“Che peccato non essere ai mondiali di calcio, ma neanche altrove.”
Pur non seguendo il campionato italiano di calcio da molti anni dopo lo scandalo di Calciopoli, non posso non trovare una profonda tristezza nel vedere le partite dei mondiali senza la nostra Nazionale in gara (e questo accade ormai da 12 anni e nessuno ha fatto nulla). Credo tuttavia che ci sia qualcosa di profondamente istruttivo nel terremoto che ha scosso di recente il calcio italiano. Per questo motivo ho voluto studiare le contromisure che la Federcalcio e il Governo stanno prendendo per ovviare a questa tragica situazione. Pia illusione quella che descrivevo nel mio articolo del 2021 su Artribune, dettata probabilmente solo da un repentino scatto d’orgoglio tutto italiano dopo la vittoria degli Europei.
Il mondo dell’arte e il mondo del calcio cosa hanno in comune?
Ma ora che la Nazionale è colata a picco in un abisso ancora più profondo, il sistema intero – dai vertici federali al Governo – si è attivato per riscrivere le regole, inventando incentivi fiscali, quote minime per i talenti locali e penalizzazioni per chi specula senza produrre valore reale. Il calcio, insomma, ha capito che senza proteggere la propria terra e i propri vivai, il futuro non esiste.
Nel sistema dell’arte contemporanea italiana stiamo vivendo una tragedia identica, ma a porte chiuse e nel silenzio generale. Con una differenza sostanziale: nel calcio se vali, prima o poi, il campo parla; nell’arte, puoi aver seminato per decenni, aver anticipato linguaggi oggi inflazionati, e ritrovarti comunque in un perenne fuorigioco istituzionale. Non lo dico per lamentela – chi conosce la mia storia sa che l’ironia e l’azione diretta sono le mie sole armi, non il vittimismo – ma come constatazione lucida e proposta concreta. È una questione di merito, di dignità e di memoria storica di questo Paese.
Molti addetti ai lavori, colleghi e critici mi riconoscono oggi il ruolo di precursore della sticker art e dell’arte relazionale, nonché di anticipatore e ispiratore di diverse pratiche artistiche indagate in tempi non sospetti e oggi riprese da artisti più giovani.
Le provocazioni di Pino Boresta
Penso alla provocazione concettuale di “Firma Boresta”, la petizione rivolta a me medesimo, all’utilizzo di MEME ante litteram, all’urgenza sociale di “SOS BORESTA”, o al rigore teorico di “Residui Corporei”, un mio articolo e manifesto utilizzato all’interno di tesi di laurea. Pratiche estreme e seminali che si ritrovano nella forza concettuale de I Testamenti del 2003, pionieri di un filone che oggi continua a generare un fortissimo e rinnovato interesse attraverso i miei nuovi Testamenti Elettronici. Per non parlare dei miei eclatanti ArtBlitz: azioni che ho totalmente rivalutato e rifondato in una forma moderna, radicale e decisamente più incalzante. O della mia partecipazione al Progetto Oreste come uno degli organizzatori fin dalla sua nascita, con l’eclatante Album di Oreste delle figurine dei partecipanti apprezzato da tutti, e la mia proposta di un’azione intitolata Baratto-Boresta scippata ultimamente anche da un famoso artista italiano.
Oggi vedo le nuove generazioni indagare questi stessi territori, spesso svuotandoli della carica critica originaria, trovando porte spalancate in quei musei che per noi sono rimasti fortini inaccessibili. Al mio lavoro plastico e performativo si affianca una continua attività di riflessione, critica ed analisi espressa nei miei scritti, offrendo una linfa vitale di cui l’arte di oggi si nutre, dimenticandone l’ispirazione originaria.
Il “Parassitismo d’Oro”: Il cortocircuito tra procuratori e galleristi
In questo scenario, emerge una distorsione strutturale comune a entrambi i mondi: il peso fagocitante degli intermediari commerciali. Nel calcio contemporaneo, la figura del procuratore è passata dall’essere un semplice mandatario a un centro di potere assoluto, capace di condizionare i bilanci dei club e spostare atleti come merci per incassare commissioni ipertrofiche. Nell’arte contemporanea, assistiamo al medesimo fenomeno speculare con l’ipertrofia del gallerista-mercante e delle grandi macro-gallerie multinazionali.
