Ti scrivo da un aeroporto,
dal margine
della sala d’attesa, fra poco
sarò così vicina
a te che ti sperdi
fra le nuvole, che spargi
ciò che era il movimento
in ciò che non si muove.
Nell’intervista di oggi parliamo di una poetessa e un festival. Beatrice Zerbini (Bologna, 1983) già nel 2006 crea la pagina online di racconti tragicomici e poesie In comode rate, che darà il nome alla silloge In comode rate. Poesie d’amore (interno Poesia, 2019 con prefazione di Alba Donati). Nel 2021 pubblica Mezze Stagioni (AnimaMundi) e l’anno successivo D’Amore (interno Poesia, con prefazione di Alberto Bertoni), opera poetica in cui acquistano rilevanza i temi introspettivi dell’amore, del lutto e della cura tramite la psicoterapia. Nel febbraio 2023, pubblica il suo primo albo, Padre nostro, illustrato da Sonia Maria Luce Possentini (Carthusia Edizioni); entrambe firmano, nell’ottobre dello stesso anno, l’albo illustrato Non avere paura (Carthusia Edizioni) e a giugno del 2024 C’era un’estate (AnimaMundi). Il suo ultimo libro, uscito nel 2024 per Samuele Editore, è intitolato Quarantadue.
Il festival in questione, invece, si chiama Taobuk – Taormina Book Festival, ideato e diretto da Antonella Ferrara, e si svolgerà a Taormina dal 18 al 22 giugno, portando come tema di questa edizione la fiducia. Tra gli ospiti, che sono più di duecento e comprendono autrici e autori come Dacia Maraini e Jan Brokken, presenzierà proprio Zerbini con un intervento sulla fiducia in sé stessi. Di seguito le parole che ci ha detto a riguardo; buona lettura.
Intervista alla poetessa Beatrice Zerbini in vista della sua partecipazione al Taobuk di Taormina
Le tue raccolte sono focalizzate sul tema poetico per eccellenza: l’amore e l’affetto in generale. C’è ancora spazio, oggi, per una poesia che parli d’amore?
Ogni mia raccolta ha a che fare con l’amore. È da un’eccedenza d’amore o da una sua deficienza che nasce la mia poesia. L’amore non è solo il motore che mi muove o la mia paralisi, ma anche il fine necessario, imprescindibile a cui tendo. La scrittura poetica per me è una forma di relazione. È entrare in relazione con qualcosa che non sapevo della mia intimità, con una difettosità lacunosa o un senso di meraviglia che ho bisogno di interrogare. Ed è entrare in relazione non solo con le alterità con cui interagisco, ma anche con l’intima soggettività delle altre persone, dalla quale sono esclusa, ma che ho l’illusione di afferrare. Mi chiedo a volte, piuttosto, se ci sia ancora spazio, oggi, per amare e per affidarsi, sentirsi – a ragione – oggetto d’amore. Lo spazio per la poesia, se nasce da questo impulso e si realizza in questa tensione, c’è sempre, è inevitabile. È la domanda d’amore.
Nelle tue pubblicazioni ti sei servita delle immagini, collaborando più volte con l’illustratrice Sonia Maria Luce Possentini. Come pensi che debbano dialogare poesie e illustrazioni, qual è la ricchezza nell’unirle su pagina?
Il dialogo, proprio come nell’amore, appunto, non deve piegarsi all’altrui soggettività. Ciascuna voce deve essere forte della propria unicità, identità e non cadere nella sopraffazione.
Sonia non ha disegnato didascalicamente la fragilità delle mie parole: ha disegnato la propria ferita, accompagnando la mia. Con questi matrimoni artistici non si traduce la forma comunicativa dell’altra, ma il suo cuore. La ricchezza è stata, ed è, quella di mettere davanti a chi legge la potenza di una verità comune e universale; un’espressione di sé che non rimane autobiografica, proprio perché mette in campo una nudità che ci appartiene e ci distingue nella nostra umanità. È un invito a entrare in un’esperienza più ampia e stratificata. A settembre, oltre alla mia nuova raccolta poetica, uscirà un altro albo, illustrato da Gabriella Giandelli; un albo che abbiamo costruito mantenendo questa strutturale esigenza di mostrare, con ogni strumento a disposizione (immagini e parole), ciò che riguarda tutte e tutti noi.
Sarai tra gli ospiti del festival Taobuk, a Taormina. Ce ne parli?
Partecipare al Taobuk è per me motivo di grande gioia e gratitudine. È uno dei festival culturali più importanti del nostro Paese e ha il merito di costruire ponti tra linguaggi, discipline e sensibilità differenti, mantenendo sempre al centro il valore della parola e del pensiero. Qualche anno fa, in Sicilia, seduto in platea ad ascoltare un mio reading poetico, c’era Salvo Filetti, uomo e artista di grande sensibilità. Salvo riesce a fare una cosa che in un certo senso fa anche la mia poesia: aiuta le donne a guardarsi. Il suo motto è “Chi vuol esser bella si” (sarà anche il titolo del suo libro, in uscita per Solferino) e per me significa “Chi vuol essere bella esista, sia sé stessa”. Anch’io parlo molto di autenticità nei miei versi e la applico. Viviamo in un’epoca che spesso ci chiede di apparire. La letteratura, invece, ci invita a esistere. Credo che il dialogo che porteremo al Taobuk partirà proprio da qui: dalla possibilità di accogliere la propria unicità senza trasformarla in una maschera.
Non possiamo piacere a tutti, ma possiamo capire chi siamo, rivendicare la bellezza di essere. L’evento si terrà il 19 giugno.
Nel contesto del Taobuk interverrai sulla fiducia come consapevolezza della propria forma e della propria presenza. Cosa ci vuoi dire su questo argomento?
Da bambina avevo una madre molto bella e desiderata. Crescere accanto a quella bellezza mi ha portata, per molti anni, a percepirmi attraverso il confronto e quindi attraverso la mancanza. Ho patito a lungo uno sguardo severo su me stessa e ho dovuto lavorare molto per liberarmene.
La fiducia in sé nasce quando smettiamo di inseguire una forma perfetta e iniziamo a riconoscere la dignità della nostra presenza. Mia nonna avrebbe voluto regalarmi un nuovo naso per i miei diciott’anni. Io ho scelto di non modificarlo. Non perché fossi già sicura di me, ma perché desideravo imparare ad abitare il mio volto anziché sostituirlo. Questo è ancor più vero per il proprio mondo interiore. La libertà, forse, consiste proprio in questo: concedersi il diritto di essere senza dover continuamente meritare la propria esistenza.
Qual è il motivo principale per cui scrivere poesia, secondo te? Qual è quello che personalmente ti muove?
Ho iniziato a otto anni, perché ero sola e avevo a che fare con dolori capaci di esprimersi solo in questo modo. Ho provato a contenere, a dare un metro, un ritmo, al disordine della vita e ne sono usciti dei versi, come ossa che, anziché spezzarsi, sono cresciute con me, dandomi una postura. Non so quale sia il motivo universale per cui scrivere poesia. Io scrivo per essere amata, per amare, per non tradire me stessa, perché è il mio modo di muovermi nel mondo, di comunicare. Perché credo ancora in un filo che ci tiene.
Il mio cuore va bene
per le tue mani?
È di vetro e lasci
ditate di dubbi
è di legno e lo incendi
è di lana
e non hai freddo mai.
Maria Oppo
Taormina // Dal 18 al 22 giugno
Taobuk – Taormina Book Festival
Via Teatro Greco, 98039 Taormina
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