La nuova geometria del potere islamico


19 giugno 2026 – ore 16:30 – PremessaMentre i media occidentali sembrano concentrati nel farci comprendere i dettagli degli accordi tra Iran e USA, offrendoci anche un diverso sguardo alla crisi ucraina, nulla, davvero nulla, ci viene detto sulla volontà di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia di creare un asse politico-militare sunnita nella vasta regione del Medio Oriente allargato. Sta nascendo, nella consueta indifferenza, un nuovo asse politico-militare denominato STEP, acronimo che include Saudi Arabia, Turchia, Egitto e Pakistan, senza escludere che a tale alleanza possa presto associarsi anche il Qatar. Certamente tali iniziative multilaterali, avviate in sordina fin dallo scorso mese di marzo, trovano origine nella riscontrata e palese vulnerabilità dei Paesi del Golfo, emersa in tutta la sua plasticità durante la “scellerata” campagna militare condotta da USA e Israele contro l’Iran, iniziata, come ben sappiamo, il 28 febbraio 2026. Ricordiamo, infatti, che, mentre gli attacchi aerei statunitensi e israeliani colpivano prevalentemente importanti infrastrutture civili e militari all’interno dell’Iran, Teheran aveva prontamente reagito, attaccando ripetutamente e con grande, inaspettata precisione, le infrastrutture energetiche e militari degli Stati del Golfo. Le dinamiche del conflitto e la sua conclusione stanno continuamente minando la fiducia di molti Paesi medio-orientali nelle garanzie di sicurezza statunitensi, senza dimenticare che gli attacchi iraniani hanno causato danni ingenti agli impianti energetici di diversi Paesi e determinato altresì l’interruzione parziale o totale di rotte commerciali vitali per l’intera economia della macroregione in argomento. Oggi cercheremo di approfondire questa delicata tematica, ponendo la nostra attenzione sulle percezioni e sulle analisi provenienti dalla vasta regione medio-orientale, nonché sulla risposta israeliana.

Dare la parola a tutti, senza mai escludere nessuno.

Una nuova architettura di sicurezza regionale

Desidero offrire alla vostra attenzione il punto di vista di Ismail Numan Telci, professore associato presso il Dipartimento di Relazioni internazionali dell’Università di Sakarya, in Turchia, autorevole analista delle problematiche medio-orientali. Lo seguo con attenzione perché esprime sempre, nelle sue analisi, un sano realismo, accompagnato dal tipico pragmatismo di quelle antiche culture.

Telci, in estrema sintesi, ci dice che l’esito del conflitto in Iran ha sostanzialmente minato la fiducia negli USA, considerati dalla gran parte dei Paesi del Golfo il principale garante della sicurezza e, conseguentemente, ha sgretolato la logica strategica che aveva plasmato gli accordi di sicurezza mediorientali per quasi cinquantacinque anni.

In verità, l’architettura di sicurezza mediorientale si stava silenziosamente deteriorando da anni. Molti Stati del Golfo avevano perseguito politiche estere prudenti, volte a ridurre le tensioni e, al contempo, a diminuire la loro dipendenza dagli Stati Uniti per la protezione della sicurezza. Ricordiamo, infatti, che, a seguito degli attacchi asseritamente iraniani di Abqaiq-Khurais del 2019, l’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo avevano già iniziato a mettere in discussione l’affidabilità delle garanzie di sicurezza statunitensi. Gli eventi successivi dell’ottobre 2023 e, soprattutto, quelli del 28 febbraio 2026 hanno ulteriormente acuito queste preoccupazioni.

