un articolo su 5 ha un tono negativo


Sindacato giornalisti della Campania e tre istituti di ricerca universitari mettono sotto la lente la stampa e la sua narrazione del Sud. Il risultato: il pregiudizio territoriale non ha quasi mai bisogno di parole offensive per riprodursi. Basta un aggettivo ricorrente, un confronto implicito, un “così è sempre stato”

Un’indagine promossa dal Sindacato unitario giornalisti della Campania insieme a tre istituti di ricerca universitari mette sotto la lente la stampa italiana e la sua narrazione del Mezzogiorno. Il risultato: il pregiudizio territoriale non ha quasi mai bisogno di parole offensive per riprodursi. Basta un aggettivo ricorrente, un confronto implicito, un “così è sempre stato” lasciato cadere senza spiegazione. Lo studio analizza 278 articoli, isola i meccanismi linguistici del pregiudizio, osserva la breve tregua concessa dalla pandemia alle gerarchie narrative consolidate e raccoglie le voci di sindacalisti, accademici e curatori del progetto, che chiedono all’Ordine dei giornalisti regole deontologiche più stringenti contro il razzismo territoriale.

Un pregiudizio che non alza mai la voce

C’è un tipo di pregiudizio che non ha bisogno di gridare. Si infila nelle metafore, si acquatta nei paragoni tra territori, si traveste da categoria interpretativa neutra e da lì osserva indisturbato il lavoro dei titolisti. È questa la tesi di fondo della ricerca “L’informazione (s)corretta: giornalismo e narrazione del Sud tra stereotipi e pregiudizi”, promossa dal Sindacato unitario giornalisti della Campania (Sugc) insieme al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, all’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana di Lugano e all’Osservatorio europeo di giornalismo.

La domanda di partenza è scomoda quanto legittima: può la stampa costruire, articolo dopo articolo, un vero e proprio “archivio del pregiudizio” contro il Mezzogiorno? La risposta della ricerca è affermativa, ma con una precisazione che cambia tutto: il meccanismo raramente passa dalla discriminazione esplicita. Si annida piuttosto nella selezione delle notizie, negli accostamenti lessicali, nel modo — apparentemente innocuo — di raccontare una disuguaglianza come se fosse un tratto quasi genetico del territorio.

I numeri: un articolo su cinque in tono negativo

Al netto delle sfumature teoriche, lo studio si regge anche su una base empirica solida. Nella prima fase della ricerca, condotta tra il 1° febbraio e il 31 agosto 2020, sono stati passati al setaccio 278 articoli. Il responso: il 21% presenta un tono apertamente negativo verso il Mezzogiorno, il 54% viene classificato come neutro e il restante 25% come positivo.

I ricercatori tengono a precisare che un tono negativo non equivale automaticamente a pregiudizio — sarebbe una scorciatoia poco onesta. Ma se si incrocia il dato quantitativo con l’analisi qualitativa dei testi, emerge comunque una quota tutt’altro che marginale di narrazioni problematiche. E qui arriva il colpo di scena metodologico dello studio: la categoria più insidiosa non è quella “negativa”, ma proprio quella “neutra”. Un registro formalmente ineccepibile può infatti veicolare, senza colpo ferire, cornici narrative capaci di costruire una gerarchia implicita tra territori. Il pregiudizio, insomma, si serve spesso di un linguaggio educato.

Due Italie, due vocabolari

Uno dei risultati più netti riguarda il diverso repertorio lessicale riservato a Nord e Sud. Al Mezzogiorno vengono associate con frequenza categorie come fragilità strutturale, carenza di servizi, inefficienza, debolezza della governance, bisogno di risorse pubbliche e scarsa capacità di sviluppo autonomo. Al Nord, all’opposto, toccano quasi sempre efficienza, produttività, innovazione, crescita e la funzione — quasi da locomotiva — di traino dell’economia nazionale.

