Quale posto occupa oggi la famiglia nella vita dei giovani? È desiderata, pensata, progettata? La risposta è (anche) in una canzone. È il punto di approdo a cui è arrivato il Centro di ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che queste domande le ha poste a un gruppo di studentesse e studenti di tutte le facoltà. In un momento storico di fecondità ai minimi storici, in cui l’Istat conta 13mila nascite in meno nei primi sei mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, da gennaio a oggi si sono interrogati in tavoli di lavoro per definire un’immagine che potesse rappresentare la loro idea di futuro. In coppia, con figli, senza figli, agganciati alle famiglie d’origine oppure distanti dalle generazioni che li hanno preceduti.

Quali le ragioni dell’inverno demografico? Lo abbiamo chiesto alle ragazze e ai ragazzi. Le loro risposte aprono gli occhi.
PERCHÉ NON VOGLIAMO FIGLI
L’hanno presentata giovedì 22 ottobre in occasione dei 50 anni del Centro studi, in un convegno intitolato Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro. La loro voce è stata al centro dell’ultima sessione della giornata insieme all’analisi di due docenti: Raffaella Iafrate, delegata del Rettore dell’Università Cattolica per le Pari opportunità, e Federico Perali, professore di Politica economica dell’Università di Verona. Accanto a loro, anche un cantautore, Eugenio Cesaro, frontman degli Eugenio in via di gioia. È lui l’autore di una canzone che secondo Iafrate, che in Cattolica insegna Psicologia dei legami familiari, «racconta un modo contemporaneo di credere nel progetto di coppia e nel fidarsi della possibilità di una relazione stabile. Si chiama Facciamo a metà e vale la pena ascoltarla per comprendere come i giovani interpretino la condivisione di responsabilità e fatiche, spesso al di fuori dei modelli tradizionali».
Nelle riflessioni degli studenti, emerge un’immagine della famiglia ancora fiduciosa: ne esprimono il desiderio e ne riconoscono il valore come luogo di sostegno e di senso, senza idealizzarla. Ne vedono anche la fatica, il lavoro e le difficoltà che comporta. Emerge però una distanza significativa tra il futuro che desiderano e quello che temono di poter vivere, segnato da fragilità, isolamento e precarietà
Raffaella Iafrate, professoressa di Psicologia dei legami familiari
Come è nata l’idea di interpellare gli studenti?
Anziché teorizzare che cosa i giovani pensano, abbiamo voluto ascoltarli. Il percorso nasce a inizio 2026 con una call rivolta a tutte le facoltà dell’ateneo, per invitare studenti e studentesse a partecipare a gruppi di riflessione sul tema della famiglia: che cosa significa oggi, quale futuro immaginano per essa e quali possibilità di sviluppo e trasformazione intravedono. Le adesioni sono state numerose: a fronte di circa 50 richieste, abbiamo coinvolto 25 giovani di età compresa tra i 19 e i 24 anni, provenienti da corsi di laurea triennale e magistrale. Un gruppo eterogeneo per formazione e genere, che ha lavorato in più incontri, guidati da conduttori e conduttrici, attraverso stimoli e attività dedicati al presente e al futuro della famiglia. La loro voce non è certamente esaustiva del mondo giovanile, ma merita di essere presa sul serio.


Che cosa è emerso?
Nelle riflessioni e nei video che gli studenti hanno realizzato, emerge un’immagine della famiglia ancora fiduciosa: ne esprimono il desiderio e ne riconoscono il valore come luogo di sostegno e di senso, senza idealizzarla. Ne vedono anche la fatica, il lavoro e le difficoltà che comporta. Emerge, però, una distanza significativa tra il futuro che desiderano e quello che temono di poter vivere, segnato da fragilità, isolamento e precarietà. Resta forte la spinta verso buone relazioni, anche tra le generazioni.