In tale quadro complessivo, il 19 marzo 2026, i ministri degli Esteri di Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto si sono incontrati a Riyadh durante un vertice islamico. Durante questo delicato incontro è stata avanzata concretamente la possibilità di realizzare un’architettura di sicurezza comune. Questo progetto, in realtà, segue altri accordi, tra cui quello intercorso tra Arabia Saudita e Pakistan, che avevano già firmato un memorandum strategico di difesa reciproca nel settembre 2025, e quello intercorso tra Turchia e Arabia Saudita, che, dopo anni di reciproca diffidenza, avevano ripreso nel 2022 la cooperazione nel settore della difesa. Inoltre, in questi ultimi anni, dopo oltre un decennio di relazioni tese — ndr: crisi a seguito del colpo di Stato in Egitto del 3 luglio 2013, guidato dall’allora generale Abdel Fattah al-Sisi, che aveva determinato la destituzione del presidente Mohamed Morsi, vicino ad Ankara perché legato all’ideologia politico-religiosa della Fratellanza musulmana — Turchia ed Egitto avevano ripreso normali relazioni diplomatiche.

Tuttavia, rimane un interrogativo determinante: questa nascente cooperazione costituisce il fondamento di un ordine regionale duraturo o è semplicemente una risposta temporanea alla crisi?

In merito, Numan Telci ci risponde affermando sostanzialmente che la risposta dipenderà dalla capacità di questi quattro Paesi di saper gestire le contraddizioni strutturali che hanno minato i precedenti tentativi di cooperazione in materia di sicurezza regionale e dalla capacità dell’attuale crisi di generare una pressione sufficiente e duratura per mantenerli allineati una volta che la minaccia immediata si sarà attenuata.

L’asse Arabia Saudita-Pakistan alla base della nascita dello STEP

Recentemente, la nota rivista medio-orientale denominata “The Amargi”, attraverso un complesso editoriale, ci consente di comprendere meglio l’evoluzione di questa potenziale nuova alleanza strategica, ponendo l’accento sui rapporti esistenti tra Arabia Saudita e Pakistan, quest’ultimo, ricordiamo, potenza nucleare.

Un passo indietro per capire.

Tradizionalmente, i rapporti tra Pakistan e Arabia Saudita sono stati amichevoli. Il Pakistan ha attraversato un periodo di difficoltà economiche negli ultimi decenni e l’Arabia Saudita è sempre stata tra i primi Paesi a sostenere Islamabad con salvataggi finanziari, dilazioni di pagamento per il petrolio e prestiti agevolati, per aiutare il Paese a superare i suoi problemi economici. In cambio, il Pakistan ha garantito la sicurezza dell’Arabia Saudita, con la presenza periodica di truppe pakistane nel Paese e un ruolo fondamentale nell’addestramento e nel supporto delle forze armate saudite.

Il valore di questi legami è aumentato ulteriormente dopo il 1979, quando i religiosi sciiti guidati da Ruhollah Khomeini sono saliti al potere in Iran. Da allora, sebbene Pakistan e Iran si definiscano ufficialmente “due Paesi fratelli musulmani”, il Pakistan si è progressivamente avvicinato all’orbita saudita. Di conseguenza, i religiosi sciiti iraniani hanno a lungo considerato il Pakistan uno stretto partner dell’Arabia Saudita, al servizio degli interessi regionali sauditi e americani. E, nonostante siano Paesi musulmani confinanti, le relazioni tra Pakistan e Iran sono state in continua e delicata evoluzione.

I legami tra Iran e Pakistan risalgono al 1947, quando lo Scià di Persia divenne, nel 1950, il primo capo di Stato straniero a visitare il Paese, tre anni dopo l’indipendenza del Pakistan. «Le relazioni cordiali tra Iran e Pakistan iniziarono con la firma del trattato di amicizia a Teheran, due mesi dopo la visita dello Scià», ha affermato Muhammad Amir Rana, autore e analista della sicurezza con sede a Islamabad.

Ovviamente, la rivoluzione iraniana ha cambiato questa dinamica. Il Pakistan ospita la seconda comunità sciita più grande del mondo. Gli sforzi di Khomeini per diffondere la rivoluzione sciita in Pakistan non sono stati “ben accolti” dal Paese a maggioranza sunnita. Di conseguenza, il Pakistan si è avvicinato ulteriormente all’Arabia Saudita sunnita, acerrima rivale dell’Iran sciita.

