27 agosto 2026 – ore 16:35 – Ratko Mladić è morto a 84 anni, in una prigione dell’Aja, dopo aver trascorso gli ultimi anni della propria vita da uomo condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Aveva immaginato di entrare nella Storia come il generale che aveva difeso il proprio popolo; ci è entrato, invece, con il proprio nome accanto a quello di Srebrenica, e non esiste propaganda abbastanza ostinata, né memoria nazionale abbastanza indulgente, per cambiare il significato di una sentenza definitiva. La morte, in casi come questo, crea sempre un curioso equivoco: c’è chi la considera una forma di giustizia e chi, al contrario, pretende di trasformarla in un’occasione per riabilitare il morto, come se il tempo trascorso e la vecchiaia potessero fare ciò che nemmeno un tribunale ha fatto, cioè cambiare la natura dei fatti. Non è così. La morte non restituisce un figlio a una madre, non ricostruisce una famiglia, non riapre una casa rimasta vuota e non cancella il terrore di chi, durante l’assedio di Sarajevo, doveva attraversare una strada sapendo che dalla collina qualcuno poteva decidere in pochi secondi se quella giornata sarebbe stata l’ultima della sua vita. Mladić avrebbe potuto raccontare molte cose che ora non racconterà più: avrebbe potuto spiegare chi impartiva gli ordini, chi li trasmetteva, chi li eseguiva, chi proteggeva i ricercati e chi, mentre migliaia di persone venivano condotte verso la morte, preferiva non vedere. Non lo farà. E questa è forse l’ultima comodità concessa dalla morte a un uomo che per anni ha combattuto anche sul terreno della propaganda: i morti non vengono più interrogati e, soprattutto, non possono più essere contraddetti.

Non era un pazzo. Era un generale.

È importante partire da qui, perché raccontare Mladić come un mostro sarebbe persino troppo semplice. Il mostro tranquillizza. Permette di pensare che il male abbia una faccia riconoscibile, che arrivi accompagnato da qualche deformità morale immediatamente visibile, che basti allontanarsi da quell’uomo per essere al sicuro. La storia, purtroppo, insegna il contrario. Mladić non era un folle che aveva trovato un fucile. Era un generale. Aveva un grado, un esercito, una catena di comando, una struttura logistica, interlocutori politici, uomini agli ordini e una precisa concezione del proprio compito. Sapeva leggere una carta militare, conosceva il valore strategico di una posizione e sapeva perfettamente che cosa significa impartire un ordine quando dall’altra parte ci sono persone che non hanno alcuna possibilità di discuterlo. È questo il particolare più inquietante della sua storia: il male, quando diventa potere, raramente si presenta come follia. Si presenta come procedura. Prima arriva l’ordine. Poi l’automezzo. Poi il soldato. Poi il prigioniero. Poi la fossa. E infine arriva qualcuno a spiegare che tutto questo era necessario. La responsabilità, dunque, non si esaurisce nella caricatura del mostro, perché il vero problema storico e politico è comprendere come una macchina militare possa trasformare una decisione in una sequenza ordinata di gesti, documenti, spostamenti, ordini e infine morti. È proprio la normalità dell’apparato a rendere il crimine più terribile, perché dimostra che non serve essere folli per commettere l’orrore: può bastare essere convinti di stare facendo il proprio lavoro.

