Banche, Amazon e voli: perché tutti bloccano gli agenti Ai che ci fanno risparmiare


Roma, 21 ottobre 2026. Da decenni la fantascienza ci terrorizza con lo stesso scenario: l’intelligenza artificiale prende coscienza, scavalca il controllo umano e conquista il mondo. La realtà del 2026 racconta invece che Terminator, almeno per ora, somiglia più a Mr Bean: gli agenti AI che dovrebbero prenotarci un volo, fare la spesa o gestire i risparmi sono stati presi a calci dai firewall di Amazon e JPMorgan. Ma di cosa stiamo parlando? La rivoluzione promessa dalla Silicon Valley nell’ultimo anno è stata quella degli agenti: veri e propri maggiordomi digitali a cui affidare carte di credito e password per fare la spesa online, prenotare vacanze e gestire i conti correnti senza muovere un dito. L’idea è magnifica: la macchina fatica al posto nostro e noi ci godiamo il tempo libero. Eppure, proprio quando questi assistenti hanno iniziato a muovere i primi passi concreti, le grandi aziende hanno tirato giù la saracinesca. E dietro i discorsi ufficiali sulla sicurezza informatica, il motivo reale è principalmente uno: i soldi.

Le banche

Il conflitto è arrivato subito a Wall Street. Jamie Dimon, il potente capo di JPMorgan Chase, ha bollato questi software come “agenti canaglia” e ha sbarrato loro l’accesso ai sistemi della banca. Subito dopo, altri colossi come Charles Schwab, Bank of America e Citigroup hanno fatto lo stesso: le macchine possono al massimo leggere quanti soldi ci sono sul conto, ma non possono effettuare bonifici. Per spostare denaro deve esserci sempre un essere umano in carne e ossa che guarda lo schermo e preme il pulsante di conferma. Le banche sostengono di dover proteggere i dati e il denaro dei correntisti, oltre a chiarire chi sia responsabile quando un software agisce al posto di una persona. Ma soprattutto c’è anche una questione economica. Un agente AI potrebbe infatti fare ciò che molti risparmiatori non fanno: confrontare continuamente i rendimenti e suggerire di spostare il denaro lasciato su un conto corrente poco remunerato verso alternative più redditizie. Il tema è stato sollevato da Torsten Sløk, capo economista di Apollo Global Management. Secondo lui, gli assistenti AI potrebbero trasferire automaticamente la liquidità delle famiglie verso conti che offrono rendimenti superiori a quelli dei depositi tradizionali. Il Financial Times ha quantificato il potenziale impatto per tre grandi banche americane: JPMorgan Chase, Bank of America e Wells Fargo detengono complessivamente circa 1.600 miliardi di dollari in depositi che non pagano interessi. Se dovessero riconoscere su quelle somme un rendimento del 3%, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 47 miliardi di dollari all’anno, quasi la metà dei loro utili annuali complessivi. Il conflitto, dunque, è reale. Se un assistente digitale rende più semplice confrontare le offerte e spostare i risparmi, gli istituti di credito potrebbero essere costretti a competere maggiormente sui rendimenti. E una parte dei vantaggi economici oggi trattenuti dalle banche potrebbe finire nelle tasche dei clienti.

Il commercio elettronico

Fuori dalle banche la situazione è identica. Nel commercio elettronico, piattaforme come Amazon ed eBay hanno iniziato a bloccare in massa i software per lo shopping automatico, compresi quelli sviluppati da Meta o da Elon Musk. Anche qui il meccanismo è semplice. Quando entriamo in un supermercato, la disposizione delle corsie è studiata per farci camminare a lungo, il pane è in fondo al negozio e vicino alla cassa ci sono sempre snack e caramelle per tentarci all’ultimo secondo. Su Internet funziona allo stesso modo: Amazon guadagna oltre 68 miliardi di dollari all’anno solo vendendo agli inserzionisti gli annunci sponsorizzati che vediamo mentre navighiamo, senza contare tutti gli acquisti d’impulso che facciamo la sera sul divano. Un software, invece, non guarda la pubblicità, non si fa distrarre e compra il prodotto che costa meno in un millisecondo. Se i clienti smettessero di visitare i siti per mandare avanti i bot, le piattaforme di vendita perderebbero la loro miniera d’oro pubblicitaria, riducendosi a semplici corrieri di magazzino. Questo, ed è bene sottolinearlo, non significa che le piattaforme siano destinate a perdere automaticamente i propri ricavi pubblicitari: gli agenti potrebbero anche generare nuovi modelli commerciali. Ma il conflitto d’interessi è evidente. Il cliente vuole che il software scelga la soluzione migliore per lui; il venditore vuole continuare a controllare l’esperienza d’acquisto e a convincerlo a comprare.

