Approfondimento/Deficit al 3,1%, cosa rischia la manovra 2027


L’Italia resta nella procedura europea per disavanzo eccessivo: nessuna manovra correttiva automatica, ma più pressione sulle coperture e meno spazio per nuove spese e tagli fiscali. L’uscita può arrivare nel 2027 se il deficit 2026 scenderà sotto il 3%.

(Foto: una riunione del Consiglio dei ministri).

Lo 0,1% di Pil che separa il deficit italiano dalla soglia europea del 3% vale molto più della sua dimensione apparente. L’Istat ha confermato che nel 2025 l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 3,1% del Prodotto interno lordo, contro il 3,4% del 2024. Nello stesso aggiornamento la crescita reale del Pil 2025 è stata rivista al rialzo, allo 0,6%, ma non abbastanza da spingere il rapporto deficit/Pil sotto il limite europeo.

La conseguenza è che l’Italia non può uscire anticipatamente nel 2026 dalla Procedura per i disavanzi eccessivi, come il governo aveva sperato. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha preso atto del risultato “non senza rammarico”, precisando però che l’uscita potrà avvenire nel 2027 se sarà confermato il percorso previsto per quest’anno.

Vale anzitutto la pena chiarire di quale “procedura” si parla. Non è una procedura d’infrazione nel significato ordinario con cui Bruxelles contesta a uno Stato la violazione di una direttiva o di un regolamento. Il nome corretto è Procedura per i disavanzi eccessivi, PDE, in inglese Excessive Deficit Procedure. È il meccanismo previsto dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e costituisce il cosiddetto braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita. Serve a riportare entro limiti sostenibili i conti pubblici dei Paesi che superano i parametri europei.

Per il deficit, il valore di riferimento resta il 3% del Pil. L’Italia è entrata nella procedura il 26 luglio 2024, dopo avere registrato nel 2023 un disavanzo pari al 7,4% del Pil. Nel gennaio 2025 il Consiglio dell’Unione europea ha stabilito che Roma dovesse correggere il disavanzo eccessivo entro il 2026 e ha fissato per la crescita nominale della spesa netta un limite dell’1,3% nel 2025 e dell’1,6% nel 2026.

Il dato del 3,1% cambia dunque soprattutto il calendario. Se il consuntivo 2025 fosse sceso stabilmente sotto il 3%, Commissione e Consiglio avrebbero potuto valutare l’abrogazione anticipata della procedura. Non essendo successo, l’Italia dovrà dimostrare il rientro sulla base dei conti del 2026. Il Documento di finanza pubblica prevede per quest’anno un deficit al 2,9%, che dovrebbe scendere al 2,8% nel 2027, al 2,5% nel 2028 e al 2,1% nel 2029. Anche la Commissione europea, nelle previsioni di maggio, collocava il deficit italiano al 2,9% nel 2026.

L’uscita nel 2027, quindi, resta possibile ma non è automatica oggi: dipenderà dai dati effettivi del 2026 e dalle successive decisioni delle istituzioni europee. È questa la differenza tra il traguardo mancato adesso e la prospettiva indicata da Giorgetti.

Per la manovra economica 2027, il problema diventa più concreto. Il governo dovrà prepararla nell’autunno 2026 quando l’Italia sarà ancora formalmente sottoposta alla procedura. Questo non significa che Bruxelles stabilirà quali tasse ridurre o quali spese finanziare. Significa che qualsiasi intervento dovrà essere compatibile con il percorso fiscale già approvato e, in particolare, con la dinamica della spesa netta, che con le nuove regole europee è diventata l’indicatore centrale della sorveglianza sui conti pubblici.

Il Piano strutturale di bilancio dell’Italia prevede per il 2027 una crescita massima della spesa netta dell’1,9%. Ed è qui che compare uno dei nodi più significativi della prossima legge di Bilancio: nel Documento di finanza pubblica 2026 la crescita tendenziale della spesa netta per il 2027 è indicata al 2,2%. Secondo l’analisi presentata dall’Istat in Parlamento, salirebbe al 2,5% considerando anche alcune misure in scadenza che il governo intende confermare, come missioni internazionali e rinnovi contrattuali del pubblico impiego.

In altre parole, già prima di aggiungere nuove misure politiche, la traiettoria della spesa tende a collocarsi sopra il sentiero europeo. Per finanziare nuovi interventi permanenti il governo dovrà quindi reperire coperture, ridurre o rimodulare altre spese, aumentare entrate oppure utilizzare gli spazi di flessibilità ammessi dalle regole europee. Non è un blocco della politica di bilancio, ma rende più costose le scelte: ogni misura aggiuntiva deve convivere con un vincolo complessivo che non può essere ignorato.

È questo il terreno su cui si misureranno le proposte già entrate nel dibattito sulla manovra: interventi sull’Irpef e sul ceto medio, incentivi per i giovani, misure per la casa e contro il caro energia. A queste si aggiunge la decisione annunciata dal governo di eliminare dal 2027 il bollo per una parte consistente delle auto e dei motocicli, con un costo indicato in circa 2,3 miliardi di euro.

