La distanza tra adolescenti e adulti non è una frattura generazionale, ma il risultato di un cambiamento nelle modalità di comunicazione e nelle relazioni. Il criminologo Cristian Bonatti invita scuola e famiglie a recuperare l’ascolto attivo, creando spazi di confronto che aiutino i giovani a esprimersi, sviluppare senso critico e prevenire situazioni di disagio.
Una generazione diversa o semplicemente un mondo cambiato?
Il rapporto tra adolescenti e adulti viene spesso descritto come caratterizzato da una crescente distanza. Secondo il criminologo Cristian Bonatti, tuttavia, parlare di frattura generazionale rischia di offrire una lettura superficiale di un fenomeno molto più complesso. “Non parlerei di frattura generazionale, ma di evoluzione. Ogni generazione ha sempre percepito una distanza rispetto a quella precedente. Anche quando noi eravamo adolescenti pensavamo di essere profondamente diversi dagli adulti che ci circondavano. Oggi il cambiamento appare più evidente perché è stato accelerato dalla digitalizzazione, dalla velocità delle comunicazioni e dalla disponibilità immediata delle informazioni. Ciò che è cambiato non è la natura dei ragazzi, ma il contesto nel quale crescono. Per questo motivo non dobbiamo costruire muri tra generazioni, ma ponti di dialogo capaci di mettere in comunicazione linguaggi, esperienze e punti di vista differenti” – ha affermato Bonatti. Secondo l’esperto, il vero obiettivo non è ridurre le differenze tra giovani e adulti, ma creare occasioni di confronto che permettano di comprenderle e valorizzarle.
Il bisogno di essere ascoltati
Uno dei messaggi più forti che emerge dal mondo adolescenziale è la richiesta di attenzione e riconoscimento. I giovani cercano spazi nei quali poter esprimere pensieri, dubbi e visioni del mondo senza sentirsi immediatamente giudicati. “I ragazzi ci stanno dicendo che esistono, che hanno bisogno di essere riconosciuti e considerati. Chiedono ascolto, ma spesso gli adulti confondono l’ascoltare con il sentire. Sentire significa percepire delle parole; ascoltare significa accoglierle, comprenderle e farne oggetto di riflessione. È questa la differenza che oggi le nuove generazioni ci chiedono di colmare. Vogliono interlocutori presenti, non semplicemente adulti che registrano ciò che dicono senza realmente entrare in relazione con loro” – ha dichiarato Bonatti. Il bisogno di espressione emerge in molte forme, dai linguaggi artistici ai social network, fino alla musica che accompagna le nuove generazioni.
Dai modelli del passato alla solitudine digitale
Bonatti evidenzia come il cambiamento delle relazioni familiari abbia progressivamente ridotto le occasioni di confronto spontaneo tra adulti e ragazzi. “Un tempo esistevano momenti di condivisione che favorivano naturalmente il dialogo. La televisione, ad esempio, era un’occasione collettiva: la famiglia si riuniva, guardava insieme un programma e poi ne discuteva. Oggi ognuno consuma contenuti diversi, in luoghi diversi e in tempi diversi. Lo stesso vale per molti altri momenti della vita quotidiana. Questo ha ridotto gli spazi di confronto spontaneo e ha reso più difficile intercettare bisogni, emozioni e difficoltà dei ragazzi” – ha detto Bonatti. La conseguenza, secondo il criminologo, è una progressiva riduzione della presenza adulta nei momenti più importanti della crescita. “Molti genitori pensano che il problema sia controllare i compiti o verificare i risultati scolastici. In realtà il valore di quei momenti era un altro: stare accanto ai figli, osservare i loro comportamenti, cogliere i silenzi, accorgersi di eventuali disagi. Oggi spesso si delega alla tecnologia anche questo compito, ma nessun dispositivo può sostituire la presenza educativa di un adulto” – ha sottolineato Bonatti.
L’ascolto come strumento di prevenzione
Dal punto di vista criminologico, il dialogo rappresenta uno dei più importanti fattori di protezione rispetto a situazioni di disagio, isolamento e comportamenti devianti. “Quando un ragazzo percepisce fiducia e disponibilità all’ascolto, tende a raccontare ciò che vive, ciò che osserva e ciò che lo preoccupa. Questo permette agli adulti di intervenire prima che determinate situazioni degenerino. Non si tratta di giudicare, ma di accompagnare. I ragazzi hanno paura del giudizio, mentre hanno bisogno di figure adulte che sappiano orientare, suggerire e sostenere. La prevenzione nasce proprio dalla relazione educativa” – ha spiegato Bonatti. L’assenza di punti di riferimento può spingere i giovani a cercare risposte altrove. “Se non trovano ascolto negli adulti, i ragazzi si rivolgono esclusivamente ai pari o alla rete. In alcuni casi possono trovare modelli positivi; in altri rischiano di imbattersi in contesti problematici o in contenuti che rafforzano comportamenti sbagliati. Per questo è fondamentale che famiglia, scuola ed educatori siano presenti e rappresentino un punto di riferimento credibile” – ha dichiarato Bonatti.
Il dibattito in classe come palestra di cittadinanza
La scuola rappresenta uno degli ambienti privilegiati nei quali costruire il dialogo tra generazioni e favorire il confronto tra idee differenti. “Portare il dibattito in classe significa insegnare ai ragazzi ad ascoltare, rispettare e confrontarsi. Non significa eliminare le differenze di opinione, ma imparare a gestirle. Spesso ho visto studenti partire da posizioni apparentemente opposte e scoprire, attraverso il confronto, di condividere in realtà gli stessi valori e gli stessi obiettivi. È un esercizio fondamentale per sviluppare pensiero critico, senso civico e capacità relazionali” – ha affermato Bonatti. Per il criminologo, il dibattito deve però essere accompagnato da regole precise. “Il confronto funziona solo se esistono rispetto reciproco, ascolto e capacità di attendere il proprio turno. I ragazzi devono comprendere che il diritto di essere rispettati comporta anche il dovere di rispettare gli altri. È da qui che nasce una vera educazione alla cittadinanza” – ha sottolineato Bonatti.
Scuola e famiglie, una responsabilità condivisa
L’ultima riflessione riguarda il rapporto tra scuola e famiglia, chiamate a lavorare insieme per costruire un ambiente educativo coerente. “La priorità è ritagliare tempo per ascoltare i ragazzi. Un ascolto autentico, attivo e propositivo. Docenti, genitori ed educatori devono creare occasioni di dialogo nelle quali gli adolescenti possano sentirsi accolti, compresi e valorizzati. Solo così possiamo costruire una comunità educante capace di accompagnarli nella crescita e di aiutarli a diventare adulti consapevoli” – ha concluso Bonatti. La sfida educativa delle nuove generazioni passa dunque attraverso una parola semplice ma sempre più decisiva: ascolto.
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Francesco Bunetto
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