Karl Marx, nel Capitale, descriveva lucidamente come il valore di scambio finisca per cannibalizzare il valore d’uso delle cose. Nel nostro art system, il valore finanziario e promozionale costruito artificialmente dal mercante ha totalmente surclassato il valore estetico e concettuale dell’opera d’arte. Il gallerista non è più colui che scopre e coltiva la ricerca, ma un broker finanziario che impone trend commerciali a musei accondiscendenti, trasformando gli artisti in operai di una catena di montaggio del lusso.
A questo parassitismo si aggiunge una riflessione etica più intima, che tocca il tema della solidarietà e del ricambio generazionale o tra pari. Nei miei oltre quarant’anni di lavoro sul campo, ho condiviso percorsi con figure che inizialmente (ma accade ancora oggi anche con altri) mi avevano manifestato fiducia e amicizia, sentimenti che ho sempre ricambiato con totale apertura e lealtà intellettuale, convinto che la complicità tra artisti fosse una risorsa fondamentale.
Arte e sistema dell’arte
Con il tempo, tuttavia, le dinamiche di un sistema sempre più competitivo sembrano aver incrinato quella spontanea solidarietà, sostituendola con una forma di prudenza che confina con l’ostruzionismo. Spesso, proprio chi conosce più da vicino la validità e le potenzialità di una ricerca ne percepisce, quasi inconsciamente, la natura “ingombrante”. In un mercato che distribuisce spazi con il contagocce, il vecchio o nuovo compagno di strada può essere visto, per un paradosso difensivo, come un potenziale concorrente capace di sottrarre visibilità. Si innesca così una sottile e silenziosa distanza, un disimpegno strategico che tende a isolare chi viene percepito come un potenziale “avversario” di livello.
Questa dinamica ricorda quella massima di François de La Rochefoucauld secondo cui “nel merito, come nell’amore, i giovani sono guidati dalla passione, ma i vecchi dalla convenienza”. Se nel calcio la competizione per una maglia da titolare può portare, quasi impercettibilmente, a preferire il gioco individuale rispetto all’azione corale, nel sistema dell’arte questa stessa pressione rischia di opacizzare i legami personali più autentici, trasformando la stima reciproca delle origini in una timorosa e preventiva difesa delle proprie posizioni.
Quattro proposte concrete per un nuovo ecosistema culturale
Come fare per scardinare queste lobby e restituire centralità al merito? Copiamo le logiche strutturali dello sport e applichiamo alla cultura quattro riforme radicali:
1. Il “Minutaggio” nei Musei Pubblici (Modello Quote Italiane)
Così come la FIGC intende legare i diritti TV a quanti minuti i club fanno giocare gli atleti italiani cresciuti nei vivai, il Ministero della Cultura dovrebbe vincolare i fondi per i musei pubblici (MAXXI, MACRO, GNAM, MADRE, MAMbo Quadriennale, Triennale e i vari centri regionali e nazionali) a quote minime di acquisizione e mostre. Almeno il 40% della programmazione e dei budget deve essere riservato alla storicizzazione di artisti italiani mid-career o storici indipendenti che hanno dimostrato valore sul campo, sottraendola alle sole “superstar globali” imposte dai grandi network commerciali e dai galleristi egemoni.
2. Un “Art Bonus” per la Memoria e la Ricerca (Modello Sgravi Fiscali)
L’Art Bonus attuale svela un limite strutturale. Premia, infatti, esclusivamente i restauri di monumenti storici o i grandi attrattori pubblici monumentali. Serve invece un credito d’imposta per i privati che decidono di finanziare la digitalizzazione, la catalogazione e la messa in sicurezza degli archivi degli artisti viventi indipendenti. Preservare gli archivi storici – che custodiscono decenni di performance, video, scritti e azioni relazionali – significa tutelare l’autentico patrimonio demo-etno-antropologico e sociale d’Italia. Lo Stato deve incentivare chi decide di salvare questa memoria storica. Senza la tutela istituzionale dell’archivio, l’opera d’arte d’avanguardia si dissolve, lasciando campo libero alla riscrittura arbitraria della storia da parte dei mercanti di turno.
In questo contesto, la tutela pubblica deve estendersi a progetti storici complessi e in continuo divenire. Ne è un esempio concreto il mio progetto RAU (Reperti Arteologici Urbani). Nato in tempi non sospetti, il RAU non è un corpus di opere statico e musealizzato, ma una pratica viva, che ho rimodulato nel tempo declinandola in nuove forme espressive. Si tratta di un dispositivo concettuale plastico. È capace di adattarsi al mutare del mio percorso esistenziale e, al contempo, di assorbire e riflettere le trasformazioni storiche, politiche e sociali del tempo che viviamo e che abbiamo vissuto collettivamente.
