«Siamo molto testardi. Queste elezioni non saranno la fine ma soltanto l’inizio. Immaginate quello che potremo fare quando saremo alla Knesset». Rula Daood parte dalla forza costruita in anni di mobilitazione dal basso per spiegare l’ambizione di A Place for Us All, il nuovo partito arabo-ebraico che guida insieme ad Alon-Lee Green dal giugno scorso.
Interviene a una conferenza online con i sostenitori dopo una giornata trascorsa a fare campagna elettorale per le strade di Tel Aviv e Jaffa. Il salto che Daood e Green propongono è portare dentro le istituzioni il metodo sperimentato con Standing Together: una leadership realmente condivisa tra ebrei e palestinesi e una politica che tenga insieme pace, uguaglianza e problemi quotidiani. È Green a spiegare perché questa proposta debba arrivare proprio adesso. Alla domanda che accompagna la nascita del partito – perché parlare di pace, occupazione e partnership arabo-ebraica nelle prime elezioni dopo il 7 ottobre – risponde capovolgendone il senso: proprio perché sono le prime elezioni dopo il 7 ottobre. Dopo la guerra a Gaza e l’esplosione della violenza in Cisgiordania, sostiene, rinviare ancora la questione palestinese significa preparare la prossima esplosione. «Il cambiamento è possibile soltanto se cambiamo davvero la realtà, non soltanto le persone che guidano il Paese». Il rischio, dice, è svegliarsi dopo le elezioni avendo sostituito Netanyahu ma ritrovandosi con “le stesse politiche”. Ed è a questo punto che emerge l’avversario forse più difficile della loro campagna: non soltanto la destra, ma il “non ora” che Daood racconta di sentirsi ripetere anche da chi condivide le loro posizioni. «Non in queste elezioni. Tornate tra quattro o cinque anni. Prima dobbiamo cacciare Bibi». Una frase che, osserva Rula Daood, ha sentito prima di ogni elezione. La sfida di A Place for Us All è esattamente opposta: senza una reale partnership arabo-ebraica nella politica israeliana, cambiare governo rischia di non essere sufficiente a cambiare direzione.
A due mesi dalle elezioni del 27 ottobre, i sondaggi descrivono un campo anti-Netanyahu in vantaggio ma ancora alle prese con il nodo dei 61 seggi necessari per governare, che rende decisivi l’affluenza e il peso dell’elettorato palestinese israeliano. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito e leader della formazione centrista Yashar, oggi tra i principali contendenti alla premiership, ha escluso la nascita di uno Stato palestinese sotto un governo da lui guidato; Yair Golan, leader dei Democrats e principale riferimento della sinistra sionista, resta invece favorevole alla soluzione dei due Stati, pur senza averne fatto il centro della propria campagna. È in questo spazio politico che prova a inserirsi A Place for Us All: battere Netanyahu, sostengono, non basta se a sopravvivere sono le politiche che hanno portato Israele e Palestina fin qui.
A sole sette settimane dal lancio, Green cita anche i primi numeri sulla forza elettorale del partito: «Abbiamo appena avuto un sondaggio, uscito circa una settimana fa, che ci dà quasi due seggi, con una stima di circa 70mila voti. Stiamo correndo verso i 100mila voti nella sola società araba», spiega concitato Green che parla collegato da un’auto ferma sul ciglio della strada: dopo una lunga giornata di campagna elettorale, la macchina si è rotta e sta cercando un modo per tornare a Tel Aviv.
A condurre la conferenza, rivolta ai sostenitori del partito in Israele e all’estero, è Sally Abed, 35 anni, consigliera comunale di Haifa, anche lei cresciuta politicamente nell’esperienza di Standing Together e oggi candidata di A Place for Us All. L’incontro serve a fare il punto sulla campagna e a raccogliere sostegno, ma anche a presentare l’ultimo ingresso nella lista: Avrum Burg, ex presidente della Knesset e figura storica della sinistra israeliana.