Srebrenica

Nel luglio del 1995 l’enclave musulmana bosniaca di Srebrenica, dichiarata area protetta dalle Nazioni Unite, cadde nelle mani delle forze serbo-bosniache. Gli uomini e i ragazzi vennero separati dalle donne e dai bambini; migliaia di persone furono uccise sistematicamente e i loro corpi vennero nascosti in fosse comuni. Più di 8.000 vittime sono state identificate. Ottomila. Il problema dei grandi numeri è che finiscono per non significare più nulla. Ottomila è una cifra che sta bene su una pagina di giornale, in una relazione giudiziaria o in un libro di storia, ma non dice che cosa significhi davvero perdere ottomila persone. Ottomila persone sono ottomila case nelle quali qualcuno non è più tornato, ottomila famiglie private di una voce, migliaia di madri costrette a cercare per anni un figlio attraverso un frammento di osso, una fotografia, un nome inciso su una lapide. Ecco perché Srebrenica non è una questione di opinioni. Si può discutere di confini, di nazionalismi, della dissoluzione della Jugoslavia, delle responsabilità politiche che portarono alla guerra e degli errori della comunità internazionale. Si può discutere di tutto ciò che appartiene alla storia, perché la storia vive di interpretazioni e di documenti. Ma con una fossa comune si discute male. La fossa comune non ha opinioni. Ha vittime. Srebrenica non fu una follia improvvisa. Fu un’operazione organizzata, inserita dentro una struttura militare e politica nella quale l’eliminazione della presenza bosgnacca da determinati territori era diventata parte della logica della guerra. Non fu il caos a produrre Srebrenica. Fu l’ordine. Ed è proprio questa parola, forse più di ogni altra, a dover rimanere nella memoria: perché quando il massacro viene organizzato, quando i prigionieri vengono trasferiti, quando gli uomini vengono separati dalle famiglie e quando le fosse vengono preparate, non siamo più davanti a una tragedia incontrollabile della guerra, ma davanti a una responsabilità umana precisa.

Sarajevo

Prima, durante e dopo Srebrenica c’era Sarajevo, la città nella quale per quasi quattro anni la popolazione civile imparò una lezione che nessun manuale militare avrebbe dovuto insegnare: anche una strada può diventare un fronte. Bombardamenti, colpi di mortaio e cecchini trasformarono la quotidianità in una roulette russa permanente. Andare a prendere l’acqua, uscire di casa, attraversare una strada, raggiungere un ospedale poteva significare esporsi alla morte. Da una parte c’erano uomini con l’artiglieria. Dall’altra persone che cercavano semplicemente di arrivare vive alla sera. E Mladić non era uno spettatore di quella guerra. Era il comandante delle forze che disponevano di quelle armi. Non era sullo sfondo della tragedia. Ne era dentro la catena di comando. La parola “guerra”, naturalmente, è abbastanza grande da contenere quasi tutto: la difesa, l’offesa, l’eroismo, la paura, la strategia e perfino la propaganda. Ma proprio per questo bisogna stare attenti quando la si usa per descrivere ciò che accadde ai civili. Perché ogni volta che un uomo viene ucciso deliberatamente e poi qualcuno ci spiega che era inevitabile, la guerra rischia di diventare l’alibi più antico dell’umanità. Sarajevo, in questo senso, resta una delle immagini più terribili della dissoluzione jugoslava: una città europea trasformata in bersaglio, una popolazione civile costretta a vivere sotto il tiro delle armi e un assedio durato anni, mentre il mondo esterno discuteva, negoziava e osservava. La guerra può spiegare perché qualcuno impugna un’arma; non può automaticamente giustificare contro chi decide di usarla. E questa distinzione, apparentemente elementare, è proprio quella che la propaganda tende a cancellare.

Sedici anni

Poi la guerra finì. Mladić, invece, rimase libero. Sedici anni. Abbastanza per vedere crescere i bambini che erano nati mentre lui era già ricercato. Abbastanza per vedere cambiare i governi, le frontiere politiche, le alleanze e perfino il modo in cui la sua stessa società raccontava la guerra. Abbastanza per trasformare un generale ricercato dalla giustizia internazionale in una figura mitologica per una parte dell’opinione pubblica. Fu arrestato in Serbia soltanto nel maggio del 2011. Ed è qui che la storia diventa meno rassicurante, perché la versione più comoda sarebbe raccontare che Mladić fu un criminale, che scappò, che alla fine venne trovato e che la giustizia fece il proprio corso. È vero. Ma non è tutto. La domanda più interessante è un’altra: come può un uomo ricercato per alcuni dei peggiori crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale riuscire a sottrarsi alla giustizia per sedici anni? La risposta non riguarda soltanto Mladić. Riguarda chi lo protesse, chi lo aiutò, chi lo considerò un patriota, chi ebbe interesse a tenerlo lontano dai tribunali e chi, per anni, preferì la comodità della rimozione alla scomodità della verità. Un criminale isolato è una tragedia. Un criminale trasformato in simbolo è una malattia politica. E sedici anni non sono soltanto una misura temporale: sono una misura della distanza tra la fine di una guerra e la capacità di una società di fare i conti con le proprie responsabilità. In quei sedici anni Mladić non scomparve dalla storia. Continuò a vivere dentro una memoria divisa, dentro una parte della società che lo considerava un difensore e dentro un sistema nel quale la sua cattura arrivò soltanto molto tempo dopo la fine dei combattimenti.

