggio di essere se stesso.


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