È Burg, quasi a marcare un passaggio di testimone, a spiegare perché abbia deciso di scendere in campo con una generazione molto più giovane della sua. Ricorda che quando aveva 35 anni immaginava che, arrivata Sally Abed alla stessa età, Israele avrebbe già conosciuto «pace, giustizia e uguaglianza». Non è successo. E a chi continua a sostenere che questo non sia il momento per battersi per quegli obiettivi risponde: «Il momento giusto è adesso». Poi indica Sally, Rula, Alon-Lee e gli altri candidati: «Queste sono le persone che stavamo aspettando». Una generazione «giovane, brillante, creativa, determinata», dice Burg, alla quale ha deciso di affiancarsi.
È soprattutto nell’elettorato palestinese israeliano che Green vede lo spazio per crescere. «Nelle ultime tornate ha votato tra il 50 e il 60%, qualche volta poco più del 40%. Significa che un cittadino palestinese di Israele su due non va a votare», spiega. Una disaffezione che attribuisce anche a istituzioni percepite non come strumenti per migliorare la propria vita, ma come «fonte di incitamento, odio e discriminazione». Per questo A Place for Us All prova a tenere insieme la fine dell’occupazione e la pace con questioni molto concrete: fermare le demolizioni delle case palestinesi, contrastare la criminalità e la diffusione delle armi nelle comunità arabe, riformare una polizia accusata di non proteggerle, aumentare il salario minimo. «Le elezioni non riguardano soltanto la persona che guida il Paese. Riguardano le idee, le lotte, la vita quotidiana delle persone».
A dare alla scelta della pace dopo il 7 ottobre un significato ancora più personale è Yonatan Zeigen, candidato del partito e figlio di Vivian Silver, storica attivista pacifista uccisa nel massacro di Be’eri. «Mia madre non è stata uccisa perché voleva la pace», dice. «È stata uccisa perché il suo governo non voleva la pace». La sua morte, aggiunge, «era evitabile»: ciò che avrebbe potuto impedirla era «la pace tra Israele e Palestina».

Resta però una domanda che attraversa tutta la conferenza: che cosa accadrà se A Place for Us All, pur riportando alle urne una parte degli astenuti, non riuscirà a superare la soglia di sbarramento, finendo per disperdere voti decisivi per l’opposizione? Sally Abed risponde che il partito è impegnato a ottenere una rappresentanza «senza mettere a rischio in modo irresponsabile la possibilità di rovesciare l’attuale governo» e conferma che sono in corso trattative per un possibile blocco tecnico con le forze arabe. La Joint List riunisce oggi tre partiti arabi. A Place for Us All, precisa Abed, non è mai stato parte di Hadash, ma è aperto alla cooperazione e sta dialogando anche con suoi esponenti e sindaci: «Unirsi è più potente e più responsabile».
Alla fine Green lo dice senza giri di parole: se il conflitto continuerà a essere espulso dall’agenda politica, «ci esploderà in faccia ancora e ancora». Risolverlo, sostiene, non è soltanto una questione di solidarietà con i palestinesi, ma «un interesse comune e reciproco di israeliani e palestinesi», prima della prossima esplosione di violenza.
A chiudere la conferenza è Sally Abed. Dopo aver ricordato la responsabilità dei leader arabi nel riportare alle urne un elettorato che in larga parte ha smesso di credere nella politica, sposta il peso sull’altra metà della nuova alleanza: «Voglio parlare anche della responsabilità ebraica. E la responsabilità ebraica, oggi, è storica». Non basta chiedere ai cittadini arabi di andare a votare, sostiene: anche gli elettori ebrei devono «votare per ciò in cui credono davvero», scegliendo uguaglianza, pace e giustizia. «Meritiamo di avere la possibilità di scegliere la pace. Soprattutto adesso. Esattamente adesso». Se non ora, quando?
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Anna Spena
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