Intervista a Silvia Vespasiani sulle trasformazioni delle città costiere italiane


Come sono cambiate le città costiere italiane in seguito al boom economico e allo sviluppo del turismo di massa? Se lo è chiesto – e ha provato a dare risposta nel corso degli anni – Silvia Vespasiani, architetta e fotografa che attraverso una serie di studi teorici (oltre che pratici), ha analizzato i processi di urbanizzazione delle località marittime italiane del secondo Novecento. Città stagionali e Vistamare sono le sue principali pubblicazioni. Attraverso questi studi, Vespasiani ricostruisce la nascita e l’evoluzione delle città balneari, riflettendo sul ruolo delle “seconde case” nella costruzione di nuovi immaginari sociali e sugli effetti delle politiche urbanistiche che hanno trasformato ampi tratti della costa italiana in funzione della loro attrattività turistica. Temi profondamente italiani, che riguardano l’intero litorale della Penisola, con particolare attenzione alla costa adriatica. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Courtesy Silvia Vespasiani

Intervista a Silvia Vespasiani

Architettura e fotografia convivono nel tuo percorso. In che modo dialogano tra loro questi due interessi, e come ciascuno contribuisce ad arricchire l’altro?
L’architettura costruisce luoghi, li trasforma. La fotografia registra luoghi, li sostituisce (restituisce in altra forma). Nel fare architettura interagisco con una molteplicità di condizioni e costrizioni (il programma di progetto, le esigenze del luogo e degli abitanti, le problematiche costruttive, le possibili soluzioni, le procedure, i fattori economici, ecc.) che richiedono mediazione, sintesi, interazioni complesse, e quindi l’attenzione non è mai solo sull’oggetto architettonico in sé. In modo simile opero con la fotografia perché si innesca uno stato di tensione che mi permette di registrare le variazioni di luce di un contesto, le peculiarità degli spazi, le diverse angolazioni delle viste, i frammenti, i dettagli, le contaminazioni percettive, le relazioni tra le cose. Architettura e fotografia in qualche modo si influenzano e insieme mi consentono di preferire la visione caleidoscopica e ibrida dei luoghi a quella univoca e predeterminata.

Alla base di questa doppia indagine, visiva e teorica, c’è il tuo interesse nell’esplorare i fattori politici, sociali e culturali che hanno determinato i mutamenti dei contesti insediativi costieri italiani a partire dagli Anni Cinquanta. Da dove nasce un interesse così mirato?
In generale, ritengo che osservare i fatti urbani significhi sovrapporre diversi tipi di analisi per intercettare la complessità dei fenomeni e superare gli stereotipi.
Nel caso specifico, i fattori che hanno guidato le trasformazioni dei litorali dagli Anni Cinquanta in poi sono soprattutto politici ed economici, ma anche sociali, culturali e geografici. È un momento storico di trasformazioni epocali in tutti i campi, nel bene e nel male; il problema non è il turismo, anzi. L’argomento è complesso e quindi l’approccio al tema è necessariamente trasversale per cercare di capire, oltre le apparenze, i punti chiave dei processi concomitanti che hanno trasformato le coste da spiagge naturali a comparti edificati in modo intensivo.

Le metamorfosi delle città di mare e il boom del turismo costiero

La tua attenzione si concentra sugli sviluppi urbanistici delle città costiere italiane, in particolare lungo la fascia adriatica dal secondo dopoguerra. Come si trasformano questi centri e come si evolve il turismo balneare con il boom?
In Italia gli Anni Cinquanta rappresentano la ripresa post-bellica e l’importazione della cultura capitalistica che si fonda, come sappiamo, sull’accumulazione del profitto. La transizione si percepisce in modo consistente nell’articolazione del territorio urbanizzato che si organizza secondo i nuovi tempi sociali di produzione (lavoro) e di consumo (tempo libero), e si espande sul modello di suddivisione urbanistica e geografica (zoning) degli usi e degli spazi riservati alle rispettive attività: città del lavoro, città del tempo libero.
In questo clima di miracolo economico (aumento del reddito, ferie pagate, riduzione dell’orario di lavoro, conquista dell’auto privata, realizzazione di grandi infrastrutture, ecc.), la “corsa al mare” stagionale divenne l’elemento portante di un immaginario collettivo che legava l’identità dei gruppi sociali ai nuovi stili di vita occidentali. In linea con lo sviluppo della nuova economia del consumo, si promuove la specializzazione funzionale dei centri abitati. Da un lato le periferie aumentano la densità delle città del quotidiano, da cui si evade periodicamente; dall’altro si fondano nuove località costiere per le vacanze e il tempo libero. Il turismo balneare si trasforma in un fenomeno sociale allargato e anche in un’industria vera e propria che produce nuove aree residenziali destinate ad accogliere la crescente domanda ricettiva.

