Maturità 2026: ma gli adolescenti hanno davvero paura della fatica?


La traccia C2 della prova scritta dell’esame di maturità 2026 si ispirava al libro Alzarsi all’alba di Mario Calabresi. «Con lei (si riferisce alla nonna) ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili… Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno. Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile. Ho visto la parola “fatica” assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. (…) Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata. Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta. Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi».

Il sociologo Stefano Laffi

La fatica. Un tema che si pone di nuovo all’attenzione generale. Che fa discutere, giovani e adulti. In un periodo in cui l’Italia si esalta per i risultati di Jannik Sinner, frutto anche e soprattutto del duro lavoro cui si sottopone ogni giorno il campione altoatesino, quell’esperienza viene poi invece anestetizzata in tanti altri ambiti della propria vita. Ne parliamo con il sociologo Stefano Laffi.

La fatica. Spaventa forse più gli adulti, che cercano di preservare i figli, piuttosto che gli stessi adolescenti.

È un tema ricorrente, almeno da Gli sdraiati, del 2013, in poi. Il fortunato libro di Michele Serra, in qualche modo, dava degli scansafatiche ai figli. Lì una generazione, accusava l’altra di non aver abbastanza piglio, determinazione, volontà, voglia di combattere. Da lì in poi, genitori, insegnanti e altre figure spesso si trovavano ad avere quella lente per guardare la generazione più giovane. È oggettivo che da adulto, spesso, tendi a interpretare la fatica come una cosa che i ragazzi tendono in tutti i modi di evitare. E i ragazzi si sentono addosso questa accusa. In realtà, a me sembra che il tema abbia più sfumature. Spero proprio che i ragazzi non siano caduti nel tranello di adottare quello sguardo su di sé, auto-accusandosi di essere una generazione di scansafatiche.

È un tema vecchio come il mondo, probabilmente.

Lo è di sicuro. Da sempre l’umanità evita di fare fatica. La scoperta della ruota è uno sconto di fatica. E da lì in poi abbiamo provato in tutti i modi a ridurla. Se prima dovevamo lavare i panni e i piatti a mano, dopo aver vissuto l’arrivo degli elettrodomestici, non torneremmo più indietro. Liberarsi dalla fatica è un passaggio tecnologico che hanno salutato tutti con favore.

La traccia dello scritto di oggi dice anche altro?

Sì, per esempio che la fatica continua a essere un marcatore sociale. Le classi sociali si differenziano esattamente per questo: qualcuno continua a fare molta fatica, nelle proprie mansioni lavorative, mentre altri non la conoscono più. È interessante anche la chiave del capitalismo, che si basa sulla rimozione della fatica e del dolore. La maschera di felicità che regala il mondo dei consumi è la possibilità di un godimento immediato che toglie dal nostro orizzonte mentale gli elementi che sono gli antagonisti naturali di quella visione: il dolore, la morte, la fatica. Nessuno li vuole comprare. Ma ci sono anche dei paradossi: nel nostro quotidiano evitiamo la fatica ma poi andiamo ad acquistarla, per esempio in palestra.

Ci sono anche dei paradossi: nel nostro quotidiano evitiamo la fatica ma poi andiamo ad acquistarla, per esempio in palestra

Accade tra diverse classi sociali, ma anche tra Paesi con economie più e meno sviluppate.

I marcatori ci sono anche a casa nostra. Pensiamo a chi cura gli anziani allettati: sono penalizzati nella nostra scala sociale. Loro la fatica la sentono e la vivono quotidianamente. Ci sono mestieri che continuano a essere molto faticosi, per esempio quelli legati all’agricoltura, sui cui il progresso tecnologico ha influito solo relativamente: una delle cose paradossali di questo tempo, in cui la parola d’ordine è intelligenza artificiale, è che quest’ultima ha inciso sui lavori intellettuali, ma poco su quelli manuali. Il cambiamento tecnologico in corso non sta incidendo sulle mansioni di fatica, ma sui compiti ripetitivi, noiosi. C’è poi un’altra cosa interessante, non so se i ragazzi l’abbiano colta: al di là della nobiltà di una certa fatica, c’è pure una fatica mentale. Credo che oggi questa componente di attenzione e concentrazione richiesta da un mondo sempre più competitivo, sia molto diffusa. E i ragazzi la sentono molto: la parola malessere a loro non evoca un dolore fisico, piuttosto un’ansia, una condizione mentale che fa parte dei risvolti di questo mondo contemporaneo, di un sistema capitalistico che ci chiede di essere molto performanti, di mostrare i nostri talenti, di essere capaci in ogni situazione.

La fatica mentale però ce l’ha anche chi non arriva più a fine mese, chi ha perso il lavoro, chi ha una pensione minima che non basta neppure a pagare l’affitto casa. Non è solo questione di essere competitivi.

C’è sicuramente un mondo di preoccupazioni che non ci viene scontato da questo tempo che ci ha regalato comfort, benessere materiale e soluzioni smart in tanti campi. C’è una dimensione di spiazzamento rispetto alle competenze che mette in crisi gli adulti. La sociologia ci ha insegnato che in tempi di cambiamento veloce, come questo, a essere più in crisi non sono i ragazzi (che di sicuro dovranno aggiornarsi, indovinare l’università giusta o qual è il luogo in cui formare le competenze che hanno un futuro), bensì gli anziani: questi fanno più fatica ad aggiornarsi, cambiare lo stile di vita, a muoversi nelle tecnologie, a usare le nuove macchine. Lì c’è una fatica diversa: quella di non sapere se si riesce a stare al passo con i tempi e a cogliere le sfide, soprattutto se si è fuori dal mercato del lavoro a 50-55 anni.

