Semplificare, ma senza snaturare, né tanto meno tradire le radici. Riconoscere le competenze e renderle trapsarenti, ma ricooscere sopratuttutto lo “status” del volontario. Aumentare gli investimenti pubblici, perché quelli attuali sono tanti ma non bastano. E sono pochi per un Paese che sceglie di destinare il 5% del suo Pil alla difesa armata.
Sono solo alcune delle richieste lanciate oggi dall’Auditorium ExtraLibera, a Roma, dove è stato presentato il XXIV Rapporto della Conferenza nazionale enti per il servizio civile (Cnesc).
Un Rapporto che, attraverso i numeri, racconta di un sistema in crescita e sempre più vitale, ma che si trova ad affrontare la sfida del cambiamento, in un contesto trasformato profondamente rispetto a quando nacque il servizio civile prima, il servizio civile volontario poi. Un’esperienza che chiede di essere riconosciuta, valorizzata e rafforzata per quello che ha scelto di essere e per le radici da cui è nata: l’obiezione di coscienza, la cittadinanza attiva e la difesa civile e non armata della patria.
La ricchezza di questo sistema ben si esprime nei numeri, riferiti al bando ordinario 2023 e quindi alle esperienze svolte tra il 2024 e il 2025: 31 enti titolari di accreditamento fanno parte della rete Cnesc, insieme a 7.467 enti di accoglienza, pari al 40,5% del totale degli enti presenti nel sistema del Servizio civile universale.
Nel bando ordinario 2023, gli enti della Cnesc hanno messo a disposizione 18.792 posti, pari a oltre un terzo di quelli previsti a livello nazionale, raccogliendo 40.616 candidature.
Quasi la metà dei posti riguarda il settore dell’assistenza, che da solo rappresenta il 49,7% dell’offerta complessiva della rete Cnesc. Seguono l’educazione e la promozione culturale con il 34,1%.
Ma il dato che si è imposto all’attenzione durante la presentazione riguarda le risorse economiche. Da una parte gli stanziamenti pubblici, certamente consistenti e crescenti: per il bando ordinario e per i bandi tematici – digitale, ambientale e Giubileo – complessivamente a circa 369 milioni di euro.
Dall’altra, l’investimento diretto degli enti della Cnesc: 116,8 milioni di euro per le risorse umande dedicate alle attività di progettazione, selezione, formazione, tutoraggio, coordinamento e accompagnamento dei giovani.
«Quando un Paese decide di destinare il 5% del Pil alla difesa, 380 milioni per il servizio civile non sono troppi», ha osservato Rossano Salvatore, vicepresidente della Cnesc.
Snellire senza snaturare
Per ottimizzare le risorse e permettere agli enti di liberare energie per garantire qualità all’esperienza, la semplificazione è necessaria. Ed è quanto prevede e promette il Ddl Giovani, che delega il Governo a riformare il Servizio civile universale intervenendo su snellimento delle procedure, accreditamento degli enti, monitoraggio e riconoscimento delle competenze maturate dai giovani.

Giuseppe Pierro, capo del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale, ha riconosciuto come negli anni il sistema si sia progressivamente appesantito. «Gli enti lamentano da tempo procedure complesse, tempi lunghi e un eccesso di regolamentazione che spesso sottrae energie alla qualità educativa e relazionale dei progetti».
«Ho visto lo sforzo necessario per costruire programmi e progetti e la frustrazione di chi, dopo mesi di lavoro, vede il proprio programma non finanziato», ha detto.
Una riflessione condivisa dagli enti, che da anni chiedono una semplificazione delle procedure e una maggiore stabilità della programmazione.
La semplificazione, però, non può diventare una riscrittura dell’identità del servizio civile. È questo il punto su cui la Cnesc ha insistito maggiormente durante l’incontro. Nel Rapporto, ricorda di aver elaborato una proposta per «attuare una reale semplificazione» del sistema di deposito di programmi e progetti, immaginando una programmazione triennale che consenta agli enti di investire con maggiore continuità nei territori.