Courtesy Silvia Vespasiani
Courtesy Silvia Vespasiani

Questi cambiamenti raggiungono il loro apice nel ventennio successivo: a partire dagli Anni Ottanta, la “litoralizzazione” delle coste italiane si intensifica, sospinta dalle nuove dinamiche del turismo. In che modo si sviluppa questo processo?
È interessante notare che l’edificazione costiera prende piede verso la metà degli Anni Sessanta, in un momento di particolare fragilità delle direttive di tutela (la Legge 1497/1939 proteggeva alcune categorie di beni solo attraverso la “dichiarazione di notevole interesse pubblico”, mentre la tutela paesaggistica automatica viene introdotta solo nel 1985 dalla Legge n.431-Galasso). Saranno proprio le carenze legislative, e soprattutto culturali, a convertire gli investimenti nel settore turistico in azioni con modalità di tipo speculativo, a discapito di paesaggi sensibili, della qualità architettonica e funzionale delle opere realizzate. In tal senso, la vacanza “beach&sun” diventa un dispositivo di rendita economica, ma anche di deformazione del paesaggio costiero, che si moltiplica seguendo poche regole “quantitative” del mercato immobiliare: urbanistica di espansione in aree a ridosso del mare (alta rendita di posizione) per aumentare l’attrattiva di investimento privato; protagonismo del settore immobiliare dedicato alle “seconde case” senza dotazione di servizi collettivi urbani; ripetizione di schemi architettonici standardizzati e realizzati con materiali a basso costo.

Gli studi di Silvia Vespasiani sul litorale marchigiano

E oggi? Cosa ci dicono le città di mare del nostro tempo?
Il nostro periodo storico è caratterizzato da una pluralità di mobilità e di modalità abitative che mettono in forte discussione il paradigma del turismo di massa che abita per lunghi periodi un’area specializzata, anche se quello di tipo balneare italiano ancora resiste (si veda la questione sulle concessioni balneari). L’innovazione tecnologica, le nuove geografie del lavoro, ma anche le mutate condizioni economiche e contrattuali, spingono verso nuovi modelli di organizzazione del territorio che prevedono tempi e spazi tra vita, lavoro e riposo più contenuti. Inoltre, molte aree turistiche costruite in quegli anni sono state riabitate in modo stanziale. Ne sono esempi Villaggio Taunus a Numana, Casabianca e Lido Tre Archi a Fermo, per citarne alcuni della costa marchigiana. Dunque, le città di mare devono aggiornarsi; occorrono programmi dedicati per creare un nuovo tessuto urbano complementare per abitanti/turisti.

Courtesy Silvia Vespasiani
Courtesy Silvia Vespasiani

Nel volume “Città stagionali. Rigenerazione urbana oltre il turismo” (Franco Angeli, 2014) ti soffermi sulle aree urbanizzate del litorale adriatico tra Marche e Abruzzo. Si tratta di contesti esemplari per osservare i mutamenti delle città di mare dal miracolo economico in poi. Perché?
La conurbazione del litorale tra Marche e Abruzzo offre un particolare campo di osservazione (già definito “Città Adriatica” dagli Anni Novanta in poi nel dibattito architettonico e urbanistico), dove il turismo di massa, nonostante sia arrivato con ritardo rispetto alla Romagna, ha dato un impulso consistente alle trasformazioni urbane e si è sviluppato accanto ad altri fenomeni incisivi (l’urbanizzazione delle campagne, l’agri-industrializzazione del retro-costa e delle vallate, ecc.). Ritengo che questa parte di litorale abbia un sistema insediativo molto condizionato dall’uso turistico, ma in continuo mutamento; è un laboratorio aperto di vaste dimensioni, all’interno del quale risaltano aree con criticità differenziate e altre con peculiarità comuni, e quindi offre la possibilità di rintracciare molte tematiche di indagine, non solo legate al turismo.

Alex Urso

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