Francesco Mammola, un mandolino tra l’Alto Sangro e il mondo


Francesco Mammola è un mandolinista di livello internazionale, una carriera che lo ha portato a esibirsi in più di 40 Paesi tra Europa, Stati Uniti e Asia e collaborazioni con alcune tra le più importanti istituzioni musicali. Eppure, nonostante le opportunità che avrebbe potuto cogliere altrove, ha scelto di restare legato al proprio territorio: Pescocostanzo in provincia de L’Aquila, Alto Sangro. È qui che ha investito competenze, tempo ed energie. La sua storia e quella dei suoi allievi sono il cuore del documentario Energie in movimento – Le note della Terra, il secondo tassello di un percorso più ampio realizzato da Terzo Tempo Film con la regia di Beatrice Corti.

Restare, ritornare, arrivare. Sono i capitoli del focus book che contiene le storie di chi vive in montagna, nelle piccole isole o tra i campi coltivati dell’entroterra. Nato come spin off del numero di VITA “Aree interne, l’Italia da scoprire”, racchiude un pezzo di racconto sui luoghi cosiddetti marginali che spesso non ha voce. Con i contributi di Luca Mercalli, Federica Fabrizio e Fredo Valla
LE AREE INTERNE IN PRIMA PERSONA

Perché una piccola casa di produzione indipendente abbia scelto di raccontare le trasformazioni sociali, ambientali ed economiche che attraversano le aree interne e montane italiane, lo spiega Giovanni Zurardelli, fondatore di Terzo Tempo Film e produttore della serie documentaristica. «Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un percorso che prova a utilizzare lo strumento cinematografico come occasione di ascolto, partecipazione e sensibilizzazione, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni». È nato così, nel 2023, Energie in Movimento: «Ci siamo chiesti come fosse possibile affrontare temi complessi come spopolamento, sostenibilità e innovazione sociale “uscendo dalle aule” e costruendo un linguaggio capace di arrivare alle persone in modo diretto e autentico». Fin dal primo episodio della serie, Gagliano Aterno, paese futuro, un riscontro umano e mediatico oltre le aspettative ha confermato che la direzione era quella giusta.

La cultura crea identità, relazioni e appartenenza

L’arte e la cultura emergono nel documentario come infrastrutture sociali capaci di generare coesione, opportunità formative e sviluppo sostenibile nelle Aree interne. «Oggi è sempre più evidente quanto la cultura sia un elemento fondamentale, soprattutto per le nuove generazioni. Non soltanto come forma di intrattenimento, ma come strumento capace di creare identità, relazioni, partecipazione e senso di appartenenza», spiega Raffaele Spadano, l’antropologo che ha seguito il coordinamento scientifico del documentario e che da anni si occupa di processi comunitari e rigenerazione territoriale. «La stessa parola “cultura” deriva dal latino colere, cioè “coltivare”. E forse è proprio questa l’immagine più corretta: la cultura come pratica di cura e semina in un territorio. Un processo continuo che rende un luogo fertile, vivo, abitabile. Nelle Aree interne questo aspetto diventa ancora più importante perché, dove il rischio è quello della desertificazione sociale, la cultura può rappresentare ciò che tiene insieme una comunità».

Uno degli allievi dell’Accademia di musica fondata da Francesco Mammola in una scena del film.

Affinché questo accada, servono però figure capaci di accompagnare le pratiche: «Persone in grado di ascoltare, mediare, costruire relazioni e mettere in dialogo comunità locali, istituzioni, giovani, nuovi abitanti e realtà esterne. È un lavoro spesso invisibile ma fondamentale, che oggi sta diventando sempre più centrale nei percorsi di rigenerazione territoriale. La consapevolezza su questi temi sta crescendo, anche grazie ai tanti progetti culturali, ai percorsi di ricerca e alle esperienze nate dal basso negli ultimi anni. Ma probabilmente c’è ancora molto lavoro da fare affinché la cultura venga riconosciuta non come un lusso sacrificabile ma come una componente essenziale della vita dei territori e del loro futuro».

Una storia che parla alle comunità…

La storia del maestro Francesco Mammola è emblematica perché rappresenta concretamente una possibilità diversa per le Aree interne. «Non soltanto dal punto di vista artistico, ma umano, sociale e culturale», riflette la regista Beatrice Corti. «Attraverso l’Accademia musicale dell’Alto Sangro, ha trasformato la musica in uno strumento di aggregazione, formazione e inclusione. Nel documentario la sua storia si intreccia con quella del territorio, delle tradizioni popolari, degli artigiani, delle feste di comunità e dei ragazzi che oggi vivono la musica come occasione di crescita e condivisione. In fondo, Francesco Mammola diventa il simbolo di una generazione che non sceglie necessariamente di andare via per realizzarsi, ma che prova a costruire valore restando, tornando o mantenendo un legame profondo con i propri luoghi d’origine».

Francesco Mammola diventa il simbolo di una generazione che non sceglie necessariamente di andare via per realizzarsi, ma che prova a costruire valore restando, tornando o mantenendo un legame profondo con i propri luoghi d’origine

Beatrice Corti, regista del documentario

La stessa comunità ha avuto un ruolo centrale nella costruzione del film. «Per noi non è mai un elemento “di contorno”, ma la vera protagonista», spiegano la regista e il produttore. «Energie in Movimento prova a essere un progetto collettivo e partecipativo, non un’operazione in cui qualcuno arriva, riprende e va via. Non arriviamo nei territori per “prelevare” delle storie, ma per costruire relazioni, ascoltare e prenderci il tempo necessario per comprendere davvero le comunità che decidono di aprirsi e raccontarsi. La regia prova così a restituire atmosfere e identità reali, lasciando che siano i luoghi e le persone a guidare».

…e guarda al futuro

Il viaggio non si ferma con l’uscita del film (l’anteprima nazionale si è svolta il 16 maggio a Gagliano Aterno). «Si è trasformato progressivamente in un format culturale itinerante e multidisciplinare che nasce dalla serie documentaristica ma va oltre il linguaggio cinematografico», continuano. «Ogni appuntamento porta dal vivo i temi affrontati nei documentari attraverso proiezioni, concerti, talk pubblici, incontri con studiosi, artisti, amministratori e soprattutto con le comunità coinvolte. L’idea è quella di creare spazi reali di partecipazione attorno al film e ai suoi contenuti, musica compresa».

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare. 
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE

«Da qualsiasi parte del mondo si può partire», dice Mammola nella scena finale del documentario. «E si può pure tornare». È qui la potenza del suo messaggio? «Restare o il ritornare non possono più essere interpretati come immobilità, chiusura o rinuncia», riflettono Corti e Zurardello. «Significano piuttosto riuscire a mantenere un rapporto vivo e contemporaneo con le proprie radici, senza sentirsi obbligati a scegliere tra locale e globale. Quella frase finale, però, per noi porta con sé anche un significato ulteriore. Abbiamo scelto di accompagnarla con una vecchia fotografia della generazione passata, scattata in un momento storico molto preciso: il dopoguerra, quando molti uomini non erano ancora tornati alle proprie case. Non a caso, nell’immagine compaiono quasi esclusivamente donne e bambini. In questo modo il verbo “ritornare” assume anche il senso del ricominciare, del tornare a costruire comunità e futuro persino nei momenti più difficili. Un legame tra passato, presente e futuro che ci ricorda quanto sia importante conoscere la propria storia per poter immaginare e compiere scelte consapevoli nel presente».

In apertura, Francesco Mammola in una scena del film. (Le immagini sono state fornite da Terzo Tempo Film)

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 Daria Capitani

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