Gruppo Marta, le cooperative che hanno scelto di dare tutela a chi tutela


La scena non è rara. Durante l’esecuzione di un provvedimento disposto dall’autorità giudiziaria, un’assistente sociale viene aggredita. Nei giorni successivi arrivano insulti sui social network, accuse pubbliche, minacce, campagne di delegittimazione e tentativi di mettere in discussione la sua credibilità professionale. In alcuni casi la violenza verbale si trasforma in violenza fisica. In altri casi assume forme meno evidenti, ma non meno dannose. Di fronte a situazioni come queste emerge una domanda tanto semplice quanto scomoda: chi tutela chi lavora per la tutela degli altri?

Per molto tempo si è dato per scontato che assistenti sociali, educatori e psicologi dovessero affrontare questi episodi facendo affidamento principalmente sulle proprie risorse professionali e personali. La capacità di gestire il conflitto è infatti una componente fondamentale delle professioni sociali e rappresenta uno degli elementi distintivi della loro identità. Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato. Le aggressioni nei confronti degli operatori sociali sono diventate più frequenti, più visibili e più complesse. Accanto agli episodi di violenza fisica sono cresciute le minacce, le intimidazioni, gli attacchi reputazionali e le campagne di delegittimazione che si sviluppano nello spazio pubblico e digitale.

Per molto tempo si è dato per scontato che assistenti sociali, educatori e psicologi dovessero affrontare questi episodi facendo affidamento principalmente sulle proprie risorse professionali e personali. Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato.

Questo fenomeno riguarda in modo particolare i servizi impegnati nella tutela dei minori e della fragilità adulta, contesti nei quali le decisioni professionali incidono profondamente sulla vita delle persone e possono generare forti tensioni emotive e conflitti. In questi casi non è in gioco soltanto la sicurezza del singolo operatore. A essere colpita è anche la credibilità delle organizzazioni e delle istituzioni che esercitano funzioni pubbliche particolarmente delicate. Per questo motivo la tutela degli operatori non può più essere considerata una questione individuale. Deve diventare una responsabilità organizzativa.

Una forma nuova di violenza

La prima ricerca nazionale sulla violenza contro gli assistenti sociali, pubblicata nel 2019, ha confermato ciò che molti professionisti sperimentavano da tempo nella pratica quotidiana: la violenza non rappresenta un fenomeno marginale e le organizzazioni spesso non dispongono di procedure adeguate per affrontarla. Negli ultimi anni il fenomeno si è ulteriormente trasformato. La violenza contro gli operatori sociali non coincide più soltanto con l’aggressione fisica: sempre più spesso si manifesta attraverso telefonate intimidatorie, minacce reiterate, campagne diffamatorie sui social network, esposizione mediatica ostile, tentativi di screditamento professionale e pressioni rivolte sia ai singoli lavoratori sia alle organizzazioni di appartenenza.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Si tratta di forme di aggressione che producono conseguenze concrete: possono compromettere il benessere psicologico degli operatori, alterare il clima di lavoro, influenzare le decisioni professionali e generare un senso di isolamento che rischia di incidere sulla qualità stessa degli interventi. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il rapporto con i media. Le rappresentazioni del lavoro sociale continuano spesso a oscillare tra stereotipi e semplificazioni che restituiscono un’immagine parziale dell’attività svolta dai professionisti. In alcune circostanze la complessità delle situazioni viene ridotta a narrazioni polarizzate che alimentano sfiducia, sospetto e conflittualità.

Di fronte a questo scenario è diventato evidente che non fosse più sufficiente limitarsi alla prevenzione tradizionale del rischio. Era necessario sviluppare strumenti capaci di intervenire anche quando la minaccia si manifesta concretamente.

Che cosa significa reagire

Ma cosa significa reagire? Nel lavoro sociale il termine “reazione” può apparire problematico. Richiama infatti l’idea di una risposta simmetrica al conflitto, di una contrapposizione che sembra distante dalla cultura professionale fondata sull’ascolto, sulla mediazione e sulla comprensione delle situazioni. Tuttavia, esiste un significato diverso di questo termine.