Nel contesto della recente guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, quest’ultimo ha sferrato attacchi contro l’Arabia Saudita, spingendo il vice primo ministro e ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, a intervenire e a rilasciare dichiarazioni in merito agli sforzi compiuti per dissuadere l’Iran dall’attaccare l’Arabia Saudita. Non appare certo casuale che, durante il conflitto in Iran, il Pakistan sostenesse che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti a difesa dei Paesi del Golfo, sostenendo pertanto la necessità di esplorare altre opzioni.

La NATO islamica?

Secondo l’autorevole analista Shehzad Baloch, questo patto tra Riyadh e Islamabad giunge in un momento in cui l’Arabia Saudita attribuisce sempre maggiore importanza alla trasformazione economica attraverso la diversificazione, nell’ambito della sua agenda di sviluppo a lungo termine. Allo stesso tempo, altri attori regionali, come gli Emirati Arabi Uniti, Israele e l’India, stanno definendo le proprie alleanze strategiche in linea con l’evoluzione delle relazioni di sicurezza tra l’Arabia Saudita e il Pakistan.

Interrogato sull’allineamento di Pakistan, Turchia, Qatar e Arabia Saudita contro Emirati Arabi Uniti, Israele e Iran, Farooq Sulehria, autore e professore associato presso la Beaconhouse National University di Lahore, ha affermato: «Tutti questi Stati, incluso Israele, sono clienti degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita è il più antico cliente degli Stati Uniti in Medio Oriente, ancor prima della nascita di Israele. La Turchia è un alleato della NATO con legami commerciali, diplomatici e culturali con Israele». Significativamente, la Turchia è il secondo maggiore fornitore di armi del Pakistan, fornendo aerei, droni e mezzi navali.

Merita, a questo punto, ricordare che, dopo la guerra con l’Iran, il mondo arabo si è diviso in due schieramenti: uno guidato dagli Emirati Arabi Uniti e l’altro dall’Arabia Saudita. In definitiva, il Pakistan ha scelto di schierarsi con Riyadh.

Oltre ai legami militari e diplomatici, il ruolo del Pakistan negli affari mediorientali è stato significativo anche grazie alla sua numerosa forza lavoro qualificata, milioni di persone che lavorano e vivono negli Stati arabi. Si stima che in Qatar risiedano circa 350.000 membri della diaspora pakistana, mentre l’Arabia Saudita ospita il maggior numero di espatriati pakistani, con circa 2,5 milioni di cittadini pakistani residenti nel Paese.

Il Pakistan ha inoltre aiutato i Paesi arabi a contrastare l’influenza rivale nella regione. I recenti sviluppi hanno ulteriormente spinto questi Paesi, Arabia Saudita e Pakistan, a unirsi su un’unica piattaforma. Turchia, Qatar ed Egitto sono ora considerati potenziali membri del patto di difesa, creando quello che viene spesso definito “Asse sunnita” o “NATO islamica”: un’alleanza concepita principalmente per affrontare le questioni geopolitiche e di sicurezza regionali del dopoguerra, secondo Galip Dalay, ricercatore.

Attrito con gli Emirati Arabi Uniti

I recenti sviluppi evidenziano inoltre una crescente tensione tra Pakistan ed Emirati Arabi Uniti: il Pakistan accusa tacitamente Abu Dhabi di essere responsabile dei disordini nella regione pakistana del Balochistan, mentre gli Emirati Arabi Uniti sembrano contrari alla stipula del patto strategico tra Pakistan e Arabia Saudita, nonostante siano anch’essi uno Stato arabo sunnita.

Lo scetticismo di Israele

Da giorni, i media israeliani trattano ovviamente con dovizia di analisi questa possibile nuova strategia. In merito, il Jerusalem Post ha recentemente affermato che, per oltre un decennio, leader politici, strateghi militari e settori dei media in tutto il mondo musulmano hanno periodicamente riproposto l’idea di una “NATO islamica”: un blocco militare unificato di nazioni a maggioranza musulmana in grado di difendere gli interessi collettivi e di affrontare i presunti avversari.