«Il contrario della guerra non è pace, ma comunità»
Ma proprio la semplificazione è il nodo critico, intorno al quale si raccolgono le preoccupazioni degli enti. «Di fronte a una delega molto ampia ci chiediamo quale direzione si voglia prendere», ha osservato la presidente della Cnesc Laura Milani. «Semplificare è necessario, ma l’identità del servizio civile non si tocca».
Più volte è stato ribadito il fatto che il servizio civile debba continuare a essere uno strumento di difesa civile non armata e nonviolenta e una palestra di partecipazione democratica. Una definizione che, in un contesto segnato da guerre e aumento delle spese militari, gli enti considerano tutt’altro che superata.
«I giovani rifiutano una patria verticale, fatta di gerarchie e di eserciti», ha detto Milani. «Scoprono invece una patria come comunità di persone che condividono responsabilità e valori».
E ha citato le parole di un volontario di Operazione Colomba in Ucraina: «Il contrario della guerra non è la pace. Il contrario della guerra è costruire comunità».
Il nodo delle competenze
Tra gli aspetti destinati a trovare spazio nella riforma c’è la “messa in trasparenza delle competenze” acquisite durante il servizio. Che è il passo che precede la certificazione.
Un tema sul quale gli operatori volontari si sono mostrati favorevoli, ma con una precisazione. «Il riconoscimento delle competenze acquisite durante il servizio civile è certamente una grande opportunità», ha affermato Corrado Capasso, rappresentante degli operatori volontari della macroarea Sud. «Ma non può diventare l’unica chiave di lettura del servizio civile».


Secondo Capasso, infatti, «il rischio è che l’esperienza venga interpretata esclusivamente come uno strumento di orientamento professionale, perdendo la sua dimensione di partecipazione civica.
Una riflessione condivisa anche da Licio Palazzini, che ha ricordato come le competenze più importanti maturate durante il servizio civile siano spesso quelle relazionali e di cittadinanza.
«Parlare di competenze significa parlare di futuro», ha osservato. «Ma le competenze fondamentali restano quelle che permettono di costruire fiducia, cooperazione e pace».
«Oggi non siamo né lavoratori né volontari»
Oltre al riconoscimento delle competenze, i giovani volontari chiedono un riconoscimento di “status”. «Oggi viviamo in una zona grigia», ha spiegato Capasso. «Non siamo lavoratori, ma non siamo nemmeno semplici volontari».
Occorre insomma definire anche il ruolo giuridico di chi sceglie di dedicare un anno della propria vita al servizio civile.
«Nel Ddl Giovani non troviamo riferimenti né alla Consulta nazionale né alla rappresentanza», ha osservato Capasso. «Eppure sono strumenti essenziali per garantire partecipazione e dialogo».
I tempi lunghi e le rinunce
Tra le criticità evidenziate, c’è quella dei tempi di attesa, forse all’origine dell’alto numero di rinunce.
Su 40.616 domande presentate agli enti CNESC sono stati effettuati 29.904 colloqui. Questo significa che 10.712 giovani non si sono presentati al colloquio, pari al 26,4% dei candidati, cioè più di uno su quattro.
A fronte di 18.792 posti riconosciuti dal Dipartimento, sono stati effettivamente avviati al servizio 16.275 giovani, pari all’86,6% dei posti disponibili.
«Da quando un giovane decide di aderire a quando l’attività parte passano spesso otto o nove mesi. Per un ventenne, è un tempo enorme. Con queste incertezze è inevitabile che qualcuno cambi idea. I mancati avvii sono un’opportunità persa, anche a fronte dello sforzo organizzativo che c’è dietro migliaia di colloqui», ha concluso.
La domanda crescente di servizio civile è un segno positivo, la volontà di riconoscere le competenze maturate durante l’esperienza è una buona intenzione. «Soprattutto quando parliamo di competenze di cittadinanza», ha precisato infine Laura Milani, ribadendo che il servizio civile non possa «essere ridotto né a una politica occupazionale né a un semplice percorso formativo. La sfida è continuare a raccontarlo per quello che è: un’esperienza che costruisce comunità e partecipazione democratica. Anche la comunucazione sul servizio civile è una responsabilità che dobbiamo assumerci insieme».
Foto apertura Comunità Papa Giovanni XXIII
Cosa fa VITA?
Da oltre 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Chiara Ludovisi
Source link