Questa asimmetria lessicale, spiega la ricerca, produce una gerarchia narrativa implicita: da un lato un territorio che produce, innova e trascina l’intero Paese; dall’altro un territorio percepito come cronicamente in debito, chiamato a recuperare, a ricevere sostegno, a colmare un ritardo che sembra scritto nel suo destino. Non servono espressioni sguaiatamente discriminatorie: basta la ripetizione, nel tempo, delle stesse categorie interpretative per consolidare uno squilibrio che nessuno ha dichiarato esplicitamente.

Il divario come destino, non come effetto

Tra le zone più scivolose individuate dalle interviste ai professionisti dell’informazione c’è quella che i ricercatori chiamano “naturalizzazione del divario”. Le differenze tra Nord e Sud vengono talvolta presentate come un dato oggettivo, storico, geografico — nei casi peggiori addirittura “atavico”, come se fosse una questione di clima o di indole più che di storia politica ed economica.

L’effetto collaterale di questa narrazione è tutt’altro che innocuo: una disuguaglianza smette di apparire come il risultato di precise scelte politiche, istituzionali ed economiche, e si trasforma in una condizione quasi ineluttabile, contro cui non ha molto senso interrogarsi. È un meccanismo difficile da smascherare proprio perché non passa quasi mai per parole offensive: basta una frase apparentemente oggettiva, un confronto tra territori, o la solita descrizione di un servizio efficiente al Nord accanto a uno carente al Sud, ripetuta fino a diventare automatismo.

Anche lo stereotipo buono è pur sempre uno stereotipo

La ricerca non si limita a fotografare il lato oscuro della rappresentazione mediatica: guarda anche alla faccia apparentemente più benevola della medaglia. Non tutti gli stereotipi sul Mezzogiorno, infatti, sono negativi. Il Sud viene talvolta raccontato come un territorio naturalmente resiliente, solidale, creativo, capace di trasformare le difficoltà in opportunità.

Il problema è che anche le immagini più lusinghiere, se attribuite in blocco a un intero territorio come tratti quasi innati, scivolano nello stereotipo. Cambia il segno — da negativo a positivo — ma resta identico il meccanismo di fondo: la semplificazione di una realtà complessa in un’etichetta valida per milioni di persone.

La parentesi pandemica: quando le gerarchie si sono capovolte

C’è stato un momento, però, in cui il copione consolidato ha vacillato. Durante la pandemia, per un periodo circoscritto, le gerarchie narrative si sono temporaneamente rovesciate. Il sistema sanitario del Nord — quello lombardo in particolare — è passato dall’essere descritto come modello di efficienza a essere raccontato come una struttura messa a durissima prova dall’emergenza. In parallelo, alcune realtà meridionali hanno ottenuto una rappresentazione insolitamente positiva, premiate per la capacità di prevenzione, per le misure adottate e per alcune eccellenze sanitarie locali.

Un’inversione di rotta che, però, si è rivelata più un’eccezione confermativa che una svolta strutturale: superata la fase più acuta dell’emergenza, le cornici narrative precedenti sono tornate rapidamente a prevalere, come se nulla fosse successo.

Le risorse raccontate come un gioco a somma zero

Un ulteriore terreno di indagine riguarda il modo in cui la stampa racconta la distribuzione delle risorse pubbliche tra le diverse aree del Paese. In diversi casi, il rapporto Nord-Sud viene rappresentato come una competizione in cui ciò che viene destinato a un territorio sembra automaticamente sottratto all’altro — una logica da torta a fette fisse, più che da investimento condiviso.

Questa cornice narrativa rischia di trasformare il tema, già delicato, delle disuguaglianze territoriali in una guerra tra poveri mediatica, rafforzando l’immagine di un Paese spaccato in due, dove il vantaggio di una parte coincide meccanicamente con la perdita dell’altra.