Paesi come la Turchia, il Pakistan e l’Iran hanno spesso invocato il linguaggio della solidarietà islamica, mentre le narrazioni politiche hanno frequentemente suggerito che gli Stati musulmani potrebbero un giorno riunirsi sotto un unico ombrello strategico. In molti casi, gli avversari impliciti sono stati Israele e, in modo più sottile, l’India.

Eppure, la realtà della geopolitica contemporanea racconta una storia ben diversa. Lungi dal progredire verso l’unità militare, il mondo musulmano odierno è frammentato da rivalità ideologiche, settarie, economiche e geopolitiche così profonde che la stessa nozione di “NATO islamica” appare meno come un progetto strategico e più come un ricorrente slogan politico.

La ragione principale del fallimento di qualsiasi NATO islamica, sempre secondo il Jerusalem Post, risiede nella mancanza di accordo su chi debba guidare il mondo musulmano. L’Arabia Saudita si considera la naturale custode della leadership islamica in quanto sede della Mecca e di Medina. L’Iran, dal canto suo, si presenta come il centro ideologico della politica di resistenza e da tempo contesta la pretesa dell’Arabia Saudita di detenere l’autorità religiosa. La rivalità tra Arabia Saudita e Iran non è meramente geopolitica; è anche teologica e di civiltà.

Per decenni, entrambi gli Stati si sono contesi l’influenza in Iraq, Siria, Libano, Yemen e nel più ampio mondo islamico. Riyadh considera l’ideologia rivoluzionaria iraniana e le reti politiche sciite come minacce esistenziali. I suoi religiosi hanno spesso definito il regime iraniano “Majoos”, riferendosi agli adoratori del fuoco provenienti dall’Iran. I falchi iraniani, d’altro canto, hanno spesso dipinto la monarchia saudita come custode inadatta dei luoghi più sacri dell’Islam. In tali condizioni, qualsiasi alleanza militare collettiva che pretenda di rappresentare l’intero mondo musulmano è strutturalmente impossibile.

Anche tra le potenze sunnite le rivalità sono intense. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti si sono spesso trovati su fronti opposti, nonostante le pubbliche manifestazioni di collaborazione. Il Qatar e il Bahrein si trovano in campi opposti. In Yemen sono emerse divergenze sul sostegno a fazioni locali contrapposte e su diverse visioni per il futuro del Paese. Nel conflitto in corso in Sudan, Abu Dhabi e Riyadh sono state spesso percepite come sostenitrici di esiti politici differenti. Questi disaccordi dimostrano che, persino tra stretti alleati del Golfo, gli obiettivi strategici spesso divergono.

Le contraddizioni della solidarietà selettiva

Il mito dell’unità militare islamica diventa ancora più difficile da sostenere se si esaminano i conflitti reali che coinvolgono le nazioni musulmane.

L’Afghanistan ne è un esempio lampante. Pakistan e Afghanistan si sono ripetutamente scambiati accuse reciproche in merito a violenze di confine, rifugi per militanti e operazioni militari. Gli attacchi transfrontalieri dell’esercito pakistano hanno periodicamente provocato vittime civili afghane, tra cui donne e bambini.

Eppure, nessuno dei Paesi che invocano abitualmente la solidarietà musulmana ha mobilitato una risposta di “NATO islamica” per difendere i civili afghani o mediare in modo significativo nelle controversie. In pratica, quindi, l’identità religiosa condivisa passa spesso in secondo piano rispetto agli interessi nazionali.

Il silenzio diventa ancora più evidente riguardo al trattamento riservato dalla Cina ai musulmani uiguri nello Xinjiang. Mentre i governi di tutto il mondo musulmano rilasciano frequentemente dichiarazioni sulla Palestina, pochi hanno mostrato una volontà altrettanto forte di sfidare Pechino.