Mauro Quatela, presidente Marta scs e Gruppo Marta

Reagire non significa rispondere alla violenza con altra violenza. Non significa adottare un approccio punitivo o rinunciare ai principi che guidano il lavoro sociale. Significa, al contrario, assumersi la responsabilità di non lasciare soli gli operatori quando vengono superati limiti incompatibili con la sicurezza, la dignità e la legittimità dell’azione professionale. Significa riconoscere che esiste una soglia oltre la quale il conflitto non può più essere gestito esclusivamente attraverso la relazione professionale e deve essere preso in carico dall’organizzazione. Da questa consapevolezza è nato il concetto di tutela attiva.

Tutelare chi tutela gli altri non significa difendere una categoria professionale. Significa difendere la possibilità stessa di esercitare funzioni pubbliche essenziali in una società sempre più complessa e conflittuale.

La tutela attiva è un sistema organizzato di protezione che considera la sicurezza degli operatori una responsabilità datoriale e organizzativa. Non si tratta di una misura straordinaria né di una risposta emergenziale. È una modalità strutturata di gestione degli eventi critici. Il principio è semplice: quando si verifica un’aggressione, una minaccia o una campagna di delegittimazione, l’operatore non affronta il problema da solo. È l’organizzazione a farsi carico della situazione, attivando competenze, strumenti e risorse adeguate.

Tutela attiva, un modello organizzativo di protezione

L’esperienza qui descritta nasce all’interno di una cooperativa sociale di medie dimensioni, con circa 1.400 lavoratori in organico, che opera da molti anni nei servizi educativi, assistenziali, sociosanitari, psicosociali e nella tutela dei minori. Nel tempo l’organizzazione ha costruito un dispositivo multidisciplinare di tutela che coinvolge figure diverse e complementari. Accanto alla linea manageriale intervengono tecnici della prevenzione e protezione, consulenti legali, avvocati civilisti e penalisti, coordinatori dei servizi, al bisogno psicologi e altre professionalità di supporto. La caratteristica principale del modello è la presa in carico immediata dell’evento. Quando emerge una situazione di rischio vengono raccolte informazioni e documentazione, viene effettuata una valutazione del rischio e viene definito un piano di intervento personalizzato. A seconda dei casi possono essere attivate misure di protezione organizzativa, modifiche procedurali, interventi sulle sedi operative, supporto legale, strategie di comunicazione e accompagnamento professionale. L’obiettivo non è soltanto contenere il rischio immediato ma garantire continuità e sostegno fino alla completa conclusione della vicenda.

Particolarmente importante è la multidisciplinarietà. Le aggressioni rivolte agli operatori sociali raramente riguardano una sola dimensione. Possono coinvolgere aspetti personali, organizzativi, giuridici, reputazionali e mediatici. Per questo motivo le risposte devono essere integrate e coordinate.

Cinque anni di sperimentazione del dispositivo sul campo

Nel corso degli ultimi cinque anni il dispositivo è stato attivato in circa dieci situazioni riconducibili a minacce, aggressioni, intimidazioni e campagne di delegittimazione rivolte a operatori sociali e all’organizzazione stessa. Cinque casi hanno richiesto una presa in carico completa e dell’attivazione di tutte le professionalità coinvolte a vari livelli. Le situazioni affrontate sono state molto diverse tra loro: aggressioni fisiche durante l’esecuzione di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, minacce telefoniche reiterate, comportamenti intimidatori, accessi ostili agli uffici, campagne diffamatorie e tentativi di pressione nei confronti dei professionisti coinvolti. L’elemento più interessante emerso dall’esperienza riguarda il fatto che la tutela attiva non coincide necessariamente con il ricorso all’autorità giudiziaria. Nella maggior parte dei casi è stato possibile contenere il rischio attraverso interventi organizzativi, misure di sicurezza, consulenza legale e strumenti stragiudiziali. Particolarmente efficace si è rivelato l’utilizzo della diffida stragiudiziale, che in diverse occasioni ha consentito di interrompere comportamenti aggressivi senza la necessità di avviare contenziosi. Solo in una situazione si è arrivati a un procedimento penale completo: l’esito è stato una sentenza di condanna dell’aggressore e il risarcimento integrale dei danni subiti dall’operatrice coinvolta.