E allora perché le culle restano sempre più vuote? Secondo i dati diffusi ieri dall’Istat, il numero medio di figli per donna ha raggiunto il minimo storico, pari a 1,13.
Nel campione con cui abbiamo lavorato, il desiderio di famiglia c’è, ma viene ostacolato da una serie di difficoltà, ricondotte soprattutto a elementi esterni, strutturali, sociali ed economici, e alla mancanza di politiche adeguate di sostegno. È una lettura che ritroviamo anche in altre ricerche. Come delegata alle Pari opportunità dell’università, partecipo al tavolo del Centro interateneo per la cultura di genere, che coinvolge le università milanesi e promuove ogni anno una ricerca Ipsos sulle rappresentazioni, i ruoli e gli stati d’animo dei giovani. Quest’anno l’analisi si è concentrata sulle paure di 800 giovani tra i 16 e i 34 anni e, anche per questo campione, non è la famiglia in sé a fare paura quanto la difficoltà di immaginarla e costruirla nelle condizioni offerte dalla società. Il rischio, tuttavia, è concludere che basti intervenire sulle condizioni organizzative ed economiche per rendere tutto possibile. Come psicologa, e sulla base di quello che vedo e sento nelle mie aule, ho sentito il bisogno di andare più a fondo.
Come?
Innanzitutto, incrociando altri dati. Nella stessa ricerca Ipsos (il titolo è Chiediti che cosa faresti se non avessi paura ed è stata presentata a settembre in occasione del Festival del Corriere della Sera Il tempo delle donne), emerge un elemento interessante. Quando parlano di famiglia, i giovani dichiarano di non averne paura. Quando invece viene chiesto loro in quale ambito la paura potrebbe influenzare maggiormente le proprie scelte, la relazione di coppia si colloca al primo posto. È qui che affiora un’altra dimensione: la paura di abbandonarsi a una relazione amorosa, di fallire, di essere traditi o abbandonati, di perdere qualcosa di sé nel legame, di affidarsi alla persona sbagliata. Le giovani donne, in particolare, ricorrono spesso all’espressione “relazioni tossiche” e manifestano il timore di relazioni violente. Accanto agli ostacoli esterni, dunque, sembra esserci una fragilità che riguarda la possibilità stessa di fidarsi, affidarsi e costruire un legame. È su questa distanza tra il desiderio di relazione e la paura di viverla che vale la pena interrogarsi.
L’idea di affidare la propria vita a qualcuno, di fare una promessa a lungo termine, di potersi fidare dell’altro e lasciarlo entrare nella propria vita genera ansia
Raffaella Iafrate
Che cosa vede in aula?
L’espressione “per sempre” spaventa. L’idea di affidare la propria vita a qualcuno, di fare una promessa a lungo termine, di potersi fidare dell’altro e lasciarlo entrare nella propria vita genera ansia. Non penso che sia soltanto una questione economica. Vedo una crescente paura del legame con l’altro: la paura che possa invadere la propria vita, limitare la propria libertà e, soprattutto per le donne, trasformarsi in una prigione dalla quale diventa difficile uscire, impedendo di coltivare i propri talenti e realizzare sé stesse. È un elemento significativo della cultura affettiva che le nuove generazioni respirano. E credo che i continui fatti di cronaca legati alla violenza sulle donne e alle relazioni tossiche stiano influenzando profondamente il loro modo di vivere l’amore.
La paura di avviare un progetto di coppia condiziona anche il desiderio di genitorialità?
È proprio qui l’aspetto sorprendente. Secondo i dati Ipsos, tra le cose che spaventano maggiormente i giovani c’è la relazione di coppia ma la genitorialità sembra suscitare meno paura. La scelta di avere figli si colloca in fondo alla classifica delle loro preoccupazioni. È un paradosso, soprattutto se pensiamo a come un tempo queste due dimensioni fossero strettamente legate. Pensare a un figlio significava anche pensare alla persona con cui generarlo, a un progetto di vita condiviso. Oggi, invece, il desiderio di avere un figlio sembra talvolta separarsi dall’idea di una relazione di coppia. Può diventare un desiderio individuale, legato alla realizzazione personale, al desiderio di lasciare qualcosa di sé, a prescindere dal contesto relazionale in cui collocarlo. Credo che anche la scelta di non avere figli vada letta in questa prospettiva. Non sempre è dettata dalla paura della genitorialità o dall’impossibilità economica di sostenere un figlio. Talvolta è una scelta individuale, che prescinde proprio dal desiderio di costruire una famiglia.


Da una parte osserviamo un desiderio di famiglia che sembra condizionato soprattutto da limiti economici e politici. Dall’altra, emergono segnali più profondi, che riguardano il modo in cui i giovani vivono le relazioni, la fiducia e la possibilità di affidarsi all’altro. Dove si colloca in questo scenario la canzone degli Eugenio in via di gioia, che è un inno al “fare a metà”?
Credo sia importante offrire ai giovani messaggi moderni, capaci di parlare il loro linguaggio, ma che lascino spazio alla speranza. La possibilità di innamorarsi, di fidarsi, di buttarsi in un’esperienza amorosa senza viverla necessariamente come una minaccia alla propria libertà. Utilizzo molto la musica nelle mie lezioni, perché i ragazzi ascoltano i testi, li fanno propri e spesso trovano nelle canzoni parole per raccontare ciò che provano. Facciamo a metà, ma anche Costruire di Nicolò Fabi o a A te di Jovanotti sono brani che possono aiutarci a parlare della coppia come di un luogo in cui ha ancora senso investire, crescere e costruire qualcosa insieme. Basta guardare il video della canzone degli Eugenio in via di gioia per accorgersi che i modelli possono cambiare (in una clip è la ragazza a porgere l’anello al ragazzo, e non viceversa), ma si può continuare a investire nella relazione. In fondo, oggi, scegliere di fare coppia e costruire una famiglia può diventare quasi un atto politico: una sfida a una cultura sempre più autocentrata e individualistica. Non per rinunciare a sé stessi, ma per riscoprire che la relazione con l’altro può essere anche un’opportunità di realizzazione, non soltanto un rischio da cui difendersi.
La fotografia nel testo è di Marta Carenzi – Università Cattolica
La fotografia in apertura è di Alexander Grey su Unsplash
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