Una cosa interessante è che oggi c’è tantissimo un tema di fatica mentale. I ragazzi la sentono molto. Fa parte dei risvolti di questo mondo che ci chiede di essere molto performanti, di mostrare i nostri talenti, di essere capaci in ogni situazione

Quanto è giusto proporre ai figli di spendere una parte delle vacanze estive per fare un’esperienza di lavoro? È un modo per conoscere il valore dei soldi e della fatica, non crede?

Credo che continui a essere giusto proporre che il periodo estivo abbia, oltre al meritato riposo rigenerativo, qualche occasione di lavoro. Sono dell’idea, non condivisa da tutti, che le esperienze lavorative in adolescenza siano fondamentali. Anche a 16 anni. Perché depositarie di sfide e abilità che non hanno in un contesto scolastico o familiare. È bene che i ragazzi si misurino con diverse prove, come quelle del lavoro, del volontariato e del Servizio civile. Vero è che le vite sono diverse, quindi può darsi che qualcuno abbia in casa una serie di situazioni confortevoli che non danno l’idea che sia necessario quello sforzo, quella fatica. Ricordiamoci che i ragazzi leggono sempre i contesti. E laddove percepiscono che c’è il modo di essere mantenuti e di vivere bene senza doversi impegnare, è difficile prescrivere quell’impegno. Se andiamo sulla riviera Adriatica, in Romagna in particolare, troviamo impiegati tanti ragazzi, che stanno in piedi molte ore e sono pagati 6-8 euro all’ora. Che hanno a che fare con clienti molto diversi fra loro, come è ovvio, nella sensibilità, nei modi, nella gentilezza. È fatica anche quella.

Sono dell’idea, non condivisa da tutti, che le esperienze lavorative in adolescenza siano fondamentali.

Stefano Laffi, sociologo

Lei conosce molto bene il progetto “Ci sto. Affare fatica” portato avanti dalla cooperativa Adelante di Bassano del Grappa. Un’iniziativa vincente.

Sì. Il titolo del progetto gioca su due parole: una è fatica, l’altra è affare, cioè il paradosso che sia invogliante fare fatica. Parliamo di una settimana, che può essere anche ripetuta, ma comunque è un tempo limitato e decisamente sostenibile, che non rovina una vacanza di tre mesi. C’è una dimensione di gruppo, molto importante quando parliamo di adolescenti: se si instaura un bel clima tra di loro, la fatica si sente molto di meno. E poi si svolge in spazi pubblici, sistemando una panchina, uno steccato, un giardino o quello che è. Dunque, è un lavoro che tutti vedono e ti riconoscono. Quindi diventa gratificante, soprattutto se sino ai 15 anni ti hanno visto solo giocare a pallone all’oratorio. Mettiamoci poi i 50 euro che guadagni in una settimana, che poi spenderai come ti pare. Ci sono tre dimensioni a contatto: una è quella dei ragazzi, un’altra è quella degli adulti che non sono tuo padre, tua madre o un tuo insegnante, e che fanno da educatori e poi ci sono gli anziani, definiti handymen, cioè coloro che sanno fare le cose, sanno come si lavora il legno, come si cura un giardino, come si utilizzano gli attrezzi. La loro sapienza è particolarmente efficace. Una sorta di nonno che ti aiuta ad avere cura di uno spazio pubblico. Non a caso, questo progetto è cresciuto tantissimo e sono tutti contenti: ragazzi, genitori e pensionati coinvolti.

Riusciamo a spazzare la retorica che vorrebbe l’ultima generazione di adolescenti fatta di pigri e scansafatiche? In fondo, è una storia che si ripete all’infinito, ciclicamente.

Questa cosa c’è sempre stata. La generazione che accusa i più giovani di scansare la fatica è semplicemente una generazione che ha vissuto la propria giovinezza in un momento in cui c’erano altri modi di fare le cose. Probabilmente più faticosi, perché la tecnologia non aveva ancora regalato quelle agilità e quelle possibilità. C’è una sorta di mito della propria fatica vissuta da giovani. Succede di generazione in generazione. Verosimilmente succederà anche agli adolescenti di oggi con i loro figli. È chiaro che questo meccanismo continua a riprodursi. E se uno non ha la lucidità di comprendere che ognuno è nato nel proprio contesto, diventa difficile cambiare questo tipo di approccio. Nessuno vuole fare fatica. I ragazzi di oggi sono i ragazzi di sempre, non hanno un di più di pigrizia. Tant’è vero che moltissimi ragazzi fanno sport e faticano tutti i giorni, o quasi. Oppure, sono pronti a dare una mano quando ci sono le emergenze, a scavare, pulire, sistemare. Chiediamoci, semmai, che tipo di progresso stiamo disegnando: se vogliamo ridurre la fatica, troveremo chi sarà più veloce ad adottare quegli strumenti, per esempio i ragazzi; se invece quegli stessi strumenti li stiamo disegnando per favorire la collaborazione e l’amicizia, certamente ci troveremo maggiormente questi valori. Più che prendercela con i ragazzi, dobbiamo capire che tipo di evoluzione stiamo disegnando noi adulti.

Vuole aggiungere qualche altra considerazione?

Certamente è un tema che si presta a molti discorsi. Spero che i ragazzi sappiano cogliere le diverse sfaccettature, senza finire nella retorica autocolpevolizzante. E senza crocifiggersi. A crocifiggerli ci pensano già gli adulti.

Foto Valentina Stefanelli / LaPresse

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 Luigi Alfonso

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