Un dato appare significativo: nei casi trattati non si sono registrate recidive delle condotte aggressive una volta attivato il dispositivo. L’esperienza suggerisce quindi che la disponibilità di un sistema strutturato di tutela non produce necessariamente un aumento della conflittualità giudiziaria. Al contrario, favorisce una gestione più equilibrata, consapevole e proporzionata degli eventi critici.

Quando la vittima scompare dalla narrazione

Tra le situazioni affrontate, una delle più complesse è stata quella nota all’opinione pubblica come il caso del “piccolo Lorenzo”. In quella vicenda si intrecciarono intervento professionale, aggressione, conflitto e una fortissima esposizione mediatica. L’aspetto più significativo non riguarda soltanto gli episodi di violenza che si verificarono, ma il modo in cui la vicenda venne progressivamente raccontata nello spazio pubblico.

Con il passare del tempo l’attenzione si spostò dall’aggressione subita da operatori e forze dell’ordine verso una rappresentazione più ampia e critica del sistema dei servizi sociali. La violenza concretamente agita perse centralità fino quasi a scomparire dalla narrazione. In alcuni casi si arrivò a una vera e propria inversione prospettica: chi aveva subito l’aggressione finì per essere percepito come parte del problema. È proprio in situazioni come questa che emerge l’importanza di una tutela organizzativa strutturata. La protezione degli operatori non riguarda soltanto l’incolumità fisica. Riguarda anche la capacità di affrontare processi di delegittimazione pubblica che possono incidere profondamente sulla reputazione professionale, sul benessere delle persone coinvolte e sulla fiducia nei confronti delle istituzioni. Riportare l’evento entro un perimetro organizzativo significa sottrarlo alla dimensione esclusivamente individuale e riconoscere che il problema riguarda l’intera organizzazione.

La protezione degli operatori non riguarda soltanto l’incolumità fisica. Riguarda anche la capacità di affrontare processi di delegittimazione pubblica che possono incidere profondamente sulla reputazione professionale, sul benessere delle persone coinvolte e sulla fiducia nei confronti delle istituzioni.

Una responsabilità che riguarda tutti

L’esperienza maturata porta a una conclusione semplice. La violenza nei confronti degli operatori sociali non può essere considerata una componente inevitabile del lavoro. Minacce, aggressioni, intimidazioni e campagne di delegittimazione non sono un rischio da accettare passivamente. Sono eventi che richiedono strumenti di prevenzione, protezione e gestione adeguati. La tutela attiva non rappresenta una rivendicazione corporativa né una forma di irrigidimento nei confronti dell’utenza. Rappresenta piuttosto una condizione necessaria per garantire continuità, qualità e sostenibilità ai servizi di protezione e tutela.

Dove la violenza viene normalizzata, gli operatori si isolano e le organizzazioni si indeboliscono. Dove esistono procedure chiare, responsabilità definite e strumenti di presa in carico, diventa invece possibile proteggere le persone, sostenere la funzione professionale e rafforzare la credibilità delle istituzioni. In definitiva, tutelare chi tutela gli altri non significa difendere una categoria professionale. Significa difendere la possibilità stessa di esercitare funzioni pubbliche essenziali in una società sempre più complessa e conflittuale.

Mauro Quatela è presidente di Marta scs – GruppoMarta con sede a Pavia. Componenti stabili del dispositivo organizzativo sono Mauro Quatela – datore di lavoro, assistente sociale; Anna Bonini – avvocata; Alberto Assanelli – avvocato; Filippo Maltese (2020-2025) – tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro; Saverio Sirignano – rspp.

In apertura, foto di Nicola Barts su Pexels

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 Sara De Carli

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