3. Il “Premio di Formazione” sulla Rivendita e il Calmieramento delle Commissioni (Modello Vivai)
Nel calcio, i grandi club pagano una percentuale (il contributo di solidarietà) alle piccole società dilettantistiche che hanno cresciuto e formato il talento. Nell’arte, il Diritto di Seguito sulle vendite all’asta dovrebbe alimentare un Fondo Nazionale destinato ad acquisire le opere storiche degli artisti indipendenti e a sostenere quegli spazi no-profit e periferici che per primi hanno scommesso sulla ricerca più radicale.
Per ovviare parallelamente allo strapotere degli intermediari, andrebbero introdotte due contromisure stringenti mutuate dalle riforme sportive:
- Tetto massimo alle commissioni: Fissare per legge un limite invalicabile alle percentuali trattenute dai galleristi sulle vendite degli artisti emergenti e mid-career, interrompendo la prassi speculativa del “cinquanta e cinquanta” o, peggio, delle svendite coatte.
- Albo Nazionale dei Procuratori dell’Arte e dei Galleristi: L’istituzione di un registro pubblico obbligatorio vincolato a un codice etico rigoroso. Chi specula a danno dell’artista, chi non rispetta i contratti di deposito o chi attua boicottaggi commerciali verso gli artisti indipendenti deve essere radiato dal sistema, esattamente come accade agli agenti sportivi infedeli.
4. I Centri Tecnici della Cultura e la Tutela dei Vivai di Frontiera (Modello Federazione Tennis)
Il tennis italiano domina il mondo perché ha decentrato le risorse, portando i tecnici federali sul territorio e premiando capillarmente il merito. Sullo stesso principio, lo Stato deve creare una rete di Residenze d’Artista Pubbliche dove gli artisti storici di comprovato valore concettuale possano essere contrattualizzati come “Maestri di Bottega”, per formare le nuove generazioni. Questo garantirebbe un reddito di dignità a chi ha fatto la storia della ricerca e un fondamentale passaggio generazionale di competenze reali, svincolato dalle logiche clientelari dell’accademia tradizionale.
Questo decentramento, tuttavia, non può prescindere da un sostegno strutturale a quelle gallerie minori, sperimentali e di frontiera che sul territorio agiscono come veri e propri avamposti di ricerca. Parliamo di spazi storici che hanno fatto la vera storia dell’arte italiana – basti pensare all’esperienza straordinaria della Galleria Neon di Bologna e a tante altre realtà affini – che hanno investito a fondo perduto sul talento puro quando nessuno ci credeva. Troppo spesso assistiamo a un cortocircuito etico imperdonabile: artisti che hanno mosso i primi passi e trovato il proprio esordio in questi vivai di frontiera, una volta diventati “pezzi da novanta” del mercato globale, scelgono l’amnesia strategica. Voltano le spalle a chi li ha cresciuti, si trasferiscono nei roster delle macro-gallerie multinazionali e dimenticano persino di citare queste origini nei propri curriculum ufficiali.
Se nel calcio un grande club è obbligato a versare un premio di formazione alla scuola calcio di periferia che ha scoperto il campione, lo Stato deve intervenire per proteggere e finanziare queste gallerie-vivaio indipendenti. Sostenere questi spazi di frontiera significa proteggere la biodiversità culturale del Paese, impedendo che i giganti del mercato speculativo continuino a saccheggiare la ricerca di base senza restituire nulla al territorio.
Calcio e sistema dell’arte: una proposta
Il tempo stringe. Non si tratta di chiedere assistenzialismo o favori tardivi, ma di riconoscere legalmente il valore di un cammino intellettuale. È il momento che il sistema dell’arte italiano smetta di guardare solo alle dinamiche speculative dei cartelli commerciali e si doti di regole pubbliche, trasparenti e giuste. Come ci ricordava l’antico brocardo giuridico, “Ubi societas, ibi ius” (Dove c’è una società, lì deve esserci il diritto). Il campo della ricerca artistica, in fondo, ha già parlato da un pezzo; ora tocca finalmente alla Federazione dell’Arte decretare il risultato e fischiare la fine di questa lunghissima ricreazione speculativa.
Pino Boresta
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