di Ivo Allegro, ceo e founder di Iniziativa e professore di “Project Cycle Management e accesso a fondi pubblici” all’Università degli studi di Roma Unitelma Sapienza

La spesa per la spesa non è mai stata un obiettivo di politica economica. Eppure, man mano che ci si avvicina al 31 dicembre 2026, il dibattito sul PNRR si è progressivamente ridotto a una contabilità di cassa e, come sempre accade quando la contabilità sostituisce la strategia, a una polemica territoriale. Il dossier del Servizio Studi di Camera e Senato del 28 luglio 2026 ha certificato che sette delle otto regioni meridionali si collocano sotto la media regionale del 26,2% di risorse riferite a progetti conclusi, con Calabria, Molise, Sicilia, Campania e Puglia (tutte tra il 15,6% e il 17,4%) nelle ultime posizioni. Alcuni commentatori ne hanno tratto una conclusione tanto rapida quanto rassicurante: l’endemica incapacità di spesa delle amministrazioni del Sud. È una lettura potenzialmente misleading, perché trascura tre elementi sostanziali.

Il primo. Il PNRR è, per costruzione, un programma a regia nazionale. La Tabella A del MEF assegna il 100% delle risorse alle Amministrazioni centrali titolari e, scendendo dalla titolarità giuridico-contabile alla realizzazione operativa, il quadro non cambia: incrociando i dati ReGiS sui soggetti attuatori, Ministeri, partecipate pubbliche e concessionari sono il primo blocco di spesa, con un peso stimabile attorno al 49% delle risorse, quasi il 50% in più della quota degli enti territoriali (circa il 31%). Gli interventi di maggiori dimensioni — alta velocità, reti idriche, banda ultralarga, digitalizzazione della PA centrale — non dipendono dalle Regioni e dagli enti locali ma dallo Stato e dalle sue società.

Il secondo. Sui 672.549 progetti censiti, che impegnano oltre 173,3 miliardi, 503.641 risultano conclusi — il 74,9% del totale — ma valgono soltanto 41,03 miliardi, il 23,7% delle risorse impegnate; i 168.879 progetti ancora in corso, il 25,1% del totale, ne assorbono 132,2 miliardi, il 76,3%. Tradotto: il problema del mancato completamento si concentra in modo prevalente sui grandi progetti. E i grandi progetti sono, appunto, quelli a regia nazionale o delle partecipate dello Stato, dalle Ferrovie ai concessionari di rete. Non è un caso che la Liguria, unica anomalia settentrionale in fondo alla classifica con il 10,2%, largamente inferiore anche a quello della peggiore regione meridionale, debba il proprio ritardo al peso di un singolo grande concessionario.

Il terzo, il più ignorato. Nello stesso arco temporale le Regioni meridionali hanno dovuto gestire anche il Fondo Sviluppo e Coesione, allocato per l’80% al Sud per vincolo di legge, e i fondi della coesione europea (FESR e FSE+), destinati al Mezzogiorno per il 71,9%. Il risultato è che la Campania, che in termini di popolazione vale meno della metà della Lombardia, ha avuto a disposizione per il 2021-2027 circa 28,5 miliardi contro i 26,6 della Lombardia. Il confronto con regioni davvero comparabili è ancora più eloquente: circa 10,6 miliardi in più del Lazio e quasi 14 in più del Piemonte. La realtà è che non si è valutato adeguatamente quello che si potrebbe chiamare effetto imbuto: data una certa capacità amministrativa, se si moltiplicano le risorse non si realizza più spesa, la spesa tracima ovvero ritarda.

Sia chiaro: nulla di tutto questo assolve le amministrazioni pubbliche meridionali, che hanno ancora un lavoro rilevante da fare sulle proprie performance e restano spesso una delle concause del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno. La conferma arriva dagli stessi fondi di coesione, dove i pagamenti al Sud restano al 10,9% contro il 21% del Centro-Nord. Ma proprio una capacità amministrativa strutturalmente satura avrebbe dovuto indurre chi ha avuto negli anni la regia del Piano a utilizzare molto più intensamente la leva della collaborazione pubblico privata, invece di insistere, visto che la relazione tra ritardo di sviluppo e cattive performance del settore pubblico è nota da decenni, con l’approccio omeopatico del curare il male con il male: il pure public, con la PA protagonista assoluta della quasi totalità delle risorse. Paradossalmente, proprio con il PNRR l’attenzione al PPP è diminuita e questo conclama l’errato approccio al PPP visto troppo spesso solo come “stampella finanziaria” alla PA.