Il nodo dei voli

Una trincea identica è stata scavata da compagnie aeree come Delta e United. Anche qui uno dei problemi è quello della “corsia del supermercato”: quando si compra un volo, molti poi vengono tentati dagli extra (su cui i margini per le compagnie solitamente sono più generosi). Un bot non cade mai in tentazione. E anche qui non mancano i problemi pratici: gli assistenti virtuali a volte commettono errori grossolani, che in gergo tecnico vengono chiamati allucinazioni. Se il bot sbaglia la data di un volo non rimborsabile o compra per errore dieci biglietti invece di uno, scoppia una lite furibonda tra cliente, banca e compagnia aerea per capire chi debba restituire i soldi. Nel dubbio, le compagnie preferiscono bloccare alla radice qualsiasi programma che simuli la navigazione di una persona reale.

E in Italia?

In Italia e nel resto d’Europa gli agenti AI devono fare i conti anche con le norme sui pagamenti e sulla protezione dei dati. Ma sarebbe sbagliato sostenere che la legge europea vieti in assoluto a un software di effettuare operazioni senza un intervento umano a ogni passaggio. La normativa sui servizi di pagamento prevede, in generale, l’autenticazione forte del cliente per molte operazioni elettroniche, con esenzioni e modalità specifiche. Esistono inoltre servizi regolamentati che consentono a soggetti terzi autorizzati di accedere alle informazioni dei conti o di avviare pagamenti attraverso canali dedicati. Un agente AI non è quindi automaticamente illegale: conta come accede ai servizi, quali autorizzazioni utilizza e quali regole si applicano all’operazione. Il rischio è diverso quando un assistente ottiene le credenziali bancarie del cliente e le utilizza per accedere al suo posto, aggirando i canali autorizzati. Gli istituti possono bloccare questo tipo di accesso per ragioni di sicurezza e per proteggere le informazioni dei correntisti. Anche sul rimborso in caso di frode occorre distinguere. La disciplina europea prevede tutele per le operazioni di pagamento non autorizzate, ma contempla anche circostanze in cui il cliente può perdere il diritto al rimborso, per esempio in presenza di una condotta gravemente negligente. Non basta, però, aver utilizzato un’applicazione esterna per stabilire automaticamente che vi sia colpa grave: bisogna valutare il caso concreto. Diverso ancora è il caso in cui il cliente abbia autorizzato un acquisto, ma l’agente abbia selezionato il prodotto sbagliato. Un errore di questo tipo non coincide necessariamente con un pagamento fraudolento non autorizzato e può richiedere una valutazione differente. La stessa cautela vale per i viaggi e gli acquisti quotidiani. Le condizioni di accesso e di utilizzo dei servizi possono limitare l’impiego di strumenti automatizzati, ma ogni eventuale divieto va verificato nelle regole effettivamente applicabili alla singola piattaforma. Il quadro europeo, insomma, non chiude la porta a ogni forma di automazione. Impone piuttosto di affrontare problemi concreti: protezione dei dati, sicurezza dei pagamenti, autorizzazione delle operazioni e responsabilità in caso di errore. La vera partita dei maggiordomi digitali si giocherà quindi su questi due fronti. Da una parte, la capacità degli agenti di dimostrare di essere affidabili quando maneggiano denaro e informazioni personali. Dall’altra, la disponibilità delle aziende a lasciarli operare, anche quando potrebbero ridurre il controllo che oggi esercitano sui clienti.


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