Il fallimento dell’Europa

Ed è qui che la morte di Mladić dovrebbe costringerci a guardare anche altrove. Perché Srebrenica non racconta soltanto la storia di un generale serbo-bosniaco e delle sue responsabilità. Racconta anche il fallimento della comunità internazionale, che aveva dichiarato quella città “area protetta” e non riuscì a impedire che diventasse il luogo di un massacro. La civiltà europea aveva promesso che dopo il 1945 certe cose non sarebbero più accadute. Poi accaddero. Con le Nazioni Unite presenti. Con l’Europa che guardava. Con i diplomatici che trattavano. Con i governi che protestavano. Con i comunicati. E con le fosse. È una delle ironie più amare della storia contemporanea: la comunità internazionale aveva trovato le parole per definire Srebrenica prima ancora di trovare i mezzi per impedirla. E le parole, davanti a un esercito, hanno un difetto: non fermano i proiettili. La lezione di Srebrenica, dunque, non riguarda soltanto il passato, perché ogni volta che l’Europa si racconta come continente definitivamente pacificato dovrebbe ricordare che la pace non è una condizione naturale, ma una costruzione politica che può fallire. Nel cuore del continente europeo, meno di cinquant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, furono nuovamente aperte fosse comuni. La distanza tra una dichiarazione internazionale e la protezione reale di una popolazione può essere, letteralmente, la distanza tra la vita e la morte. E forse è proprio questo il fallimento più difficile da accettare: non soltanto non aver saputo fermare il massacro, ma aver lasciato che la retorica della protezione diventasse, agli occhi delle vittime, una promessa senza conseguenze.

Il processo

Quando finalmente Mladić arrivò all’Aja, la storia cambiò registro. Non più la propaganda, non più il generale celebrato dai suoi sostenitori, non più il latitante che per sedici anni aveva sfidato la giustizia internazionale. Un imputato. Nel 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo condannò all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2021 la condanna venne confermata in appello e divenne definitiva. Ed è importante ricordarlo perché in un’epoca nella quale ogni fatto sembra dover avere una contro-versione, una sentenza definitiva rischia persino di essere trattata come un’opinione tra le altre. Non lo è. Srebrenica non è una narrazione. È un fatto giudiziariamente accertato. Mladić ebbe un processo, ebbe una difesa, ebbe il diritto di ricorrere e trascorse anni davanti ai giudici. Le sue vittime ebbero molto meno tempo. Molte ebbero soltanto quello necessario per capire che stavano per morire. Questa è la differenza fra la giustizia e la vendetta: il criminale viene giudicato secondo le regole che alle sue vittime furono negate. È un principio che vale anche quando l’imputato è un uomo odiato, perché la giustizia perde il proprio significato nel momento in cui viene applicata soltanto a chi ci piace giudicare. Il processo di Mladić non cancella Srebrenica, non restituisce i morti e non riscrive gli anni della guerra, ma stabilisce una cosa fondamentale: la responsabilità individuale può essere ricostruita, discussa in tribunale e infine giudicata. La sentenza non restituisce la vita alle vittime, ma impedisce che la loro morte venga lasciata senza un nome e senza una responsabilità.

Il patriota

Resta però la domanda più difficile, quella che nessun tribunale può risolvere da solo: come è possibile che un uomo condannato per genocidio sia stato considerato un eroe da una parte della popolazione? La risposta è antica quanto la politica. Quando una nazione ha bisogno di giustificare ciò che ha fatto, cambia il nome delle cose. Il proprio morto diventa un martire. Quello dell’altro diventa una statistica. Il proprio generale diventa un patriota. Quello dell’altro diventa un criminale. E così il vocabolario fa il lavoro sporco della politica. È sempre stato così, ed è per questo che la memoria è spesso più pericolosa della storia: la storia cerca di capire ciò che è accaduto; la memoria, qualche volta, cerca soltanto di dimostrare che avevamo ragione. Mladić appartiene a quella categoria di uomini che hanno avuto bisogno di una causa nazionale per dare un significato alle proprie azioni. Il problema è che nessuna causa nazionale può trasformare un assassinio in un atto patriottico. Può soltanto trovare qualcuno disposto a chiamarlo così. E quando accade, il problema non è più soltanto il passato: diventa il presente, perché una società che trasforma i propri criminali in eroi finisce inevitabilmente per trasformare anche le proprie vittime in un problema da rimuovere. Il nazionalismo può spiegare una propaganda; non può assolvere un crimine. E il patriottismo, quando pretende di essere una licenza morale, smette di essere amore per la propria comunità e diventa semplicemente un modo elegante per chiedere che i morti dell’altra parte valgano meno.