Va detto, per onestà, che il quadro complessivo non è quello di un fallimento. Con l’erogazione della IX rata l’Italia ha raggiunto il 72,3% dei propri traguardi e obiettivi (416 su 575) e incassato l’85,4% delle risorse disponibili (165,99 miliardi su 194,4), mentre gli altri 26 Stati membri si fermano al 57,9% dei traguardi e al 68,7% delle risorse. L’Italia si colloca ben sopra la media europea, e lo fa gestendo il Piano più grande di tutti.

Il punto è che questo risultato è solo parzialmente positivo, e a dirlo non è un commentatore ma la Corte dei conti. La Relazione delle Sezioni Riunite del 27 maggio 2026 formula un giudizio critico esplicito: il PNRR “tende progressivamente a divenire un Piano orientato soprattutto alla chiusura operativa, alla certificazione dei risultati e alla salvaguardia delle risorse europee entro le rigorose scadenze del 2026”, più che al pieno conseguimento dell’ambizione trasformativa originaria. È la fotografia di un possibile scarto tra traguardi raggiunti sulla carta e impatto materiale sui territori: l’esito fisiologico di un’impostazione che ha misurato se stessa sulla capacità di certificare milestone anziché su quella di generare servizi che impattano sul benessere delle comunità.
Qui sta il dato davvero importante. Il denaro pubblico, anche quando arriva dall’Europa, dovrebbe essere speso per produrre un impatto duraturo sui territori, sul benessere sociale delle comunità e sulla competitività nazionale. Nel caso del PNRR questo vale a maggior ragione, perché solo il 37% delle risorse di matrice europea è a fondo perduto — 71,8 miliardi di sovvenzioni su 194,4 — mentre i restanti 122,6 miliardi sono prestiti: soldi da restituire, in comode rate, ma da restituire. Un Piano finanziato per il 63% a debito non va valutato con il metro dell’assorbimento, ma con quello del rendimento.

In quest’ottica, dal PNRR sembrano potersi trarre tre lessons learned.
La prima. La valutazione di impatto e di sostenibilità gestionale deve entrare prepotentemente nella valutazione e nella selezione preliminare degli investimenti pubblici. Non a valle, come esercizio di rendicontazione, ma a monte, come criterio di ammissibilità: un investimento privo di un modello di gestione economicamente e organizzativamente sostenibile non è un investimento, è un costo differito.

La seconda. La collaborazione tra pubblico e privato non può più essere considerata una leva residuale, da attivare quando le casse sono vuote: deve divenire centrale. E non tanto per la capacità di realizzare infrastrutture con minori risorse pubbliche e in tempi più rapidi, quanto per la capacità di ancorare i pagamenti a standard gestionali certi nel tempo e di elevato standing. Questo, e non l’addizionalità finanziaria, è il reale valore aggiunto del PPP in un Paese in cui vale ancora il famoso aforisma di Longanesi, per cui si è più attenti alle inaugurazioni che alle manutenzioni e alle gestioni. Sono le gestioni, difatti, che assicurano l’impatto degli investimenti, non la loro mera realizzazione. Chi gestirà, e con quali standard, gli Ospedali di Comunità realizzati con i fondi della Missione 6 resta, ad esempio, una delle grandi domande a cui il Piano non ha risposto.

La terza. La richiesta di accountability alla politica, ma anche agli apparati burocratici dello Stato, dovrebbe diventare il mantra dei prossimi anni: è l’unico modo per passare da giudizi di valore a giudizi di fatto. Vale per le Regioni che non spendono, ma in egual misura per le amministrazioni centrali e per le partecipate che concentrano il 49% delle risorse.

Piuttosto che concentrarsi in una polemica Nord-Sud sempre più sterile — funzionale a interessi divisivi affermatisi dopo l’errata riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 — sarebbe l’ora che il Paese si concentrasse su quelle riforme, su quegli investimenti e su quelle capacità di gestione in grado di incidere effettivamente sulla crescita della produttività e del benessere della nazione e, quindi, sulla sua competitività e attrattività. Il PNRR finisce nel 2026. Il debito che lo ha finanziato, no.

 

L’articolo I ritardi del PNRR? Una cronaca annunciata e un’eredità pesante: lezioni per il futuro proviene da Economy Magazine.


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