Quando lo stereotipo lo interiorizzano anche i meridionali

Il fenomeno, sottolinea la ricerca, non riguarda solo lo sguardo esterno sul Mezzogiorno. Le interviste raccolte rivelano un dato più scomodo: anche alcuni giornalisti meridionali finiscono per interiorizzare le categorie narrative dominanti, talvolta nel tentativo — comprensibile ma paradossale — di non apparire “provinciali” o eccessivamente schierati nella difesa del proprio territorio.

Lo stereotipo, in questi casi, smette di essere un’imposizione esterna e diventa una sorta di riflesso professionale acquisito, riprodotto anche da chi il Mezzogiorno lo vive e lo racconta dall’interno. La ricerca invita inoltre a diffidare della rigida contrapposizione Nord-Sud come schema esplicativo: né l’una né l’altra area rappresentano blocchi omogenei, e le differenze interne — tra grandi città, aree periferiche e territori interni — rischiano di sparire dietro una lettura troppo binaria della realtà italiana.

Non un processo al giornalismo, ma una misurazione

Lo studio non intende mettere sul banco degli imputati il giornalismo italiano nel suo complesso, né sostenere che la stampa sia uniformemente ostile al Mezzogiorno. Il suo valore aggiunto sta altrove: nel tentativo di misurare con dati e strumenti scientifici un fenomeno che, senza una simile analisi, rimarrebbe confinato al terreno scivoloso delle impressioni personali.

La questione centrale, sostengono i curatori, non è la caccia alla singola parola sbagliata, ma la struttura complessiva del racconto: quali territori vengono sistematicamente associati alla crescita e quali al ritardo? Quali differenze vengono spiegate nelle loro cause storiche e politiche, e quali vengono invece date per scontate? E soprattutto: quando una disuguaglianza viene raccontata come inevitabile, quanto spazio residuo resta per interrogarsi sulle sue vere origini?

Le voci del progetto: sindacato, accademia, ricerca

Sul tema intervengono Claudio Silvestri, segretario generale aggiunto della Fnsi, e Geppina Landolfo, segretaria del Sugc, che rivendicano la responsabilità del giornalismo nella costruzione del senso comune. I due sottolineano come esista già la Carta di Roma, con principi deontologici solidi per un’informazione corretta su migranti e rifugiati, ma non regole altrettanto stringenti quando gli stereotipi colpiscono cittadini italiani e intere aree del Paese. Da qui la richiesta, rivolta all’Ordine dei giornalisti, di elaborare norme deontologiche più incisive contro il razzismo territoriale.

Per Stefano Bory, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II, è legittimo parlare di una persistenza latente e duratura dello stereotipo meridionale in quello che definisce il “subconscio giornalistico” della stampa nazionale — una latenza di cui la ricerca fa emergere tracce concrete, pur non trattandosi ancora, precisa lo studioso, di un fenomeno scientificamente dimostrabile in modo definitivo.

Maria Cava, giornalista e project manager della ricerca, sposta l’attenzione sull’obiettivo ultimo del progetto: trasformare una sensazione diffusa — la difficoltà di raccontare le eccellenze del Sud rispetto alla facilità con cui se ne raccontano le fragilità — in dati verificabili. La richiesta, chiarisce, non riguarda un’informazione più benevola nei confronti del Sud, ma un’informazione più consapevole, più accurata e più capace di restituire la complessità della realtà, perché raccontare bene il Mezzogiorno significa, in fondo, raccontare meglio l’intera Italia.

Il progetto e i partner

La ricerca è stata promossa dal Sindacato unitario giornalisti della Campania (Sugc) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell’Università della Svizzera italiana (Usi) e l’Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo).

Alla realizzazione del progetto hanno partecipato inoltre la Camera di Commercio di Napoli, attraverso Si Impresa – Azienda Speciale Unica, insieme a Innovaway, Protom, Dac – Distretto Aerospaziale della Campania, Materias, P4M, Stress – Distretto Tecnologico per le Costruzioni Sostenibili, Tecno e Tds.


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