La morte e l’ultima ironia

Negli ultimi anni Mladić era gravemente malato. La famiglia aveva chiesto la sua scarcerazione per ragioni umanitarie, sostenendo che le condizioni di salute fossero incompatibili con la permanenza in carcere. La richiesta non gli restituì la libertà. È morto in prigione. E anche qui sarebbe facile cadere nella tentazione della vendetta, come se la morte in carcere fosse la compensazione per ciò che era accaduto a Srebrenica. Non lo è. La civiltà non consiste nel fare al criminale ciò che il criminale ha fatto alle proprie vittime. Consiste nel riuscire a giudicarlo senza diventare simili a lui. Mladić ha avuto cure mediche. Ha avuto avvocati. Ha avuto un processo. Ha avuto il diritto di difendersi. Le persone che furono separate dai propri figli a Srebrenica non ebbero nulla di tutto questo. È una contraddizione soltanto apparente: proprio nel momento in cui concede diritti a un uomo che li aveva negati agli altri, la civiltà dimostra di essere ancora civiltà. La giustizia, infatti, non può essere una forma raffinata di vendetta, altrimenti perde il proprio fondamento e diventa soltanto la versione istituzionale della legge del più forte. Il carcere non restituisce i morti, così come la morte del condannato non risarcisce le vittime. Quello che resta è il giudizio, e il giudizio vale proprio perché non dipende dalla morte dell’imputato. Mladić è morto dopo aver trascorso gli ultimi anni della propria vita privato della libertà, ma non è questo a definire il senso della sua storia. A definirlo sono le responsabilità che un tribunale ha accertato e il ricordo di coloro che non ebbero la possibilità di difendersi.

La sconfitta di Mladić

Mladić voleva entrare nella Storia dalla porta dei vincitori. È entrato dalla porta dei condannati. Aveva una divisa, un esercito e un’idea di patria. La Storia gli ha lasciato un nome. Ma glielo ha lasciato accanto a Srebrenica. E forse questa è la cosa che più dovrebbe interessarci della sua morte, molto più della sua età, delle sue malattie o degli ultimi giorni trascorsi in carcere: Mladić è riuscito a sfuggire alla giustizia per sedici anni, ma non è riuscito a sfuggire alla definizione della Storia. Può accadere che un criminale sfugga a un tribunale. Può accadere che venga protetto da un governo, da un esercito, da una famiglia, da una parte della società. Può persino accadere che venga trasformato in un eroe. Ma c’è un tribunale dal quale non esiste latitanza. Quello della memoria dei morti. Ratko Mladić è morto a 84 anni. A Srebrenica molti dei suoi morti non arrivarono ai venti. Lui ha avuto una vecchiaia. Loro hanno avuto una fossa. Ed è forse tutta qui la distanza fra il generale e le sue vittime: Mladić ha avuto il tempo di invecchiare, di ammalarsi, di essere curato e di difendersi davanti a un tribunale; gli uomini che finirono nelle fosse di Srebrenica non ebbero nemmeno il tempo di diventare ciò che avrebbero potuto essere. La Storia, alla fine, non gli ha dato l’ultima parola. Gli ha lasciato soltanto l’ultima riga. E quella riga non parla di vittoria, di eroismo o di patria. Parla di Srebrenica, delle sue vittime e della responsabilità di chi comandava quando quelle vite furono cancellate. Il generale che voleva entrare nella Storia dalla porta dei vincitori ci è entrato dalla porta opposta, quella che non concede medaglie, non concede assoluzioni e soprattutto non concede l’oblio.

L’editoriale è di Francesco Viviani




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 Francesco Viviani

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