Il Pakistan, pur presentandosi come una voce autorevole del mondo islamico, ha costantemente evitato di criticare la Cina a causa della sua dipendenza economica e della partnership in materia di difesa con Pechino. La stessa coalizione che parla di difendere i musulmani a livello globale è rimasta in gran parte inattiva su una delle questioni relative ai diritti umani dei musulmani più dibattute del XXI secolo.

Tali incongruenze mettono in luce una verità fondamentale: le politiche estere e le partnership di difesa degli Stati a maggioranza musulmana sono guidate principalmente da interessi nazionali, dipendenze economiche e sicurezza del regime, piuttosto che dalla solidarietà di civiltà. Il linguaggio dell’unità islamica funziona spesso come strumento di politica interna piuttosto che come dottrina strategica operativa.

Il panorama geopolitico è cambiato radicalmente dagli Accordi di Abramo. Gli Emirati Arabi Uniti sono emersi come uno dei partner più importanti di Israele nel mondo arabo, ampliando la cooperazione in ambito tecnologico, commerciale, di intelligence e di investimento.

Allo stesso tempo, l’India è diventata una componente cruciale dei nuovi quadri economici e strategici che collegano il Golfo a Israele. Questa relazione triangolare tra India, Israele ed Emirati Arabi Uniti riflette sempre più le realtà della geopolitica del XXI secolo. La modernizzazione economica, le partnership tecnologiche e l’integrazione delle catene di approvvigionamento hanno ormai un peso maggiore rispetto agli slogan ideologici. Più in generale, il Medio Oriente e l’Asia meridionale stanno assistendo a un graduale allontanamento dalle alleanze basate sull’identità per orientarsi verso partenariati più pragmatici e guidati dagli interessi.

Per gli Stati Uniti, tuttavia, persiste la tendenza a sovrastimare la capacità del Pakistan di fungere da pilastro stabile all’interno delle alleanze e degli accordi di sicurezza regionali. Washington ha ripetutamente considerato Islamabad come una risorsa strategica in grado di bilanciare molteplici interessi regionali, salvo poi imbattersi nei consueti schemi di ambiguità, dipendenza e lealtà contrastanti.

Le partnership militari del Pakistan con l’Arabia Saudita coesistono con i profondi legami di difesa con la Cina, mentre le sue narrazioni politiche interne e la sua aperta opposizione alla normalizzazione dei rapporti con Israele spesso differiscono sostanzialmente dal suo comportamento esterno. Questo schema spiega perché la visione di un’alleanza militare islamica unificata rimanga molto più allettante in teoria che in pratica.

L’idea di una “NATO islamica” continua ad attirare l’attenzione perché fa leva su forti istinti emotivi e politici in tutto il mondo musulmano. Eppure, ogni importante sviluppo regionale – dalla rivalità tra Arabia Saudita e Iran alle divisioni del Golfo, fino alle relazioni con Cina, Israele e India – dimostra la stessa realtà.

Il mondo musulmano non si sta muovendo verso un’unità strategica. Si sta muovendo verso un ordine più frammentato, guidato dagli interessi e multipolare, nel quale i calcoli nazionali prevalgono sistematicamente sulla solidarietà religiosa. La “NATO islamica”, nonostante le periodiche riemersioni nel discorso politico, rimane non una realtà militare, bensì un miraggio geopolitico.

La geopolitica raramente rimane statica. Mentre le tensioni legate all’Iran, alla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e alla campagna di pressione di Trump continuano a evolversi, il Medio Oriente potrebbe assistere a nuovi allineamenti capaci di superare le vecchie divisioni ideologiche. La questione più importante non è più se emergerà una “NATO islamica”, ma come un ordine regionale frammentato e sempre più orientato alle transazioni rimodellerà, negli anni a venire, l’architettura di sicurezza del Medio Oriente nel suo complesso.

Conclusione

Un mondo frammentato, diviso, alla ricerca disperata di nuovi equilibri.

Europa, ci chiediamo: dove sei?

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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