l’enciclica di Leone XIV letta con gli occhi di un avvocato


«Magnifica Humanitas», l’Enciclica di Papa Leone XIV sulla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», è molto di più di una consueta Enciclica, non solo nello spessore culturale e nell’ampiezza, sempre nella semplicità e chiarezza dei ragionamenti.

Chi esercita la professione legale sa bene che esiste una distanza, spesso sottile ma sempre presente, tra ciò che la legge impone e ciò che la legge dovrebbe proteggere. Il diritto positivo — le norme scritte, i codici, le sentenze — è lo strumento con cui una società organizza la convivenza. Ma dietro ogni norma, quando funziona davvero, c’è qualcosa che la precede e la giustifica: un’idea di ciò che è giusto, di ciò che si deve all’altro, di ciò che rende una persona degna di tutela indipendentemente dal suo ruolo, dal suo patrimonio, dalla sua posizione sociale.

Leggendo Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale, un avvocato non può non riconoscere in filigrana lo stesso impianto che, da Kant fino ai padri costituenti del secondo dopoguerra, ha attraversato il pensiero giuridico occidentale: la dignità della persona come limite invalicabile, come fondamento che nessuna legge positiva può legittimamente contraddire, anche quando formalmente la rispetta.

Il diritto come argine, non come tecnica

L’enciclica afferma che “le tecnologie non sono neutrali” e che, in assenza di un orizzonte etico, possono generare “nuove ingiustizie con il rischio della disumanizzazione”. Un avvocato riconosce in questa frase un principio che attraversa tutto il diritto: la forma non basta a garantire la giustizia. Un contratto può essere formalmente valido e sostanzialmente iniquo. Un algoritmo può essere tecnicamente corretto e produrre una discriminazione. Una procedura può essere rispettata nella lettera e tradire completamente il suo scopo.

È per questo che gli ordinamenti più maturi non si limitano a chiedere il rispetto delle regole: chiedono buona fede, proporzionalità, ragionevolezza. Sono clausole che il legislatore inserisce proprio perché sa che nessun codice può prevedere tutto, e che la lettera della norma deve sempre essere riportata al suo spirito. Quando l’enciclica chiede che, nell’era dell’intelligenza artificiale, “le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a un profilo”, sta chiedendo esattamente questo: che la tecnica resti subordinata a un principio che la trascende.

Il punto di contatto più diretto: trasparenza e contestabilità

Il passaggio dell’enciclica sul credito, sulla selezione del personale e sull’accesso ai servizi — quando dati e algoritmi incidono su queste decisioni, “è necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo” — è quasi un manuale di principi che il diritto, negli ultimi anni, ha già cominciato a tradurre in norme positive: il diritto di ottenere una spiegazione delle decisioni automatizzate, il diritto di contestarle, l’obbligo di motivazione degli atti che incidono sulla sfera giuridica delle persone.

Ma c’è una differenza fondamentale tra il modo in cui il diritto arriva a questi principi e il modo in cui ci arriva l’enciclica. Il diritto li introduce — spesso in ritardo, spesso sotto la pressione di abusi già verificatisi — come argini tecnici: regole procedurali per correggere uno squilibrio di potere. L’enciclica li propone come conseguenza diretta di un’affermazione previa, quella della dignità della persona, che non ha bisogno di essere dimostrata caso per caso, perché è il presupposto di ogni discorso successivo.

Per un avvocato, questo non è un dettaglio teorico. Conoscere la differenza tra una regola che nasce per limitare un danno e una regola che discende da un principio di dignità cambia il modo in cui quella regola viene interpretata e applicata nei casi di confine — quelli in cui la lettera della legge non basta a risolvere la questione.

Quando rispettare la legge è (anche) un atto morale

C’è un secondo punto di contatto, forse meno evidente ma più profondo. L’enciclica denuncia il rischio del “controllo sociale” reso possibile dalla raccolta massiva di dati: il potere di “profilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza”. È un rischio che il diritto della protezione dei dati personali — il GDPR, le normative sulla privacy — cerca di contenere attraverso obblighi di trasparenza, consenso informato, limitazione delle finalità.

Ma chi lavora quotidianamente con queste norme sa che il loro rispetto, in molte aziende e in molte amministrazioni, viene vissuto come un mero adempimento: una casella da spuntare, un costo di compliance, un rischio sanzionatorio da evitare. L’enciclica restituisce a queste stesse norme un significato diverso: non sono ostacoli all’efficienza, ma presidi della libertà della persona. Rispettarle non è solo evitare una sanzione: è riconoscere che dietro ogni dato c’è una persona che ha diritto a non essere ridotta a un insieme di tracce digitali da sfruttare.

Questo è, in fondo, il punto in cui il diritto e l’etica — e per chi crede, la dimensione religiosa — si toccano più direttamente. La legge può imporre un comportamento. Ma il modo in cui quel comportamento viene vissuto — come fastidio da eludere quando possibile, oppure come espressione di un dovere verso l’altro che la legge si limita a tradurre in regola — fa una differenza enorme nella qualità complessiva di un sistema. Un avvocato che assiste un’azienda nell’implementazione di un sistema di intelligenza artificiale può limitarsi a verificare che la procedura sia formalmente in regola. Oppure può ricordare al proprio cliente — come fa l’enciclica, in altro linguaggio — che dietro quella procedura c’è una persona la cui dignità non dipende dal fatto che la procedura sia stata rispettata, ma che la procedura esiste perproteggere quella dignità.

Il monopolio tecnologico come questione giuridica e morale

Un ultimo punto merita attenzione. L’enciclica segnala “i forti rischi dei nuovi grandi monopoli tecnologici internazionali”. Il diritto della concorrenza esiste precisamente per affrontare questo tipo di concentrazioni di potere economico. Ma il diritto antitrust, nella sua applicazione corrente, valuta il monopolio quasi esclusivamente in termini di effetti sui prezzi, sulla concorrenza tra imprese, sull’efficienza dei mercati.

L’enciclica propone una lente diversa: il monopolio tecnologico non è un problema solo perché altera la concorrenza, ma perché concentra nelle mani di pochi soggetti un potere — quello di profilare, orientare, decidere per altri — che incide direttamente sulla dignità delle persone coinvolte, non solo sui loro portafogli. È una prospettiva che il diritto della concorrenza, da solo, fatica a cogliere pienamente, e che forse meriterebbe di entrare più esplicitamente nel modo in cui i giuristi — non solo i teologi — guardano alla regolazione dei grandi player tecnologici.

Una conclusione, non una sintesi

Non credo che l’obiettivo di questa riflessione sia dimostrare che il diritto “ha bisogno” della religione, o che ogni norma debba essere giustificata in termini etici per essere valida. Il diritto positivo ha una propria autonomia, e questo è un bene: è ciò che permette a persone con convinzioni morali e religiose diverse di vivere sotto le stesse regole.

Ma l’enciclica di Leone XIV, letta da chi le leggi le applica ogni giorno, restituisce qualcosa che è facile perdere nella pratica quotidiana: il ricordo che dietro ogni regola — anche quella più tecnica, anche quella che riguarda algoritmi e dati — c’è una domanda più antica, che precede ogni codice: cosa dobbiamo, come esseri umani, ad altri esseri umani? Rispettare la legge, quando la legge è all’altezza di questa domanda, non è solo prudenza. È, in un senso che vale la pena recuperare, un atto che ha a che fare con ciò che siamo disposti a riconoscere all’altro — indipendentemente da come quell’altro si presenta, da dove viene, da cosa può offrirci.




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 Angelo Greco

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