C’è tuttavia un secondo capitolo che impedisce di leggere il 3,1% come una semplice serratura apposta da Bruxelles sulla manovra: la National Escape Clause, la clausola nazionale di salvaguardia. L’Italia ha chiesto formalmente alla Commissione europea di utilizzarla per gli investimenti in difesa e sicurezza energetica, per un ammontare complessivo indicato dal governo in circa 36 miliardi tra il 2026 e il 2028: circa 14 miliardi sul versante energetico e circa 22 miliardi su quello della difesa. La richiesta è ora al vaglio europeo.

La permanenza nella Procedura per i disavanzi eccessivi non impedisce di per sé l’utilizzo della clausola. Le stesse regole europee prevedono che la National Escape Clause possa autorizzare temporaneamente uno Stato a deviare sia dal normale percorso della spesa sia, in determinate condizioni, dal percorso correttivo previsto nell’ambito di una procedura per deficit eccessivo. È dunque troppo semplicistico sostenere che il 3,1% faccia perdere automaticamente all’Italia tutta la flessibilità richiesta per energia e difesa.

La differenza è più sottile. Se l’Italia fosse già uscita dalla procedura, avrebbe affrontato il negoziato sulla clausola e la costruzione della manovra dal braccio ordinario del Patto, dopo avere dimostrato il rientro del deficit sotto il 3%. Restandovi dentro, deve invece combinare la richiesta di flessibilità con l’obiettivo di certificare proprio nel 2026 la correzione del disavanzo necessaria per uscirne l’anno successivo. Il margine aggiuntivo, quindi, dovrà essere utilizzato senza compromettere la sostenibilità dei conti che Bruxelles continuerà a verificare.

Non bisogna neppure confondere la permanenza nella procedura con l’arrivo automatico di una multa. Le sanzioni previste dal nuovo Patto intervengono in caso di mancata azione efficace o inosservanza delle raccomandazioni del Consiglio e, per i Paesi dell’euro, possono arrivare allo 0,05% del Pil ogni sei mesi. L’Italia, al momento, sta invece seguendo un percorso che sia il governo sia la Commissione prevedono riporti il deficit sotto il 3% nel 2026.

L’impatto politico per il governo Giorgia Meloni si concentra perciò soprattutto sulla composizione della prossima manovra. La legge di Bilancio 2027 arriva alla fine della legislatura e le forze della maggioranza hanno già avanzato diverse proposte fiscali e sociali. Un margine di deficit meno facilmente utilizzabile rende più stringente la scelta tra interventi concorrenti e attribuisce alle coperture un peso maggiore nel negoziato interno. Non significa che una determinata misura debba essere cancellata: significa che finanziare contemporaneamente tutte le priorità diventa più difficile.

C’è poi il debito. La Commissione europea prevede che il rapporto debito/Pil italiano salga dal 137,1% del 2025 al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. Il governo presenta una traiettoria leggermente diversa, con un picco nel 2026 e una successiva discesa, ma la dimensione del debito resta comunque il secondo grande vincolo, insieme alla disciplina europea. Giorgetti ha insistito nelle ultime settimane soprattutto sul costo degli interessi e sulla necessità di conservare la fiducia di chi acquista i titoli pubblici italiani.

Per questo il significato politico ed economico del 3,1% non sta nei pochi centesimi che separano il dato italiano dalla soglia di Maastricht. Sta nel fatto che l’Italia entra nel cantiere della manovra 2027 senza avere ancora ottenuto il certificato europeo di uscita dal regime correttivo. Potrà ottenerlo l’anno prossimo se il deficit 2026 resterà sotto il 3%. Nel frattempo il governo dovrà far convivere riduzioni fiscali, sostegni a famiglie e imprese, spesa energetica, difesa e altre promesse di fine legislatura con un sentiero della spesa che per il 2027 consente una crescita dell’1,9%.

Il 3,1%, quindi, non provoca oggi una manovra correttiva automatica. Ma riduce la libertà di costruire la prossima legge di Bilancio facendo ricorso semplicemente a nuovo deficit. La partita si sposta sulle coperture, sulle priorità e sulla quantità di flessibilità che Bruxelles riconoscerà a Roma per energia e difesa. Ed è lì, molto più che nel decimale certificato dall’Istat, che si determinerà la dimensione effettiva della manovra 2027.

Fonti consultate: Istat, aggiornamento dei conti nazionali del 22 settembre 2026; Consiglio dell’Unione europea, Procedura per i disavanzi eccessivi e raccomandazione per l’Italia; Commissione europea, previsioni economiche per l’Italia del 21 maggio 2026; Documento di finanza pubblica 2026; Istat, audizione parlamentare sul DFP 2026; Commissione europea e Consiglio UE, documentazione sulla National Escape Clause; Ministero dell’Economia e delle Finanze; Ansa e Reuters, aggiornamenti settembre 2026.

Leggi anche gli altri articoli di oggi di Italia Informa sull’argomento:

https://italia-informa.com/istat-deficit-2025-italia.aspx

https://italia-informa.com/giorgetti-deficit-2027.aspx

https://italia-informa.com/deficit-istat-manovra-22-settembre-2026.aspx

 


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